{"id":11779,"date":"2017-03-30T17:33:46","date_gmt":"2017-03-30T15:33:46","guid":{"rendered":"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/?p=11779"},"modified":"2017-03-30T17:33:46","modified_gmt":"2017-03-30T15:33:46","slug":"la-recezione-di-amoris-laetitia-12-i-torti-e-le-ragioni-dei-canonisti-con-due-domande","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/la-recezione-di-amoris-laetitia-12-i-torti-e-le-ragioni-dei-canonisti-con-due-domande\/","title":{"rendered":"La recezione di &#8220;Amoris Laetitia&#8221; (\/12): I torti e le ragioni dei canonisti, con due domande"},"content":{"rendered":"<p><a href=\"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/ALCJC022.jpg\"><img decoding=\"async\" loading=\"lazy\" class=\"alignnone size-medium wp-image-11666\" alt=\"ALCJC02\" src=\"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/ALCJC022-300x168.jpg\" width=\"300\" height=\"168\" srcset=\"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/ALCJC022-300x168.jpg 300w, https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/ALCJC022-1024x576.jpg 1024w, https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/ALCJC022.jpg 1280w\" sizes=\"(max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/a><\/p>\n<p>Al primo apparire, un anno fa, del testo ufficiale di <i>Amoris Laetitia<\/i>, tutti hanno potuto subito registrare un diffuso imbarazzo che saliva dagli ambienti dei canonisti. Le parole pi\u00f9 dure sul testo e le incomprensioni pi\u00f9 radicali delle sue intenzioni sono venute proprio da alcuni esponenti di quegli ambienti. Forse anche a causa di un fatto non trascurabile, ossia della riforma che con <i>Motu Proprio<\/i> il papa aveva introdotto durante la fase intersinodale, nell\u2019agosto del 2015, con operativit\u00e0 a partire dall\u20198 dicembre dello stesso anno, e che molti ambienti giuridici ecclesiastici hanno vissuto e subito quasi come un \u201ccolpo di mano\u201d.<\/p>\n<p>Questo fatto ha determinato, in una larga parte degli ambienti canonistici, una sorta di \u201cpregiudizio\u201d, che si \u00e8 immediatamente tradotto in una recezione piuttosto tiepida della riforma e in un atteggiamento di sufficienza nei confronti dell\u2019intero processo sinodale e dei suoi esiti pastorali.<\/p>\n<p>Di qui una serie di conseguenze non di poco conto come:<\/p>\n<p>&#8211; una lettura formalistica della Esortazione Apostolica, che spesso, anche senza la intenzione esplicita, veniva a coincidere con le letture dogmaticamente e sistematicamente pi\u00f9 chiuse e pi\u00f9 reazionarie. Di fatto il canonista, in pi\u00f9 di un caso, ha poggiato la sua \u201ctecnica giuridica\u201d su una comprensione della Chiesa, del sacramento e della teologia del tutto inadeguata;<\/p>\n<p>&#8211; una forma di profondo scetticismo verso la riabilitazione del \u201cforo interno\u201d, che \u00e8 stato percepito come una minaccia del foro esterno e come un abbassamento del grado di \u201ccertezza del diritto\u201d dell\u2019intero sistema canonico;<\/p>\n<p>&#8211; una vera incomprensione di quella dimensione nuova \u2013 il \u201cforo pastorale\u201d &#8211; che AL introduce proprio per rispondere alle carenze che progressivamente il \u201csistema matrimoniale canonico\u201d ha manifestato, a partire dagli anni 60 del secolo scorso.<\/p>\n<p>Precisamente nell\u2019anno anniversario del primo Codice di Diritto canonico (1917-2017) i canonisti si sono trovati quasi spiazzati e scavalcati da una iniziativa pastorale senza precedenti e che facilmente sono stati portati a considerare o avventata o inefficace. Un esempio di questa difficolt\u00e0 \u00e8 apparso di recente sulle riviste, da parte di un \u201ccanonista laico\u201d, che ha mostrato con dovizia di esempi a quale livello di cecit\u00e0 possa giungere la ermeneutica canonistica di fronte ad <em>Amoris Laetitia<\/em> e al resto del pontificato di Francesco (rimando qui all&#8217;istruttivo dibattito tra Consorti e Zanotti di cui riferisco in un mio post precedente, che si pu\u00f2 leggere <a href=\"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/la-recezione-di-al-9-il-dibattito-tra-canonisti-e-la-confusione-tra-status-quo-e-diritto-divino\/\">qui<\/a>).<\/p>\n<p>Di fronte a questi sviluppi forse inattesi, mi sembra giusto indicare non solo i molti torti e ma anche alcune ragioni dei canonisti. Cui far\u00f2 seguire due domande, che possano aprire un vero dibattito intorno alle questioni giuridicamente pi\u00f9 urgenti che AL inaugura, ma non risolve.<\/p>\n<p><b>I torti dei canonisti<\/b><\/p>\n<p>Impalcati da un secolo in una struttura positivistica di rapporto con la legge, i canonisti sono diventati, decennio dopo decennio, sempre meno critici. Si sono adattati ad un ruolo meramente \u201cesecutivo\u201d, senza esercitare quella classica funzione critica che da sempre ha animato e reso vitale il corpo della Chiesa nel divenire storico delle fede e dei costumi. Il giurista che si barrica dietro il codice finisce per perdere il rapporto con la realt\u00e0. Nel caso del diritto matrimoniale canonico, una lunga tradizione di conflitto con lo Stato moderno \u2013 alla cui luce anche il Codice \u00e8 sorto e si \u00e8 strutturato \u2013 ha paralizzato ogni iniziativa critica, ha rinserrato le fila in una contrapposizione tra il canonico e il civile in cui, progressivamente, si \u00e8 perso il rapporto con le opere e i giorni di uomini e donne. Cos\u00ec, mentre ci si aspetta dai canonisti una capacit\u00e0 di lungimiranza e di discernimento superiore, quasi tutti i canonisti che sono intervenuti durante il Sinodo sapevano solo mettere in guardia dai cambiamenti, additare gli errori e configurare orizzonti apocalittici anche per il caso di piccoli mutamenti della disciplina.<\/p>\n<p>La diffusa lamentela circa la \u201cgrande confusione\u201d che AL avrebbe introdotto nella pastorale familiare dipende da una confusione quasi irrimediabile: il fine del Codice non \u00e8 ordinare le scrivanie dei canonisti, ma produrre un ordine nella vita delle \u201canime\u201d dei cristiani. La \u201cconfusione\u201d che esiste nella realt\u00e0 deve intaccare le scrivanie, per poter essere risolta. Scrivanie ordinate in un mondo confuso non sono un segno di forza, ma di drammatica debolezza.<\/p>\n<p>La rilettura delle novit\u00e0 di AL con le categorie vecchie ha prodotto in molti canonisti imbarazzo, paralisi, stizza e sconforto. Volevano una Chiesa ordinata, o almeno una scrivania ordinata: e scoprono che cos\u00ec non pu\u00f2 pi\u00f9 essere. E che spetta, anche a loro, prendersi cura del disordine e scoprirvi, dentro, un ordine nuovo, diverso, pi\u00f9 profondo.<\/p>\n<p><b>Le ragioni dei canonisti<\/b><\/p>\n<p>Nonostante questi limiti piuttosto vistosi, che riguardano \u2013 si intenda bene \u2013 non una intera categoria, ma numerosi suoi rappresentanti, una istanza vera e meritevole di attento ascolto si leva in modo pi\u00f9 o meno scomposto da queste loro reazioni. Si tratta di un punto di vista squisitamente istituzionale, di cui AL non si occupa direttamente, ma che a giusto titolo un canonista non pu\u00f2 e non deve affatto trascurare.<\/p>\n<p>Per spiegarmi cerco di dire la novit\u00e0 di <i>Amoris Laetitia<\/i> in modo sintetico, per trarne la \u201cquestione istituzionale\u201d che sta giustamente a cuore al canonista e non solo a lui. Se AL ridefinisce le condizioni complessiva di esistenza familiare all\u2019interno della Chiesa, superando una lettura \u201coggettivistica\u201d che la dottrina e il diritto canonico avevano pensato come l\u2019unica possibile e recuperando la differenza e la rilevanza delle \u201ccondizioni soggettive\u201d all\u2019interno di questo modello generale, si pone perci\u00f2 un problema nuovo. A quali condizioni daremo \u201criconoscimento intersoggettivo\u201d a queste nuove forme di \u201ccomunione familiare\u201d?<\/p>\n<p>Qui, per essere il pi\u00f9 possibile concreti, dobbiamo esemplificare. Secondo AL una coppia di \u201cdivorziati risposati\u201d, che si sia messa in cammino, che abbia percorso la sua strada di dolore e di penitenza, e che riconosca quel bene possibile al quale \u00e8 stata chiamata, pur consapevole della differenza tra questo bene possibile e il bene compiuto e pieno, cionondimeno pu\u00f2 rientrare nella pienezza della comunione ecclesiale. Questa \u201cmediazione pastorale\u201d &#8211; che accompagna, discerne e reintegra &#8211; quale conseguenze istituzionali pu\u00f2 avere? E in che modo queste conseguenze possono essere \u201criconoscibili\u201d e \u201copponibili a terzi\u201d?<\/p>\n<p>Di fatto, su questo piano, per dirla brutalmente, per il diritto civile vale il \u201csecondo matrimonio\u201d, mentre per il diritto canonico vale soltanto il \u201cprimo\u201d. Ovviamente parlo qui della ipotesi in cui il primo matrimonio non sia stato oggetto di giudizio intorno alla nullit\u00e0. Nessuno deve dubitare del fatto che il canonista, quando pone questa domanda, stia sollevando una questione non solo legittima, ma lungimirante. Ecco allora che proprio la \u201cragione canonica\u201d pu\u00f2 permetterci di recepire pienamente AL, ma solo a certe condizioni. Provo a formularle in due domande, che sottopongo alla attenzione dei canonisti.<\/p>\n<p><b>Due domande ai canonisti<\/b><\/p>\n<p>Le due domande che pongo sono, per cos\u00ec dire, incrociate: la prima scende dall\u2019alto della prassi giudiziale canonica e cerca di intercettare il \u201cforo pastorale\u201d che AL ha inaugurato; la seconda, invece, risale dal basso del \u201cforo pastorale\u201d e attende una forma di recezione formale e istituzionale garantita dalla sapienza canonica.<\/p>\n<p>La <i>prima domanda<\/i> suona cos\u00ec: siamo certi che il processo canonico per esercitare il giudizio sulla validit\u00e0 del vincolo costituisca l\u2019unica via per porre rimedio ad una condizioni di \u201csfasatura\u201d tra ideale evangelico e realt\u00e0 di vita dei soggetti? Questa procedura, che viene da lontano, ma che \u00e8 anche nata e si \u00e8 sviluppata in un contesto sociale ed ecclesiale in cui la coscienza del singolo e la storia dei soggetti poteva essere ricondotta semplicemente ad un \u201cinizio valido\u201d, pu\u00f2 continuare ad essere l\u2019unica forma consentita dall\u2019assetto sacramentale del matrimonio? Non vi \u00e8 qui un punto cieco, in cui la tradizione canonica appare paralizzata da una cattiva teologia, e una buona teologia non sa tradursi in pi\u00f9 adeguate discipline giuridiche?<\/p>\n<p>La <i>seconda domanda<\/i> suona invece cos\u00ec: non spetta forse al canonista, al di l\u00e0 della prima questione qui sollevata, provare a configurare la \u201criconoscibilit\u00e0 giuridica\u201d della condizione delle \u201cfamiglie aperte\u201d, che abbiano nuovamente ottenuto la comunione ecclesiale, ma che abbiano il problema dello \u201cstatuto giuridico\u201d della loro condizione? La \u201cdispensa\u201d dal matrimonio canonico o la \u201cmorte morale\u201d del vincolo sacramentale non potranno essere, ragionevolmente, le vie per acquisire anche formalmente la nuova condizione? I canonisti tedeschi e francesi, che hanno elaborato negli ultimi anni modelli di \u201ctraduzione canonica\u201d delle esperienze delle famiglie allargate, sono del tutto assenti dagli orizzonti del canonisti italiani? E quali ragioni, che non siano fondate in una teologia statica e autoreferenziale, possono ancora giustificare questo silenzio?<\/p>\n<p>Si tratta di due domande piuttosto rozze e formulate anche con linguaggio approssimativo, ma che cercano di cogliere due questioni su cui i canonisti penso che dovrebbero parlare piuttosto che tacere. E sono certo che la comunit\u00e0 ecclesiale abbia urgente bisogno di una parola competente e coraggiosa in questo campo delicato e decisivo. Ne va della piena recezione di AL, ossia di una recezione che colga AL non come una piccola fine, ma come un grande inizio.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Al primo apparire, un anno fa, del testo ufficiale di Amoris Laetitia, tutti hanno potuto subito registrare un diffuso imbarazzo che saliva dagli ambienti dei canonisti. 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