{"id":12045,"date":"2017-07-11T00:56:04","date_gmt":"2017-07-10T22:56:04","guid":{"rendered":"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/?p=12045"},"modified":"2017-07-11T00:56:04","modified_gmt":"2017-07-10T22:56:04","slug":"le-sfortune-dei-celiaci-la-definizione-del-pane-e-la-societas-perfecta","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/le-sfortune-dei-celiaci-la-definizione-del-pane-e-la-societas-perfecta\/","title":{"rendered":"Le sfortune dei celiaci, la definizione del pane e la societas perfecta"},"content":{"rendered":"<p><a href=\"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/quadroandria.jpg\"><img decoding=\"async\" loading=\"lazy\" class=\"alignnone size-medium wp-image-11702\" alt=\"quadroandria\" src=\"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/quadroandria-300x180.jpg\" width=\"300\" height=\"180\" srcset=\"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/quadroandria-300x180.jpg 300w, https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/quadroandria.jpg 640w\" sizes=\"(max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/a><\/p>\n<p>Le reazioni alla lettera che la Congregazione per il culto divino ha scritto il 15 giugno a proposito del pane e vino eucaristici rivelano alcune cose importanti, su cui \u00e8 bene riflettere con cura. E voglio cominciare con una considerazione che riguarda una condizione \u2013 quella dei celiaci \u2013 che la lettera considera solo indirettamente, ossia nel definire \u201cmateria valida\u201d per l\u2019eucaristia quel pane che contenga almeno un certo livello di \u201cglutine\u201d. I soggetti non sono considerati, se non indirettamente, secondo la \u201cdefinizione della materia\u201d. Questo stile \u00e8 classico per il magistero ecclesiale. Esso era maturato nello schema della societ\u00e0 chiusa, che aveva bisogno di certezze immediate e immediatamente applicabili. Una definizione netta di \u201cpane\u201d permetteva di separare drasticamente due campi, senza mediazioni, che distinguono tra \u201cmateria valida\u201d e \u201cmateria invalida\u201d. Questo riduce le variabili, semplifica le articolazioni pastorali, assicura il controllo del popolo. Questa impostazione, se non viene oggi calibrata sulla \u201csociet\u00e0 aperta\u201d, produce continue ingiustizie e perde preziose occasioni di riconoscimento. Proviamo a capire perch\u00e9.<\/p>\n<p><b>Pane e vino non sono concetti teologici<\/b><\/p>\n<p>Una cosa \u00e8 evidente, nella tradizione cristiana. Che la teologia del corpo e sangue di Cristo viene mediata dal pane e dal vino dati, offerti, ricevuti, mangiati e bevuti, assunti e assimilati. Ma la competenza della Chiesa e del teologo non copre tutta la realt\u00e0. Ci\u00f2 che pane e vino sono in una data cultura non pu\u00f2 essere definito dalla Chiesa. Essa riceve, nella cultura, la mediazione del Corpo di Cristo. La pretesa di definire teologicamente, dottrinalmente e disciplinarmente la materia contraddice con la logica complessa della rivelazione in Cristo. Nella eucaristia, come insegna Tommaso d\u2019Aquino, il pane e il vino sono \u201cspecie inaggirabili\u201d. Per questo la cultura umana, la storia e la simbolica dell\u2019uomo, sono assunte nella narrazione e nel rito centrale della fede cristiana.<\/p>\n<p><b>Il celiaco e la dottrina ecclesiale<\/b><\/p>\n<p>La Chiesa si \u00e8 abituata, invece, a definire anche ci\u00f2 su cui non ha assoluta competenza. Non pu\u00f2 definire in modo assoluto n\u00e9 il pane n\u00e9 il vino. Nel pane e nel vino parlano una cultura e una storia che la Chiesa riceve e non pu\u00f2 anticipare. Ma non basta. La Chiesa dovrebbe avere imparato, dalla storia degli ultimi 200 anni, che identificare lo \u201cstatus quo\u201d con la volont\u00e0 di Dio \u00e8 un pericolo troppo grande. Questo \u00e8 un tipico difetto della societ\u00e0 chiusa o pre-moderna: essa pu\u00f2 correre sempre il rischio di identificare la volont\u00e0 di Dio con un mondo senza ferrovie, senza donne che praticano lo sport, senza donne giudice o senza scuole pubbliche obbligatorie. Questa tendenza si \u00e8 mostrata molto forte anche nel modo di interpretare le forme di \u201cdisabilit\u00e0\u201d o di \u201climitazione\u201d. Attribuire \u201cdiritti\u201d al disabile \u00e8 stata una fatica grande, che la Chiesa ha dovuto imparare dal mondo tardo-moderno. Pi\u00f9 semplice, e pi\u00f9 devoto appariva semplicemente accettare lo status quo.<\/p>\n<p><b>La societ\u00e0 chiusa non \u00e8 societas perfecta<\/b><\/p>\n<p>Abbiamo appreso che questa via non \u00e8 n\u00e9 la primaria n\u00e9 la sola. La differenza tra societ\u00e0 chiusa e societ\u00e0 aperta \u00e8 precisamente qui: non si accetta pi\u00f9 la propria condizione come un \u201cdestino di discriminazione giustificata dall\u2019alto\u201d. Qui torna utile rileggere la Summa Theologiae di Tommaso, quando elenca uno dei \u201cluoghi comuni\u201d della societ\u00e0 chiusa, che l\u2019ex prefetto della Congregazione per la dottrina della fede considerava un testo fondamentale per la teologia del ministero ordinato, mentre si tratta soltanto della onesta fotografia della struttura ingiusta della societ\u00e0 chiusa. Quando Tommaso elenca i \u201cmotivi di esclusione dalla ordinazione\u201d, fa un elenco dei soggetti che non possono esercitare la autorit\u00e0. Eccoli: donne, minori e incapaci, schiavi, assassini, figli naturali, disabili. Nella categorie dei disabili rientrano anche, sia pure in una forma particolare, i celiaci. Con una definizione rigida del pane, la Congregazione per il culto ha mostrato di non essere ancora uscita dalla logica di una societ\u00e0 chiusa che non \u00e8 una affatto societas perfecta. E nella quale l\u2019essere celiaci continua a restare \u201ccausa di esclusione dalla ordinazione\u201d.<\/p>\n<p><b>Le diverse forme del pane, del vino e dei soggetti<\/b><\/p>\n<p>Come uscire da questa condizione di minorit\u00e0? Come appare evidente, dal breve ragionamento proposto, accettare che la Chiesa non abbia una autorit\u00e0 assoluta per definire che cosa sia pane e vino aiuterebbe a considerare con un minimo di attenzione alcune cose:<\/p>\n<p>&#8211; il pane, dal punto di vista oggettivo, si d\u00e0 in forme diverse secondo diverse culture. Questo non \u00e8 anzitutto un pericolo, ma una ricchezza per la tradizione;<\/p>\n<p>&#8211; i soggetti che si relazionano al pane lo trasformano a partire dalla loro cultura o dalla loro natura. E questo apporto non pu\u00f2 essere n\u00e9 perduto n\u00e9 estromesso;<\/p>\n<p>&#8211; pane e vino portano nella eucaristia non solo una \u201cmateria fisica\u201d, ma una storia e una simbolica che deve arricchirsi delle logiche del femminile, del minorile, del folle, del carcerato, del figlio naturale e del disabile.<\/p>\n<p>Considerare questi come titoli di merito e di privilegio,piuttosto che come titoli di minorit\u00e0 o di esclusione, non \u00e8 forse proprio uno dei significati pi\u00f9 alti dell\u2019eucaristia? E chi mai dovrebbe parlare di tutto questo se non la Congregazione per il culto divino? Che invece preferisce le rigidit\u00e0 della societ\u00e0 chiusa alle ricchezze della societ\u00e0 aperta?<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Le reazioni alla lettera che la Congregazione per il culto divino ha scritto il 15 giugno a proposito del pane e vino eucaristici rivelano alcune cose importanti, su cui \u00e8 bene riflettere con cura. 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