{"id":12034,"date":"2017-07-07T00:49:18","date_gmt":"2017-07-06T22:49:18","guid":{"rendered":"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/?p=12034"},"modified":"2017-07-07T00:49:18","modified_gmt":"2017-07-06T22:49:18","slug":"a-dieci-anni-da-summorum-pontificum-attualita-di-antiche-preoccupazioni","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/a-dieci-anni-da-summorum-pontificum-attualita-di-antiche-preoccupazioni\/","title":{"rendered":"A dieci anni da &#8220;Summorum Pontificum&#8221;: attualit\u00e0 di antiche preoccupazioni"},"content":{"rendered":"<p lang=\"en-US\" align=\"justify\"><a href=\"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/Canizares-in-cappa-magna.jpg\"><img decoding=\"async\" loading=\"lazy\" class=\"alignnone size-medium wp-image-12035\" alt=\"Canizares in cappa magna\" src=\"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/Canizares-in-cappa-magna-300x239.jpg\" width=\"300\" height=\"239\" srcset=\"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/Canizares-in-cappa-magna-300x239.jpg 300w, https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/Canizares-in-cappa-magna.jpg 400w\" sizes=\"(max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/a><\/p>\n<p lang=\"en-US\" align=\"justify\">Ad un decennio dalla pubblicazione del Motu Proprio &#8220;Summorum Pontificum&#8221; (7 luglio 2007), ripubblico il commento a caldo che scrissi per &#8220;Il Regno&#8221; nel luglio di quell&#8217;anno e che fu pubblicato con il titolo: <strong>A. Grillo,\u00a0<\/strong><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\"><b>Riflessioni e domande. Il motu proprio di Benedetto XVI &#8216;Summorum Pontificum&#8217; e la sua recezione, &#8220;Il Regno&#8221;, 52\/14(2007), 434-439.\u00a0<\/b>Il testo, a distanza di 10 anni, non ha perso molte delle sue ragioni. Lo ripubblico con il titolo originale \u00a0&#8211; modificato dalla rivista &#8211; e con alcuni passaggi inediti. Ovviamente il testo, essendo del 2007, non tiene conto della evoluzione successiva e in particolare del testo della Istruzione\u00a0<em>Universae Ecclesiae<\/em>, della Commissione \u00a0&#8220;Ecclesia Dei&#8221;, che ha precisato e aggravato la applicazione del MP, a partire dal 2011.\u00a0<\/span><\/p>\n<p lang=\"en-US\" align=\"justify\"><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\">\u00a0<\/span><\/p>\n<h2 align=\"justify\"><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\"><span><b>Paolo VI, Pio V e la realt\u00e0 virtuale<\/b><\/span><\/span><\/h2>\n<h2>A proposito del Motu Proprio &#8220;Summorum Pontificum&#8221;<\/h2>\n<p lang=\"en-US\"><span> Il lettore che si \u00e8 accostato al testo del Motu Proprio &#8220;Summorum Pontificum&#8221; (= SP) e alla lettera ai Vescovi (=LV) sull&#8217;uso della liturgia romana anteriore alla riforma liturgica del 1970, sar\u00e0 rimasto immediatamente colpito da una acuta sensazione di spaesamento, fino al punto di chiedersi: in quale tempo, in quale Chiesa, in quale liturgia e in quale messa mi sto imbattendo? <\/span><\/p>\n<p lang=\"en-US\" align=\"justify\"><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\"><span> La causa di questa comprensibile reazione si trova nel particolare coraggio &#8211; oserei dire nella audacia &#8211; con cui Benedetto XVI ha voluto affrontare la questione spinosa della comunione e della unit\u00e0 della chiesa in contesto liturgico. La sua strategia consiste in una rilettura della storia dell&#8217;ultimo secolo che, pur mantenendo uno stile profondamente classico, produce una riflessione caratterizzata da un approccio di tale novit\u00e0, da condurre appunto il lettore sulla soglia dello stupore, per non dire dello sconcerto. Per questa via si ha quasi la sensazione di essere di fronte alla configurazione autorevole di una &#8220;realt\u00e0 virtuale&#8221;, orientata decisamente al superamento delle contrapposizioni ecclesiali, ma dotata di un impatto complesso e non poco problematico sulla &#8220;realt\u00e0 reale&#8221;, nella sua concretezza quotidiana e nella sua mondana opacit\u00e0. E ci\u00f2 va rilevato, come ha fatto anche Camillo Ruini (Avvenire, 8\/07\/07), per evitare &#8220;il rischio che un Motu Proprio emanato per unire maggiormente la comunit\u00e0 cristiana sia invece utilizzato per dividerla&#8221;.<\/span><\/span><\/p>\n<p lang=\"en-US\" align=\"justify\"><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\"><span> Per tentare una interpretazione complessiva del documento e dei suoi possibili effetti vorrei anzitutto presentarne il contenuto e le intenzioni, per poi valutare &#8211; con rispetto critico e in un leale dialogo nella comunione &#8211; l&#8217;impatto sulla realt\u00e0 reale che una tale ricostruzione normativa (come &#8220;realt\u00e0 virtuale&#8221;) potrebbe avere, nel futuro aperto della chiesa e della liturgia.<\/span><\/span><\/p>\n<p align=\"justify\"><span style=\"font-family: 'Courier New', monospace\"><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\"><span>1. <\/span><\/span><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\"><span><i>Il Motu Proprio &#8220;Summorum Pontificum&#8221;: due usi dello stesso rito<\/i><\/span><\/span><\/span><\/p>\n<p align=\"justify\"><span style=\"font-family: 'Courier New', monospace\"><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\"><span> Il testo di SP esordisce con una lunga premessa di carattere storico, che, muovendo da Gregorio Magno per giungere fino a Giovanni Paolo II, illustra il cammino del &#8220;rito romano&#8221;, trovandovi un passaggio decisivo nell&#8217;opera di s. Pio V, promotore di quel Messale Romano che, &#8220;col passare dei secoli, a poco a poco prese forme che hanno grande somiglianza con quella vigente nei tempi pi\u00f9 recenti&#8221;. Si giunge cos\u00ec alla Riforma voluta dal Concilio Vaticano II e al Messale riformato di Paolo VI, che, tradotto in tutte le lingue del mondo, \u00e8 stato accolto di buon grado da Vescovi, sacerdoti e fedeli. E tuttavia si ricorda che gi\u00e0 nel 1984 e poi nel 1988 fu necessario, da parte di Giovanni Paolo II, concedere a &#8220;non pochi fedeli&#8221; l&#8217;indulto per poter usare le &#8220;antecedenti forme liturgiche, che avevano imbevuto cos\u00ec profondamente la loro cultura e il loro spirito&#8221;. A partire da questa considerazione storica, SP decide di procedere ad un nuovo tipo di regolamento della questione. Nel ribadire che il Messale di Paolo VI rimane &#8220;<\/span><\/span><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\"><span><i>espressione ordinaria<\/i><\/span><\/span><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\"><span> della &#8216;<\/span><\/span><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\"><span><i>lex orandi<\/i><\/span><\/span><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\"><span>&#8216; della Chiesa cattolica di rito latino, si afferma che il messale tridentino, nella edizione di Giovanni XXII del 1962 deve essere considerato <\/span><\/span><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\"><span><i>espressione extra-ordinaria<\/i><\/span><\/span><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\"><span> della stessa &#8216;<\/span><\/span><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\"><span><i>lex orandi<\/i><\/span><\/span><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\"><span>&#8216; (art. 1). <\/span><\/span><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\"><span><i>Vi sono dunque due usi di un&#8217;unica &#8220;lex orandi&#8221;, comune a Pio V e Paolo VI<\/i><\/span><\/span><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\"><span>. Di qui deriva che &#8220;\u00e8 lecito celebrare il Sacrificio della Messa secondo il Messale tridentino del 1962&#8221;, che si ritiene &#8220;mai abrogato&#8221;. Le condizioni di tale celebrazione sono definite dai successivi 11 articoli: nelle messe &#8220;senza il popolo&#8221; vi \u00e8 pieno parallelismo dei due &#8220;usi&#8221;, salvo nel Triduo pasquale (art.2); tale possibilit\u00e0 \u00e8 estesa anche alle messe conventuali, salvo le competenze dei superiori maggiori (art.3); precisato che alle messe senza il popolo pu\u00f2 essere ammesso anche ogni fedele che lo desideri (art. 4), si passa a determinare la disciplina per le messe con il popolo, dove un gruppo di fedeli &#8220;aderenti alla precedente tradizione liturgica&#8221; possono veder celebrata secondo la forma extra-ordinaria la messa feriale, una sola messa domenicale o festiva, oltre che celebrazioni in caso di matrimonio, di esequie o di pellegrinaggi (art.5): le letture, in questi casi possono essere anche in lingua vernacola (art.6). Se il parroco non risponde a queste esigenze, il Vescovo potr\u00e0 provvedere o rivolgersi alla Commissione Ecclesia Dei per riferire e ricevere consigli e aiuti (artt. 7-8). In taluni casi al parroco \u00e8 attribuita anche la facolt\u00e0 di celebrare secondo l&#8217;uso pi\u00f9 antico il Battesimo, il Matrimonio, la Penitenza e l&#8217;Unzione degli Infermi, cos\u00ec come agli Ordinari di celebrare la Confermazione con il precedente Pontificale Romano, e ai chierici di usare il Breviario Romano del 1962 (art.9). Infine si ipotizza il caso di erezione di parrocchie personali per assicurare la celebrazione secondo l&#8217;uso pi\u00f9 antico (art.10), e si definiscono le nuova competenze della Commissione Ecclesia Dei, che vigila sulla applicazione di tutte queste disposizioni (artt. 11-12).<\/span><\/span><\/span><\/p>\n<p align=\"justify\"><span style=\"font-family: 'Courier New', monospace\"><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\"><span>2. <\/span><\/span><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\"><span><i>La lettera ai Vescovi : la Riforma liturgica non viene intaccata<\/i><\/span><\/span><\/span><\/p>\n<p align=\"justify\"><span style=\"font-family: 'Courier New', monospace\"><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\"><span> La lettera, che Benedetto XVI ha indirizzato ai Vescovi in occasione della pubblicazione del Motu Proprio, ha tre nuclei tematici importanti. I primi due sono &#8220;timori&#8221; manifestatisi negli ultimi mesi e che il Vescovo di Roma vuole chiarire anzitutto ai confratelli Vescovi: anzitutto LV esclude che L&#8217;Autorit\u00e0 del Concilio Vaticano II venga intaccata da parte di SP, visto che si ribadisce che la forma ordinaria e normale del Messale Romano rimane quella promulgata da Paolo VI. E si ricostruisce poi la storia della presenza &#8211; accanto al Novus Ordo &#8211; dell&#8217;Ordo precedente, fino alla normativa attuale, che rimedia a ci\u00f2 che &#8220;nel 1988 non era prevedibile&#8221;, per concludere dicendo: &#8220;queste Norme intendono anche liberare i Vescovi dal dover sempre di nuovo valutare come sia da rispondere alle diverse situazioni&#8221;. Il secondo timore \u00e8 quello di chi ipotizza che questo parallelismo di &#8220;forme rituali&#8221; possa portare &#8220;a disordini o addirittura a spaccature nelle comunit\u00e0 parrocchiali&#8221;. Ci\u00f2 viene escluso per il fatto che l&#8217;uso del Messale antico &#8220;presuppone una certa misura di formazione liturgica e un accesso alla lingua latina; sia l&#8217;una che l&#8217;altra non si trovano tanto frequentemente&#8221;. Si punta invece sul &#8220;reciproco arricchimento&#8221; delle due forme rituali. Infine, come terzo punto, LV espone la &#8220;ragione positiva&#8221; che ha motivato Benedetto XVI in questa sua nuova regolamentazione: ossia &#8220;di giungere ad una riconciliazione interna nel seno della Chiesa&#8221; facendo tempestivamente ogni sforzo possibile per garantire l&#8217;unit\u00e0. E si formula, poi, la tesi che SP ha tradotto in normativa: &#8220;Non c&#8217;\u00e8 nessuna contraddizione tra l&#8217;una e l&#8217;altra edizione del <\/span><\/span><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\"><span><i>Missale Romanum<\/i><\/span><\/span><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\"><span>. Nella storia della Liturgia c&#8217;\u00e8 crescita e progresso, ma nessuna rottura. Ci\u00f2 che per le generazioni anteriori era sacro, anche per noi resta sacro e grande, e non pu\u00f2 essere improvvisamente del tutto proibito o, addirittura, giudicato dannoso&#8221;. Questo comporta anche una necessaria reciprocit\u00e0: &#8220;anche i sacerdoti delle Comunit\u00e0 aderenti all&#8217;uso antico non possono, in linea di principio, escludere la celebrazione secondo i libri nuovi&#8221;. In conclusione LV prevede che, tre anni dopo l&#8217;entrata in vigore di SP, i Vescovi riferiscano alla Santa Sede sulle esperienze e sulle difficolt\u00e0 venute alla luce.<\/span><\/span><\/span><\/p>\n<p align=\"justify\"><span style=\"font-family: 'Courier New', monospace\"><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\"><span>3. <\/span><\/span><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\"><span><i>La riflessione critica: la differenza tra intenzioni ed effetti, tra virtuale e reale.<\/i><\/span><\/span><\/span><\/p>\n<p align=\"justify\"><span style=\"font-family: 'Courier New', monospace\"><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\"><span> Una volta considerati i contenuti di SP e di LV, occorre ora valutarne appieno le intenzioni e gli effetti, secondo quanto annunciato gi\u00e0 all&#8217;inizio di questo resoconto. Naturalmente, a questo punto, il teologo sa di dover usare l&#8217;<\/span><\/span><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\"><span><i>intellectus fidei<\/i><\/span><\/span><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\"><span> non solo per ripetere o per applaudire, ma per svolgere quel servizio ecclesiale specifico della teologia, che risulta indispensabile al discernimento meditato e alla recezione critica. Sulla base di questa &#8220;vocazione ecclesiale del teologo&#8221; &#8211; da esercitarsi sempre con audacia e pazienza, con umilt\u00e0 e coraggio &#8211; penso di dover individuare cinque grandi questioni, che meritano una pacata e urgente riflessione ecclesiale.<\/span><\/span><\/span><\/p>\n<p align=\"justify\"><span style=\"font-family: 'Courier New', monospace\"><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\"><span>a) <\/span><\/span><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\"><span><i>La questione giuridica: quale rito \u00e8 vigente?<\/i><\/span><\/span><\/span><\/p>\n<p align=\"justify\"><span style=\"font-family: 'Courier New', monospace\"><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\"><span> Gi\u00e0 S.Tommaso d&#8217;Aquino, in uno dei suoi lampi di chiarezza, sosteneva che &#8220;Se noi risolviamo i problemi della fede col metodo della sola autorit\u00e0, possediamo certamente la verit\u00e0, ma in una testa vuota&#8221;. Questo ammonimento pretridentino vale anche quando con la nostra testa valutiamo accuratamente le affermazioni postridentine contenute nel Motu Proprio di Benedetto XVI. Vi si sostiene &#8211; per due volte &#8211; che &#8220;il rito di Pio V non \u00e8 mai stato abrogato&#8221;: l&#8217;affermazione suona apodittica, senza alcuna giustificazione se non il fatto &#8211; certo assai rilevante &#8211; che viene pronunciata dal Papa stesso. Ma ci\u00f2 non impedisce alla nostra testa, se non vuol essere vuota, di notare che una serie di altre affermazioni, che restano non contestate e del tutto valide, affermano una cosa sostanzialmente diversa: il can 20 del CJC, una famosa Risposta della Congregazione del Culto Divino del 1999<\/span><\/span><sup><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\"><span><a href=\"#sdfootnote1sym\" name=\"sdfootnote1anc\"><sup>1<\/sup><\/a><\/span><\/span><\/sup><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\"><span> &#8211; ma anche la sapienza tradizionale di G. Siri<\/span><\/span><sup><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\"><span><a href=\"#sdfootnote2sym\" name=\"sdfootnote2anc\"><sup>2<\/sup><\/a><\/span><\/span><\/sup><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\"><span> &#8211; ci ricordano come la approvazione di un nuovo rito romano (dell&#8217;eucaristia come di ogni altra liturgia) conduca inevitabilmente il rito precedente ad essere sostituito da parte del nuovo. Come c&#8217;\u00e8 un elementare bisogno di &#8220;certezza del diritto&#8221; cos\u00ec c&#8217;\u00e8 un primario bisogno di &#8220;certezza del rito&#8221;: ora, sulla base di tutto ci\u00f2, non si pu\u00f2 chiedere a nessuno di provare che il Messale di Paolo VI abbia abrogato il messale vigente dal 1962 al 1969, perch\u00e9 questo va da s\u00e9 secondo il diritto liturgico comune; piuttosto sta a chi sostiene la non abrogazione di accollarsi l&#8217;onere di fornirne le prove: finch\u00e9 non si portano argomentazioni o elementi razionali dal punto di vista giuridico e liturgico, finch\u00e9 la &#8220;doppia forma contemporanea&#8221; viene solo affermata, ma non fondata e provata, si presume il principio generale: ossia che il rito romano pi\u00f9 recente sostituisce il rito romano meno recente, e in tal caso il conflitto non si d\u00e0 perch\u00e9 un solo rito, una sola forma e un solo uso \u00e8 vigente, secondo il principio di diritto comune (oltre che di buon senso). Dal Papa che pi\u00f9 intensamente ha rivalutato il ruolo della &#8220;ragione&#8221; nella riflessione sulla fede cristiana, questo silenzio della ragione sulla sua affermazione centrale &#8211; unita al fatto che i due papi suoi predecessori abbiano diversamente valutato il &#8220;rito postconciliare&#8221; come l&#8217;unico effettivamente in vigore, utilizzando la logica dell&#8217;Indulto per fare eccezione &#8211; costituisce una obiettiva questione che dovr\u00e0 essere ulteriormente chiarita, per non lasciare una grave ambiguit\u00e0 su tutto il resto della argomentazione. Per autorit\u00e0 si obbedisce, ma la ragione desidera anche altro, che per ora cerca invano. Per citare Agostino: &#8220;Ad discendum item necessario dupliciter ducimur, auctoritate atque ratione. Tempore auctoritas, re autem ratio prior&#8221;<\/span><\/span><sup><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\"><span><a href=\"#sdfootnote3sym\" name=\"sdfootnote3anc\"><sup>3<\/sup><\/a><\/span><\/span><\/sup><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\"><span>.<\/span><\/span><\/span><\/p>\n<p align=\"justify\"><span style=\"font-family: 'Courier New', monospace\"><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\"><span>b) <\/span><\/span><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\"><span><i>La questione teologica: qual \u00e8 il ruolo della lex orandi?<\/i><\/span><\/span><\/span><\/p>\n<p lang=\"en-US\" align=\"justify\">\u00a0<span style=\"font-family: 'Courier New', monospace\"><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\">&#8220;<\/span><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\"><i>Lex orandi statuat legem credendi<\/i><\/span><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\">&#8221; (&#8220;la liturgia stabilisca la fede della Chiesa&#8221;). Questa famosa espressione di Prospero di Aquitania sta sullo sfondo dell&#8217;articolo pi\u00f9 importante di SP (art. 1) ed \u00e8 una delle bandiere del Movimento Liturgico, in quanto stabilisce la originariet\u00e0 dell&#8217;azione liturgica per l&#8217;atto di fede. Di essa, tuttavia, il testo di SP propone una rilettura che introduce una distinzione originale e carica di conseguenze: il rapporto tra <\/span><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\"><i>lex orandi<\/i><\/span><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\"> e <\/span><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\"><i>lex credendi<\/i><\/span><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\"> \u00e8 preceduto dal rapporto tra due diversi usi (o espressioni, o forme) rituali e una sola <\/span><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\"><i>lex orandi<\/i><\/span><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\">. Ci\u00f2 significa che qui l&#8217;espressione &#8220;<\/span><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\"><i>lex orandi<\/i><\/span><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\">&#8221; non si identifica con il rito, ma con il significato del rito stesso. Introducendo questa distinzione, SP assolve nello stesso momento a due diverse compiti: apre uno spazio per avvicinare due usi diversi, conciliandoli in un&#8217;unica <\/span><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\"><i>lex orandi<\/i><\/span><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\"> ed evitando che due diverse &#8220;<\/span><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\"><i>leges orandi<\/i><\/span><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\">&#8221; possano dar vita a due diverse professioni di fede; ma nello stesso tempo allontana la &#8220;<\/span><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\"><i>lex orandi<\/i><\/span><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\">&#8221; dalla concretezza rituale che la contraddistingue. Se &#8220;<\/span><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\"><i>lex orandi<\/i><\/span><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\">&#8221; non significa pi\u00f9 il rito concretamente celebrato, ossia un &#8220;ordo&#8221; specifico, ma una sua dimensione essenziale, invisibile e\/o concettuale, allora la funzione originaria del rito per la fede tende a passare irrimediabilmente in secondo piano. Qualcuno, che non avesse la &#8220;sensibilit\u00e0 liturgica&#8221; di Benedetto XVI, potrebbe addirittura leggere questa distinzione come la sostanziale subordinazione della celebrazione ad evidenze puramente dogmatiche, di cui i due &#8220;usi&#8221; costituirebbero traduzioni pratiche meramente conseguenti e per nulla originarie. In altri termini, la articolazione dell&#8217;unica &#8220;lex orandi&#8221; in due &#8220;forme&#8221; alternative ripristinerebbe il primato della teologia sulla liturgia, perdendo cos\u00ec uno dei guadagni pi\u00f9 cospicui del Movimento Liturgico. Ancora, se si dice che vi \u00e8 un&#8217;unico rito, in due &#8220;usi&#8221; diversi, come mai si parla storicamente di di due &#8220;ordines&#8221; diversi. L&#8217;ordo \u00e8 solo un &#8220;uso&#8221; di un rito, o \u00e8 invece il rito in quanto tale? E una differenza di ordines comporta o no una differenza rituale di &#8220;lex orandi&#8221;? Per rispondere a queste domande dovremmo meditare sul rapporto che SP pu\u00f2 avere con alcune affermazioni della recente Esortazione apostolica Postsinodale &#8220;Sacramentum Charitatis&#8221;: quale teologia dei sacramenti potr\u00e0 svilupparsi dalla &#8220;celebrazione&#8221; &#8211; secondo il &#8220;primato dell&#8217;azione litrugica di cui al n. 34 dell&#8217;Esortazione Postsinodale &#8211; se azioni diverse non mutano n\u00e9 <\/span><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\"><i>lex orandi<\/i><\/span><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\"> n\u00e9 <\/span><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\"><i>lex credendi<\/i><\/span><sup><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\"><a href=\"#sdfootnote4sym\" name=\"sdfootnote4anc\"><sup>4<\/sup><\/a><\/span><\/sup><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\">?<\/span><\/span><\/p>\n<p align=\"justify\"><span style=\"font-family: 'Courier New', monospace\"><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\"><span> In secondo luogo, mi chiedo se la stessa distinzione tra uso ordinario e uso extra-ordinario sia una distinzione di fatto o di diritto. Circa questo punto, che come abbiamo gi\u00e0 visto appare teoricamente decisivo, restano alcune non irrilevanti perplessit\u00e0, legate sia alla distinzione in quanto tale, sia alla effettiva equiparabilit\u00e0 tra i due diversi &#8220;usi&#8221;. In primo luogo, non \u00e8 chiaro se la definizione tra uso ordinario\/extra-ordinario sia una distinzione <\/span><\/span><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\"><span><i>de facto<\/i><\/span><\/span><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\"><span> o <\/span><\/span><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\"><span><i>de iure<\/i><\/span><\/span><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\"><span>. Nel primo caso sarebbe priva di forza normativa autentica, mentre nel secondo troverebbe confermata tutta la sua autorit\u00e0. Ma dal tenore del testo potrebbe spesso desumersi &#8211; certo con una interpretazione estensiva, ma possibile &#8211; che ci\u00f2 che di fatto \u00e8 ordinario dovrebbe diventare extraordinario, mentre ci\u00f2 che di fatto \u00e8 extraordinario dovrebbe de iure intendersi come ordinario. Non sembra esserci una vera pedagogia dell&#8217;ordinario rispetto all&#8217;extra-ordinario. La assenza di controllo episcopale &#8220;in loco&#8221; circa il rapporto tra i due diversi usi inclina ulteriormente a ritenere che la distinzione non sia sufficientemente chiarificata nella sua natura &#8220;de iure&#8221;, rischiando di porre in crisi la pastorale ordinaria, non pi\u00f9 controllabile in relazione alla liturgia, quando manca di un primato &#8220;de iure&#8221; chiaramente vincolante per tutti.<\/span><\/span><\/span><\/p>\n<p lang=\"en-US\" align=\"justify\"><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\"><span>In secondo luogo, resta non del tutto chiarita la effettiva possibilit\u00e0 di trattare paritariamente due &#8220;forme&#8221; di cui la pi\u00f9 recente non \u00e8 altro che il frutto della meditata riforma della meno recente. In altri termini, \u00e8 ben difficile che una liberalizzazione del rito pi\u00f9 antico non possa suscitare una grave tensione in coloro che seguono il rito pi\u00f9 recente, i quali inevitabilmente sentono il rito pi\u00f9 antico come &#8220;superato&#8221;, &#8220;riformato&#8221; &#8220;emendato&#8221; dal proprio. I due &#8220;usi&#8221; non sono autonomi: uno \u00e8 la risposta alla crisi dell&#8217;altro e perci\u00f2 non pu\u00f2 non sentire come un grave disagio il riapparire dell&#8217;antico accanto a s\u00e9, come se nulla fosse stato. Per di pi\u00f9, l&#8217;affiancamento di due &#8220;usi&#8221; paralleli, che si presenta come un &#8220;aggiungere senza nulla togliere&#8221;, in realt\u00e0 introduce un elemento di disparit\u00e0 tra un uso &#8220;strutturalmente plurale&#8221;, come quello di Paolo VI &#8211; che si presenta nella variet\u00e0 delle lingue e degli adattamenti ad esso costitutivo &#8211; e la monolitica univocit\u00e0 del rito tridentino, solo in latino e senza adattamenti di sorta.<\/span><\/span><\/p>\n<p align=\"justify\"><span style=\"font-family: 'Courier New', monospace\"><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\"><span>c) <\/span><\/span><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\"><span><i>La questione pastorale: garanzia di comunione ecclesiale e\/o libert\u00e0 di rito?<\/i><\/span><\/span><\/span><\/p>\n<p align=\"justify\"><span style=\"font-family: 'Courier New', monospace\"><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\"><span> Nell&#8217;anno 2001, in un Convegno svoltosi nell&#8217;Abbazia di Fontgombault, J. Ratzinger, allora Cardinale Prefetto della Congregazione della Fede, sosteneva che l&#8217;auspicabile estensione del rito tridentino nell&#8217;uso ecclesiale doveva essere temperata dalla garanzia episcopale della unit\u00e0 liturgica nella diocesi<\/span><\/span><sup><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\"><span><a href=\"#sdfootnote5sym\" name=\"sdfootnote5anc\"><sup>5<\/sup><\/a><\/span><\/span><\/sup><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\"><span>. SP abolisce le logiche dell&#8217;indulto del 1984 e del 1988 &#8211; che attribuivano all&#8217;autorit\u00e0 episcopale locale la possibilit\u00e0 di concedere le autorizzazione necessarie per fare eccezione ad una regola chiara. Tale logica si fondava appunto sulla ammissione che un solo rito \u00e8 vigente, mentre un altro ha una praticabilit\u00e0 limitata, problematica e condizionata, che fa eccezione alla sua normale condizione di &#8220;rito non pi\u00f9 in vigore&#8221;. Aver modificato la logica, sostituendola con il parallelismo tra due &#8220;usi&#8221; (o forme) del medesimo rito, pone di bel nuovo la questione: come potranno i vescovi assicurare la comunione ecclesiale sul piano litrugico, discernendo tra uso ordinario e uso extra-ordinario? In che modo potranno impedire che si crei un biritualismo conflittuale e che si introducano cos\u00ec divisioni, dissidi e incomprensioni nel corpo ecclesiale, non solo in ambito liturgico, ma anche nella catechesi, nella formazione, nella testimonianza, nella carit\u00e0? Il dettato del documento rimane sul tema molto vago &#8211; per non dire insensibile -, attribuendo per di pi\u00f9 una competenza dirimente &#8211; che scavalca le competenze ordinarie della Congregazione per il Culto &#8211; alla Commissione <\/span><\/span><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\"><span><i>Ecclesia Dei<\/i><\/span><\/span><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\"><span>, che nella sua storia recente non pare affatto accreditarsi come organo sufficientemente &#8220;super partes&#8221;. Se leggiamo la breve ma autorevole prefazione che il suo Presidente, il Card. Castrillon Hojos, ha scritto alla riedizione del &#8220;Compendio di Liturgia pratica&#8221; dell&#8217;indimenticabile Trimeloni, restiamo illuminati dalla perfetta mancanza di senso della storia, cui rimedia un ragguardevole <\/span><\/span><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\"><span><i>sense of humour<\/i><\/span><\/span><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\"><span>.<\/span><\/span><\/span><\/p>\n<p align=\"justify\"><span style=\"font-family: 'Courier New', monospace\"><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\"><span>d) <\/span><\/span><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\"><span><i>La questione liturgica: dalla Riforma necessaria alla Riforma accessoria?<\/i><\/span><\/span><\/span><\/p>\n<p align=\"justify\"><span style=\"font-family: 'Courier New', monospace\"><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\"><span> Sia le interviste che hanno anticipato e accompagnato il documento, sia il tenore della stessa LV, ripetono insistentemente la assenza di ogni intento critico nei confronti della Riforma Liturgica realizzata in seguito alle direttive del Vaticano II. E di questo non si pu\u00f2 dubitare, almeno per quanto riguarda le intenzioni profonde che animano il documento. Circa gli effetti obiettivi, tuttavia, nessuno potr\u00e0 negare che la Riforma Liturgica, in seguito alla pubblicazione di SP, rischia di vedere potentemente relativizzato il proprio significato e la propria storica portata. Non sarebbe pi\u00f9 in grado di indicare la via maestra della celebrazione, della formazione, della spiritualit\u00e0, della edificazione, ma rappresenterebbe solo una aggiunta &#8211; pur ragguardevole &#8211; ad una tradizione precedente, che si ristabilirebbe intatta, con tutti i suoi riti e i suoi calendari, come se nulla fosse, aggiornando gli orologi ecclesiali al 1962. La Chiesa potr\u00e0 vivere, contemporaneamnete, nel 2007 e nel 1962, subordinando la scelta non alla discrezione del vescovo, ma alla decisione dei fedeli e\/o alla scelta &#8220;libera&#8221; del singolo presbitero. La Riforma liturgica, che aveva la necessit\u00e0 di riformare il rito romano tridentino per garantire la partecipazione attiva, risulterebbe cos\u00ec ridotta ad una semplice possibilit\u00e0 eventuale e ulteriore, incapace di incidere sulla tradizione &#8220;antica&#8221; e &#8220;alta&#8221; della messa, che risulterebbe cos\u00ec &#8220;irreformabile&#8221;. Una tale ipotesi di impatto effettuale del Motu proprio costituirebbe, a tutti gli effetti, una rilettura riduttiva e caricaturale delle intenzioni e delle profezie conciliari. Essa potrebbe correre il rischio di dimenticare che i nn. 47-57 di <\/span><\/span><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\"><span><i>Sacrosanctum Concilium<\/i><\/span><\/span><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\"><span> chiedono di riscoprire nell&#8217;eucaristia la ricchezza biblica, l&#8217;omelia, la preghiera dei fedeli, la lingua volgare, l&#8217;unit\u00e0 delle due mense, la comunione sotto le due specie e la concelebrazione. Si deve invece ricordare &#8211; e quasi si dovrebbe scrivere a chiare lettere sugli stipiti di tutte le sacrestie &#8211; che neppure uno solo di questi sette elementi si trova nel rito tridentino e che per renderlo nuovamente presente \u00e8 stato necessario procedere alla sua riforma, per consentire al rito romano di ritrovare solo cos\u00ec una ricchezza altrimenti perduta. La libert\u00e0 che domani si vorrebbe garantire vorrebbe essere la libert\u00e0 di tornare ad essere poveri di parola biblica, poveri di omelia, poveri di preghiere dei fedeli, poveri di lingua volgare, poveri di comunione sotto le due specie e poveri di concelebrazione? Quale Chiesa potrebbe privarsi oggi di queste ricchezze senza perdere molto, moltissimo della sua capacit\u00e0 di testimonianza? E perch\u00e9 mai, in questo caso, la legge dovrebbe essere percepita come &#8220;pura regolazione dell&#8217;esistente&#8221;, senza assumerne tutta la potenza pedagogica e formativa, che in altri casi \u00e8 stata tanto invocata e sottolineata?<\/span><\/span><\/span><\/p>\n<p align=\"justify\"><span style=\"font-family: 'Courier New', monospace\"><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\"><span>e) <\/span><\/span><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\"><span><i>La questione &#8220;di fatto&#8221;: chi sar\u00e0 in grado di celebrare nel &#8220;rito antico&#8221;?<\/i><\/span><\/span><\/span><\/p>\n<p align=\"justify\"><span style=\"font-family: 'Courier New', monospace\"><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\"><span> Diceva Chesterton, &#8220;quando entrano in chiesa, i cristiani si levano il cappello, non la testa&#8221;. E avere la testa sulle spalle, per il senso comune, significa anche non lasciarsi trasportare troppo dalle astrazioni o dalla immaginazione, per quanto sorrette dal desiderio. A furia di parlare di un &#8220;altro rito&#8221; \u00e8 possibile convincersi che esso sia una cosa direttamente fruibile e gestibile, <\/span><\/span><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\"><span><i>semper et ubique,<\/i><\/span><\/span><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\"><span> da chichessia. In realt\u00e0, se si osa confrontarsi con la realt\u00e0 delle cose, non \u00e8 cos\u00ec e cos\u00ec non potr\u00e0 mai essere. Si pu\u00f2 presiedere o assistere al rito &#8220;antico&#8221; solo se si \u00e8 stati accuratamente formati a ci\u00f2, come ammette lucidamente LV. La difficolt\u00e0 radicale di questa ipotesi sta scritta irreversibilmente nella storia effettuale della Chiesa degli ultimi 40 anni. Da 40 anni noi formiamo i cristiani e gli stessi preti &#8211; almeno nel 95% delle diocesi &#8211; secondo le lingue, le culture, le teologie e le spiritualit\u00e0 scritte nei gesti e nei silenzi, nei testi e negli stili, nei riti e nei canti della nuova liturgia. Ci\u00f2 \u00e8 tanto vero per le menti e talmente radicato nei corpi, da portarci a credere che se domani qualche cristiano in buona coscienza si recher\u00e0 dal proprio parroco, per chiedere la celebrazione della messa secondo il rito di Pio V, potr\u00e0 sentirsi rispondere, in totale buona fede: &#8220;Mi perdoni, ma non ne sono capace: questa non \u00e8 n\u00e9 la Chiesa n\u00e9 la liturgia in cui ho imparato a credere, a vivere e a pregare&#8221;. Noi tutti, che siamo stati formati dopo il Concilio Vaticano II &#8211; e siamo ormai la stragrande maggioranza nella Chiesa &#8211; siamo &#8220;oltre&#8221; la messa di Pio V: lo si voglia o no, indietro non si torna. Nella pastolare ordinaria della stragrande maggioranza delle diocesi non si d\u00e0 pi\u00f9 alcun &#8220;uso antico&#8221; realisticamente praticabile.<\/span><\/span><\/span><\/p>\n<p align=\"justify\"><span style=\"font-family: 'Courier New', monospace\"><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\"><span>4. <\/span><\/span><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\"><span><i>Un bilancio aperto e accorato<\/i><\/span><\/span><\/span><\/p>\n<p align=\"justify\"><span style=\"font-family: 'Courier New', monospace\"><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\"><span> Di recente, in un articolo favorevole al ripristino della &#8220;messa antica&#8221; (La Repubblica, 3\/7\/07), Ren\u00e9 Girard affermava: &#8220;l&#8217;unit\u00e0 porta conflitto, il pluralismo porta la pace&#8221;<\/span><\/span><sup><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\"><span><a href=\"#sdfootnote6sym\" name=\"sdfootnote6anc\"><sup>6<\/sup><\/a><\/span><\/span><\/sup><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\"><span>. Benedetto XVI direbbe che questo \u00e8 &#8220;relativismo&#8221;. Ma se leggiamo SP, non troviamo in fondo un argomento molto simile? Non sar\u00e0 invece che l&#8217;unit\u00e0 possa garantire una certezza di comunione, che invece la pluralit\u00e0 potr\u00e0 scalfire, insinuando in ognuno la tentazione di essere l&#8217;unica e &#8220;vera&#8221; Chiesa? E non potrebbe essere, forse, che proprio questa svolta tradizionale della liturgia ecclesiale si lasci comprendere come una logica insolitamente liberale e secolarizzata del suo linguaggio e del suo pensiero? La libera scelta, in liturgia, non potrebbe essere letta da qualcuno come &#8220;indifferenza&#8221; verso la liturgia e come l&#8217;affermarsi di una sorta di &#8220;gnosi cristiana&#8221;?<\/span><\/span><\/span><\/p>\n<p align=\"justify\"><span style=\"font-family: 'Courier New', monospace\"><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\"><span> Non certo sul piano delle intenzioni, ma sul piano di questa obiettiva e indiscutibile potenzialit\u00e0 dissonante di SP rispetto alla prospettive della Riforma liturgica, la teologia e la pastorale, rispettosamente critiche e criticamente rispettose, non possono non sollevare il proprio legittimo e leale rilievo critico: perch\u00e9 la comunione della chiesa non subisca un grave <\/span><\/span><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\"><span><i>vulnus<\/i><\/span><\/span><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\"><span> liturgico e perch\u00e9 la liturgia possa continuare ad essere <\/span><\/span><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\"><span><i>culmen et fons<\/i><\/span><\/span><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\"><span> e non mera esplicazione variabile e negoziabile della <\/span><\/span><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\"><span><i>lex credendi<\/i><\/span><\/span><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\"><span>.<\/span><\/span><\/span><\/p>\n<p align=\"justify\"><span style=\"font-family: 'Courier New', monospace\"><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\"><span> Per tutti questi motivi, a me pare che la nobile intenzione di riportare la pace e la concordia nella liturgia cattolica abbia impiegato strumenti talmente &#8220;moderni&#8221; e &#8220;arditi&#8221;, da potersi prestare a letture che minacciano di compromettere gravemente la storia di questi ultimi 40 anni di Movimento Liturgico. In effetti, se dobbiamo essere d&#8217;accordo sulla esigenza che il Movimento Liturgico non \u00e8 finito con il Concilio Vaticano II e con la Riforma, ma che continui anche dopo questi eventi, ci\u00f2 si giustifica proprio in nome di una &#8220;tradizione&#8221; che ha bisogno non solo della difesa ad oltranza di un passato acquisito, ma anche della insostituibile ricchezza di un presente complesso e di un futuro aperto: &#8220;il persistere in una forma della liturgia di cui si pretende l&#8217;immutabilit\u00e0 pu\u00f2 certo soddisfare il forte desiderio psico-religioso di continuit\u00e0, ma non pu\u00f2 realizzare l&#8217;esigenza di cogliere &#8216;l&#8217;ora della grazia&#8217;&#8221;<\/span><\/span><sup><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\"><span><a href=\"#sdfootnote7sym\" name=\"sdfootnote7anc\"><sup>7<\/sup><\/a><\/span><\/span><\/sup><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\"><span>. Lo &#8220;sviluppo organico&#8221; della tradizione liturgica comporta inevitabili &#8220;svolte&#8221;, con una continuit\u00e0 che ha bisogno di alcune vitali discontinuit\u00e0. Come accade alle generazioni &#8211; dove il figlio \u00e8 pienamente figlio solo quando il padre non c&#8217;\u00e8 pi\u00f9 &#8211; un rito di Paolo VI, che avesse sempre accanto il rito di Pio V, resterebbe perennemente infantile e fragile; mentre un rito di Pio V che non si rassegnasse a perdersi nel figlio, cadrebbe in un paternalismo invadente e in un moralismo senza vera fiducia. <\/span><\/span><\/span><\/p>\n<p align=\"justify\"><span style=\"font-family: 'Courier New', monospace\"><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\"><span> Se si volesse negare questo provvidenziale stacco, allora SP, che pure non manifesta mai questa intenzione, si presterebbe troppo facilmente ad essere letto &#8211; precisamente in questo salto tra &#8220;realt\u00e0 virtuale&#8221; e realt\u00e0 reale &#8211; come un avallo ad una lettura della tradizione non dinamica, ma statica, non vitale, ma monumentale e archeologica: dove nulla si perde, tutto si accumula, ma niente \u00e8 pi\u00f9 vivo. E a ragione, per scongiurare letture di questo tipo, bisognerebbe ricorrere a quello che M. Blondel diceva, 100 anni or sono, a difesa della dinamicit\u00e0 costitutiva della tradizione: &#8220;Invece di pensare che l&#8217;idea di sviluppo, che preoccupa tanti credenti, sia eterodossa, \u00e8 il fissismo &#8230; ad essere una eresia virtuale&#8221;<\/span><\/span><sup><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\"><span><a href=\"#sdfootnote8sym\" name=\"sdfootnote8anc\"><sup>8<\/sup><\/a><\/span><\/span><\/sup><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\"><span>. Distinguendo tra <\/span><\/span><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\"><span><i>lex orandi<\/i><\/span><\/span><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\"><span> \u00e8 &#8220;usi&#8221; della stessa <\/span><\/span><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\"><span><i>lex<\/i><\/span><\/span><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\"><span>, il Motu Proprio apre la possibilit\u00e0 di subire su di s\u00e9 il medesimo trattamento: altra cosa \u00e8 ci\u00f2 che dice, e altro sar\u00e0 l&#8217;uso che probabilmente se ne vorr\u00e0 fare: potremmo aspettarci, anche per SP, un &#8220;uso extra-ordinario&#8221; del suo dettato in termini accentuatamente tradizionalistici?<\/span><\/span><\/span><\/p>\n<p lang=\"en-US\" align=\"justify\"><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\"><span> Dio non voglia che una ardita ricostruzione di una realt\u00e0 virtuale, come quella disegnata da SP, possa dare un sostegno oggettivo e implicito &#8211; e quasi un eccesso di autorevolezza &#8211; non a pacificazioni reali, ma ad &#8220;eresie virtuali&#8221;.<\/span><\/span><\/p>\n<div id=\"sdfootnote1\">\n<p align=\"justify\"><a href=\"#sdfootnote1anc\" name=\"sdfootnote1sym\">1<\/a><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\"><span>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0<\/span><\/span><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\"><span>Il canone 20 del <\/span><\/span><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\"><span><i>Codex Juris Canonici<\/i><\/span><\/span><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\"><span> recita: &#8220;Lex posterior abrogat priorem aut eidem derogat, si id expresse edicat aut illi sit directe contraria, aut totam de integro ordinet legis prioris materiam&#8221;. Coerentemente con questo principio, la Risposta della Congregazione per il Culto Divino del 3 luglio 1999 (prot. 1411\/99) dice esplicitamente: &#8220;Il Messale Romano approvato e promulgato per autorit\u00e0 del Papa Paolo VI&#8230;\u00e8 <\/span><\/span><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\"><span><i>l&#8217;unica forma in vigore di celebrazione del Santo Sacrificio secondo il Rito Romano, in virt\u00f9 dell&#8217;unico diritto liturgico generale<\/i><\/span><\/span><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\"><span>&#8220;. <\/span><\/span><\/p>\n<\/div>\n<div id=\"sdfootnote2\">\n<p align=\"justify\"><a href=\"#sdfootnote2anc\" name=\"sdfootnote2sym\">2<\/a><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\"><span>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0<\/span><\/span><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\"><span>Gi\u00e0 25 anni fa, quando un monaco inglese scriveva al Cardinale Siri di Genova, chiedendogli come si dovesse comportare in campo liturgico nel dubbio tra vecchio e nuovo rito, egli rispondeva: &#8220;Il potere col quale Pio V ha fissato la sua riforma liturgica \u00e8 lo stesso potere di Paolo VI. L&#8217;aver riformato l&#8217;<\/span><\/span><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\"><span><i>Ordo<\/i><\/span><\/span><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\"><span> implica la sua sostituzione all&#8217;antico.&#8221; (lettera del 6\/9\/1982). <\/span><\/span><\/p>\n<p lang=\"en-US\" align=\"justify\">\n<\/div>\n<div id=\"sdfootnote3\">\n<p align=\"justify\"><a href=\"#sdfootnote3anc\" name=\"sdfootnote3sym\">3<\/a><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\"><span>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0<\/span><\/span><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\"><span>Aureli Augustini, <\/span><\/span><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\"><span><b>De ord.<\/b><\/span><\/span><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\"><span> II, 26. &#8220;Per imparare dobbiamo avere due guide: l&#8217;autorit\u00e0 e la ragione. L&#8217;autorit\u00e0 ha un primato temporale, la ragione un primato sostanziale&#8221;. <\/span><\/span><\/p>\n<\/div>\n<div id=\"sdfootnote4\">\n<p align=\"justify\"><a href=\"#sdfootnote4anc\" name=\"sdfootnote4sym\">4<\/a><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\"><span>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0<\/span><\/span><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\"><span>Si pu\u00f2 fare un solo esempio: se iniziare la messa &#8220;senza il popolo&#8221; oppure &#8221; quando il popolo si \u00e8 radunato&#8221; \u00e8 indifferente per la teologia eucaristica, ci\u00f2 significa, nella sostanza, che l&#8217;azione liturgica non ha nulla da dire alla teologia del sacramento, e che la teologia \u00e8 sostanzialmente autonoma rispetto alla liturgia. <\/span><\/span><\/p>\n<\/div>\n<div id=\"sdfootnote5\">\n<p align=\"justify\"><a href=\"#sdfootnote5anc\" name=\"sdfootnote5sym\">5<\/a><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\"><span>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0<\/span><\/span><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\"><span>Cfr. <\/span><\/span><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\"><span><i>Autour de la question liturgique. Avec le Cardinal Ratzinger<\/i><\/span><\/span><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\"><span>, Actes des Journ\u00e9es liturgiques de Fontgombault 22-24 Juillet 2001, Association Petrus a Stella, Fontgombault, 2001. <\/span><\/span><\/p>\n<\/div>\n<div id=\"sdfootnote6\">\n<p align=\"justify\"><a href=\"#sdfootnote6anc\" name=\"sdfootnote6sym\">6<\/a><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\"><span>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0<\/span><\/span><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\"><span>La paradossale lettura che Girard propone del provvedimento papale giunge al suo culmine quando ne sintetizza cos\u00ec il pensiero: &#8220;Se si fanno delle regole assolute si pu\u00f2 star certi che si verificher\u00e0 un conflitto. Se invece non si impone una normativa rigida, non ci saranno scontri perch\u00e9 non ci saranno discussioni: semplicemente non ne parler\u00e0 nessuno. La Messa \u00e8 una di quelle materie che non dovrebbero essere oggetto di regolamenti amministrativi&#8221;! E&#8217; evidente che Benedetto XVI si trovi comunque a una certa distanza da queste conclusioni. <\/span><\/span><\/p>\n<\/div>\n<div id=\"sdfootnote7\">\n<p align=\"justify\"><a href=\"#sdfootnote7anc\" name=\"sdfootnote7sym\">7<\/a><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\"><span>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0<\/span><\/span><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\"><span>A. Angenendt, <\/span><\/span><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\"><span><i>Liturgia e storia. Lo sviluppo organico in questione<\/i><\/span><\/span><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\"><span>, Assisi, Cittadella, 2005, 239. <\/span><\/span><\/p>\n<\/div>\n<div id=\"sdfootnote8\">\n<p align=\"justify\"><a href=\"#sdfootnote8anc\" name=\"sdfootnote8sym\">8<\/a><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\"><span>\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0<\/span><\/span><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\"><span>M. Blondel, <\/span><\/span><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\"><span><i>Storia e dogma. Le lacune filosofiche dell&#8217;esegesi moderna<\/i><\/span><\/span><span style=\"font-family: Tahoma, sans-serif\"><span>, Brescia, Queriniana, 1992, 119.\u00a0<\/span><\/span><\/p>\n<\/div>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Ad un decennio dalla pubblicazione del Motu Proprio &#8220;Summorum Pontificum&#8221; (7 luglio 2007), ripubblico il commento a caldo che scrissi per &#8220;Il Regno&#8221; nel luglio di quell&#8217;anno e che fu pubblicato con il titolo: A&#8230;.<\/p>\n","protected":false},"author":7,"featured_media":0,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":[],"categories":[50],"tags":[],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/12034"}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/users\/7"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=12034"}],"version-history":[{"count":3,"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/12034\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":12038,"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/12034\/revisions\/12038"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=12034"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=12034"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=12034"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}