{"id":11908,"date":"2017-06-10T16:30:13","date_gmt":"2017-06-10T14:30:13","guid":{"rendered":"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/?p=11908"},"modified":"2017-06-11T14:11:21","modified_gmt":"2017-06-11T12:11:21","slug":"aaaiii","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/aaaiii\/","title":{"rendered":"aaaiii"},"content":{"rendered":"<p>Una generazione fa circolava la miscela inglese\/internet\/impresa (iii), miracolosa anche per i capelli. I fatti, per chi ci bada, hanno dimostrato ci\u00f2 che gi\u00e0 allora era evidente. L\u2019inglese comunica a altri qualcosa che di per s\u00e9 non fornisce; internet pure; l\u2019impresa progetta e produce per altri. L\u2019alterit\u00e0, appresa attentamente (aaa), d\u00e0 senso e valore a iii.<br \/>\nIn Italia lo sappiamo per esperienza e nel contesto globale lo conferma Edmund Phelps, economista Nobel 2006, intervistato da Marie Charrel.  Alla domanda se la minore crescita sia una conseguenza della crisi, risponde \u00abnon solo. La crescita ha cominciato a rallentare negli anni 1980, molto prima della grande recessione del 2008. Oggi persino nei paesi con pieno impiego, come gli Stati Uniti, l\u2019aumento dei salari \u00e8 minimo, e molti dei nuovi impieghi sono di pessima qualit\u00e0. Molti economisti se ne sono occupati. Secondo me la causa \u00e8 essenzialmente il rallentamento dell\u2019innovazione nelle industrie tradizionali, specie dei beni di consumo, perno dell&#8217;occupazione. Alcuni obiettano che le imprese del settore digitale innovano. Ma nell\u2019economia il loro peso \u00e8 limitato\u00bb. E le industrie tradizionali hanno smesso di innovare perch\u00e9 \u00abmolte sono divenute oligopolistiche, talora addirittura monopoliste. Ne risulta impedito l\u2019emergere di imprese pi\u00f9 piccole, capaci di innovazioni suscettibili di minacciare i monopoli. In altre parole: la concentrazione soffoca le nuove idee. A ci\u00f2 si aggiungono i regolamenti e le norme restrittive talvolta eccessivi introdotti dagli Stati \u2013 anche se lo fanno per motivi lodevoli come la protezione dei posti di lavoro. Penso infine che la cultura dell\u2019innovazione si \u00e8 deteriorata. La libert\u00e0 di pensare, la creativit\u00e0, l\u2019immaginazione non sono pi\u00f9 gran che favorite dai nostri sistemi educativi, troppo rivolti alla prestazione\u00bb. Per ridare dinamica alla crescita bisogna perci\u00f2 \u00abcambiare la scuola per ridare spazio all\u2019immaginazione e allo spirito di scoperta. Ancora pi\u00f9 fondamentale \u00e8 che i governi combattano i monopoli, specie nel settore bancario. Persino nella Silicon Valley alcune imprese sono a un passo dal divenire onnipotenti. Non \u00e8 semplice. Ma \u00e8 il miglior modo per favorire l\u2019innovazione in produzione e consumo\u00bb [\u00abTrump a une vision erron\u00e9e de l\u2019\u00e9conomie\u00bb, LE MONDE \u00c9CO&amp;ENTREPRISE, 4-5-6\/06\/2017, p. 3].<br \/>\nIlluminante testimonianza di aaa \u00e8 la telefonata di Roberta a Prima Pagina (RADIO3RAI, 5 giugno 2017) a margine della questione del diritto di voto per i residenti all\u2019estero. Chimica, lavora a Londra da nove anni, \u00e8 molto apprezzata come di solito i giovani laureati italiani all\u2019estero. Guadagna molto pi\u00f9 che in Italia, ma le spese sono tali che l\u00e0 non avrebbe potuto pagarsi gli studi universitari di qualit\u00e0 fatti in Italia in un pur piccolo ateneo. Vantaggio competitivo globale, aaa \u00e8 monetizzabile e anzitutto utile per capire e gestire derive globali in apparenza caotiche: qui l\u2019alterit\u00e0 \u00e8 il deposito di pensiero di molti studiosi che hanno visto lontano, l\u2019apprendimento \u00e8 prestarvi attenzione.<br \/>\nUn filone d\u2019oro \u00e8 il lavoro di Susan Strange, economista morta prematuramente nel 1998, docente alla London School of Economics and Political Science e all\u2019European University Institute di Firenze. Il suo THE RETREAT OF THE STATE. THE DIFFUSION OF POWER IN THE WORLD ECONOMY [Cambridge 1996] \u00e8 stato tradotto con il titolo CHI GOVERNA L&#8217;ECONOMIA MONDIALE? [il Mulino, 1998]. Nel titolo originale la ritirata dello stato e la diffusione del potere nell\u2019economia mondiale sono le due facce del nostro presente, allora mascherato da new economy. \u00abAl centro dell\u2019economia politica internazionale esiste un vuoto, un vuoto non riempito in modo adeguato da istituzioni intergovernative o da un potere egemonico che eserciti una leadership nel comune interesse. La polarizzazione degli stati fra coloro i quali mantengono un qualche controllo sui propri destini e quelli che sono di fatto incapaci di esercitare tale controllo non consiste in un gioco a somma zero. Ci\u00f2 che alcuni hanno perso non \u00e8 stato guadagnato da altri. La diffusione dell\u2019autorit\u00e0 oltre i governi nazionali ha lasciato aperta una voragine di non-autorit\u00e0, che potremmo chiamare non-governo\u00bb [p. 36].<br \/>\nDi conseguenza, \u00aboggi \u00e8 molto pi\u00f9 incerto che lo stato \u2013 o, se non altro, la stragrande maggioranza degli stati \u2013 possa ancora pretendere dai cittadini una qualche lealt\u00e0 sostanzialmente maggiore di quella destinata alla famiglia, all\u2019azienda, al partito politico o perfino in alcuni casi alla locale squadra di calcio. Sono eccezioni pochi stati la cui stessa sopravvivenza \u00e8 sottoposta a grave e diretta minaccia \u2013 Israele, Cecenia, forse Corea del Nord\u00bb [p. 115]. \u00abCi\u00f2 che \u00e8 nuovo e inconsueto \u00e8 che tutti \u2013 o quasi tutti \u2013 gli stati dovrebbero attraversare un mutamento sostanziale simile nello stesso ristretto arco di tempo di venti o trent\u2019anni. L\u2019ultima volta che si verific\u00f2 qualcosa di analogo a tutto ci\u00f2 fu in Europa, quando gli stati basati su di un sistema feudale a produzione agricola si adeguarono al sostentamento locale, dando inizio a stati fondati su di un sistema capitalista a produzione industriale destinata al mercato. Il processo di cambiamento si diffuse per almeno due o tre secoli e si sta realizzando solo oggi in alcune parti dell\u2019Europa orientale e meridionale. Nell\u2019ultima parte del ventesimo secolo, il cambiamento non si \u00e8 limitato all\u2019Europa e ha preso piede con sconcertante rapidit\u00e0\u00bb [p. 135].<br \/>\n\u00abAncora una volta, la storia \u00e8 una buona guida. Questa non \u00e8 la prima volta in cui le trasformazioni economiche hanno comportato una ridistribuzione di reddito a livello della societ\u00e0. E in altre occasioni, con il passaggio da ricchezza e occupazione quali effetti dell\u2019agricoltura a ricchezza e occupazione quali effetti dell\u2019attivit\u00e0 manifatturiera, i risultati sono stati protesta politica e tenace opposizione. Possiamo aspettarcelo ancora una volta. Ma come in passato, i luddisti, i cartisti e tutti gli altri sconfitti dal cambiamento e dalla ridistribuzione non riusciranno a invertire la tendenza. Le politiche statali possono contribuire a mitigare e rallentare l\u2019aggiustamento. Esse non ne eviteranno la necessit\u00e0. E il sistema economico, come in passato, ne beneficer\u00e0. Altri nuovi produttori di ricchezza significano altri nuovi consumatori. La domanda addizionale stimoler\u00e0 ulteriori investimenti e maggiore occupazione, sebbene non sempre negli stessi luoghi o per gli stessi soggetti che in passato\u00bb [pp. 276-7].<br \/>\n\u00abSe, di fatto, ci\u00f2 che oggi ci si presenta non fosse tanto un immaginifico sistema di global governance, quanto piuttosto un decrepito agglomerato di fonti di autorit\u00e0 in conflitto, anche noi avremmo lo stesso problema di Pinocchio. Dove sono le origini di obbedienza, lealt\u00e0, identit\u00e0? Non sempre, chiaramente, nella stessa direzione. A volte nel governo di uno stato. Ma altre volte in una impresa o in un movimento sociale che operi attraverso le frontiere territoriali. A volte in una famiglia o in una generazione; a volte in persone che condividono un lavoro o una professione. Con la conclusione della guerra fredda e il trionfo dell\u2019economia di mercato, si \u00e8 verificata nuovamente una assenza di valori assoluti. In un mondo di autorit\u00e0 molteplice e diffusa ognuno di noi condivide il problema di Pinocchio; le nostre coscienze individuali sono la nostra sola e unica guida\u00bb [p. 285].<br \/>\nNel 1998 in MAD MONEY [trad.it. DENARO IMPAZZITO, Edizioni di comunit\u00e0 1999] Susan Strange \u00e8 pi\u00f9 precisa. \u00abPer concludere, l\u2019oggetto ultimo del nostro discorso sono i valori relativi e le preferenze della societ\u00e0 \u2013 ad esempio, la tendenza a preferire l\u2019equit\u00e0 e la stabilit\u00e0 alla massimizzazione della ricchezza, e la qualit\u00e0 della crescita economica alla sua dimensione quantitativa\u00bb. \u00abI conflitti tra monetaristi e fautori dell\u2019economia di mercato, da una parte, e keynesiani e fautori dell\u2019intervento dello Stato dall\u2019altra, non sono di natura tecnica, ma politica. E le scelte politiche sono determinate dall\u2019esperienza delle persone\u00bb. \u00abPertanto, forse il denaro dovr\u00e0 impazzire sempre pi\u00f9 e far sentire le sue conseguenze negative fino in fondo prima che la gente si decida, sulla base dell\u2019esperienza, a cambiare le proprie preferenze politiche\u00bb [p. 285].<br \/>\n\u201cFino in fondo\u201d ha due significati intrecciati: fino alle ultime disastrose conseguenze e fino alla base della societ\u00e0, noi comuni cittadini qui e ora. Come?  Qui abbiamo la risorsa degli studi di Jacques de Saint Victor, ordinario di storia del diritto e delle idee politiche all\u2019Universit\u00e9 Paris-VIII e visiting professor all\u2019Universit\u00e0 Roma III [UN POUVOIR INVISIBLE, Gallimard 2012, trad.it. PATTI SCELLERATI, UTET 2013]. \u00abPer molto tempo, i pensatori liberali del XX secolo hanno creduto che la democrazia non sarebbe stata in grado di resistere alla brutalit\u00e0 del totalitarismo sovietico. Si sbagliavano. Dopo la caduta del Muro e soprattutto dopo l\u201911 settembre, molti si sono persuasi che la principale minaccia per il mondo libero fosse il terrorismo. Questo pericolo esiste, certo, ma ce n\u2019\u00e8 anche un altro che corrode in profondit\u00e0 i nostri regimi; e tuttavia tale pericolo rimane in parte invisibile e in parte non riconoscibile, giacch\u00e9 \u00e8 difficile ammettere che la vera sfida non \u00e8 pi\u00f9 esterna al sistema, bens\u00ec perfettamente inerente a esso. Siamo giunti a una svolta importante nella storia del capitalismo e della democrazia, che mette duramente alla prova le nostre ingenue illusioni successive al 1989. La minaccia viene ormai dallo straripamento delle logiche predatorie\u00bb [pp. 411-2]. Ricordate? \u00abLa Lega lombarda auspicava una Italia federale, divisa in tre zone, intendendo implicitamente che quella meridionale sarebbe stata affidata alla mafia. Un intellettuale della Lega, il professor Gianfranco Miglio, un accademico milanese che aveva contribuito a far conoscere in Italia il pensiero di Karl Schmitt, si dichiarava apertamente favorevole al \u201cmantenimento della mafia e della \u2018ndrangheta al Sud\u201d, precisando sibillinamente: \u201cIo non voglio ridurre il Meridione al modello europeo, sarebbe una assurdit\u00e0. Esiste anche un clientelismo buono, che pu\u00f2 determinare la crescita economica\u201d\u00bb [p. 336, la citazione di Miglio \u00e8 da IL GIORNALE, 20\/03\/1999: \u00abNon mi fecero ministro perch\u00e9 avrei distrutto la Repubblica\u00bb]. \u00abDa una parte, a livello locale \u00e8 pi\u00f9 facile infiltrarsi che a livello nazionale; dall\u2019altra, a seguito della politica di austerit\u00e0 fiscale e del decentramento accelerato degli anni ottanta (in particolare nel settore della sanit\u00e0), ormai le decisioni finanziarie vengono prese molto vicine alla base. Il presidente della regione Sicilia, per esempio, dispone di pi\u00f9 poteri e di pi\u00f9 fondi di qualsiasi ministro. La mafia cercher\u00e0 dunque, prima di tutto, di infiltrarsi nei consigli comunali o regionali, dove viene spesa una buona parte del debito pubblico. Infine, la nuova moda manageriale degli anni ottanta-novanta, consistente nel delegare al settore privato servizi che prima spettavano all\u2019operatore pubblico (secondo la procedura detta outsourcing), ha fatto la fortuna delle imprese controllate dalla mafia\u00bb [p. 341]. Ma non siamo i soli, n\u00e9 i primi.<br \/>\n\u00abDopo le prime leggi di deregulation degli anni di Reagan (Garn-St. Germain Act, 1982), pensate per incentivare la crescita, le pratiche di una certa finanza sospetta hanno continuato a fare parlare di s\u00e9. Alla fine degli anni ottanta, molte casse di risparmio (Saving &amp; Loans) sprofondarono in una serie di clamorosi fallimenti, i primi di una lunga fila di catastrofi finanziarie che culmin\u00f2 in quella dei subprime. La crisi degli anni ottanta non \u00e8 nota in Europa come quella del 2008, poich\u00e9 non ebbe una dimensione globale; cionondimeno, essa cost\u00f2 ai contribuenti americani l\u2019equivalente di tutte le spese sostenute dagli Stati Uniti durante la seconda guerra mondiale\u00bb \u00abMa la cosa pi\u00f9 interessante fu capire chi avesse saccheggiato le casse di risparmio. Tra i predatori, si trovavano quelli che i criminologi chiamano \u2018truffatori abituali\u2019, in particolare organizzazioni criminali come la famiglia mafiosa di New Orleans, il clan Marcello, oppure affaristi loschi come il finanziere Charles Keating, amico di Alan Greenspan, il quale si era fatto garante della \u2018moralit\u00e0\u2019 di quell\u2019imbroglione. Cos\u00ec non fu con la crisi dei mutui subprime, dove l\u2019ombra della mafia, per cos\u00ec dire, non c\u2019\u00e8. \u00c8 il caso di rallegrarsene? Certamente no. Le due relazioni ufficiali del Congresso su quella crisi fanno intendere che la maggior parte degli attori di Wall Street ha partecipato al disastro del 2007-2008: le attivit\u00e0 predatorie si erano diffuse al di fuori del perimetro tradizionale dei \u2018predatori abituali\u2019. Era quello che gi\u00e0 William K. Black aveva intuito al momento della crisi dei Savings &amp; Loans. Accanto ai boss mafiosi e agli \u2018avventurieri della finanza\u2019, il criminologo aveva constatato che semplici dirigenti, manager senza precedenti penali, avevano svaligiato la loro azienda allegramente e con piena cognizione di causa\u00bb [pp. 402-3].<br \/>\n\u00abCostoro hanno agito nella pi\u00f9 totale impunit\u00e0 e hanno persino avuto il coraggio di ribattere alle interrogazioni dell\u2019opinione pubblica mondiale con una provocazione: il \u2018Nuovo Mondo\u2019 si comporta male? Allora dovr\u00e0 riformarsi, dimenticare le proprie \u2018illusioni\u2019 e \u201cimparare a tollerare la disuguaglianza\u201d\u00bb [p. 410]. L\u2019affermazione \u00absarebbe di Lord Griffiths, vicepresidente di Goldman Sachs; si veda \u201cLearn to tolerate inequality\u201d, in THE TELEGRAPH, 21 ottobre 2009\u00bb [nota 53 a p. 463].<br \/>\nScegliere da quali altri apprendere con attenzione, dipende solo da noi. Non per diventare predatori abituali \u2013 \u00e8 un talento naturale \u2013 ma per non farci manipolare. Lo scriveva nel 2003 Benjamin R. Barber, professore di Civil Society alla University of Maryland: \u00abL\u2019impero della paura \u00e8 un regno senza cittadini, un dominio su spettatori, sudditi e vittime la cui passivit\u00e0 esprime impotenza e la cui impotenza genera e acuisce la paura. La cittadinanza edifica muri di attivit\u00e0 intorno alla paura: non pu\u00f2 prevenire atti di terrorismo, ma diminuisce il pedaggio psicologico da essi preteso\u00bb [FEAR\u2019S EMPIRE. WAR, TERRORISM, and DEMOCRACY, W.W. Norton, New York-London p. 216].<br \/>\n\u00c8 quanto stiamo facendo noi cittadini europei.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Una generazione fa circolava la miscela inglese\/internet\/impresa (iii), miracolosa anche per i capelli. I fatti, per chi ci bada, hanno dimostrato ci\u00f2 che gi\u00e0 allora era evidente. 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