{"id":11469,"date":"2017-01-21T12:02:26","date_gmt":"2017-01-21T11:02:26","guid":{"rendered":"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/?p=11469"},"modified":"2017-01-21T12:04:24","modified_gmt":"2017-01-21T11:04:24","slug":"il-latino-in-liturgia-la-vera-storia-di-c-u-cortoni","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/il-latino-in-liturgia-la-vera-storia-di-c-u-cortoni\/","title":{"rendered":"&#8220;Il latino in liturgia: la vera storia&#8221; di C. U. Cortoni"},"content":{"rendered":"<p align=\"justify\"><a href=\"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/translate2.jpg\"><img decoding=\"async\" loading=\"lazy\" class=\"alignnone size-full wp-image-11442\" alt=\"translate\" src=\"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/translate2.jpg\" width=\"275\" height=\"184\" \/><\/a><\/p>\n<p align=\"justify\"><em>Una parola chiara e competente sulla vicenda del latino nella liturgia dell&#8217;occidente cristiano. Un contributo importante per la revisione di\u00a0<\/em>Liturgiam Authenticam.<\/p>\n<p align=\"justify\"><b>La liturgia latina: una tradizione che nasce dalla traduzione<\/b><\/p>\n<p align=\"justify\">di <em>Claudio Ubaldo Cortoni<\/em> (Pontificio Ateneo S. Anselmo)<\/p>\n<p align=\"justify\"><i>Liturgiam authenticam<\/i> non \u00e8 che l\u2019ultimo documento di una serie che hanno interessato la pratica della traduzione all\u2019interno della chiesa. Ma anche in questo caso vanno certamente fatte delle eccezioni, perch\u00e9 il dibattito non si arresti ancora una volta sul <i>come <\/i>tradurre, ma possa riscoprire come di <i>una necessit\u00e0 la chiesa ne ha fatta una virt\u00f9<\/i>.<\/p>\n<p align=\"justify\">Il primo passo \u00e8 quello di valutare come la chiesa, nella parte occidentale dell\u2019impero, sia arrivata all\u2019uso del latino nella liturgia, e come l\u2019utilizzo di una nuova lingua possa aver dato origine ad una tradizione autonoma:<\/p>\n<p align=\"justify\">\u00a01) La liturgia in Occidente ha dovuto cambiare repentinamente registro linguistico sotto l\u2019imperatore Decio (in carica 249-251), il quale prosegu\u00ec la riforma dai Severi, con la quale al recupero della cultura latina <i>autoctona <\/i>corrispose, nella parte occidentale dell\u2019Impero, il ritorno al lemma tradizionale latino, di fatto mettendo in crisi il bilinguismo culturale dell\u2019epoca precedente. La nuova lingua liturgica in Occidente si stabilizz\u00f2 cos\u00ec gi\u00e0 sotto papa Damaso nel 380. In questo caso la traduzione, che si rese necessaria, dalla lingua greca a quella latina, fu anche l\u2019occasione per una tradizione di trovare una delle sue molte forme, che si sono succedute lungo la storia. Infatti per giungere a quello che Floro di Lione (800 ca.-860) chiamava <i>ritus Romanus <\/i>i passaggi furono molteplici, come il loro latino che spesso lascia trasparire, nelle forme grammaticali corrotte, una lingua di partenza volgare, o almeno una nuova <i>forma mentis <\/i>a cui corrisponde un latino <i>volgare<\/i>;<\/p>\n<p align=\"justify\">\u00a02) Non \u00e8 neppure possibile pensare che le tensioni tra Girolamo e Ruffino, quando anche Agostino, possano essere equiparate all\u2019odierna preoccupazione di mantenere inalterata una presunta tradizione testuale legata ad una altrettanto particolare lingua, il latino, quando i loro problemi spesso sono di ordine dottrinale, come la liceit\u00e0 di tradurre Origene [Girolamo-Ruffino], o pastorali, come quello di non disorientare l\u2019assemblea con una nuova lezione del testo biblico [Agostino-Girolamo]. Ponendosi tutti, pi\u00f9 o meno, alla fine del processo di <i>latinizzazione<\/i> della chiesa la pratica della traduzione diventa il veicolo primo per lo sviluppo del pensiero teologico latino;<\/p>\n<p align=\"justify\">\u00a03) Se aggiungiamo alla lista Gregorio Magno, lo scrittore ecclesiastico tra due epoche, tra Tardo Antico e Alto Medioevo, scopriamo che \u00e8 stato all\u2019origine di una doppia polemica, quella con i traduttori dal greco al latino e viceversa, e una ancora pi\u00f9 singolare sul latino in uso presso la chiesa, il quale si sarebbe dovuto differenziare da quello letterario, per una maggiore fedelt\u00e0 alla traduzione biblica dal greco. Gregorio \u00e8 tra i primi che pensa ad una grammatica cristiana per un latino veramente cristiano, e cio\u00e8 che possa avvicinarsi a quello delle Scritture. Ovviamente l\u2019operazione \u00e8 di un qualche interesse anche per il nostro dibattito, perch\u00e9 anche in questo caso la traduzione \u00e8 all\u2019origine di una nuova, sperata , lingua della fede, che presume di ricollegarsi alle Scritture bibliche, come fonte della propria Tradizione, le quali per\u00f2 son ben lontane dall\u2019amore per l\u2019originale ebraico, o dalla pi\u00f9 comune traduzione greca. \u00c8 proprio Gregorio Magno che elenca un numero cospicuo di traduzioni della Bibbia alle quali attingeva per la sua esegesi, ed \u00e8 lui a raccontare il grande clamore che si sollev\u00f2 nella chiesa latina per l\u2019invocazione <i>Kyrie eleison<\/i>, ritenuta dai pi\u00f9 incomprensibile.<\/p>\n<p align=\"justify\">\u00a04) Ma proprio con Gregorio si affaccia un ulteriore problematica legata all\u2019evangelizzazione degli Angli, e all\u2019inculturazione della fede cristiana in societ\u00e0 gi\u00e0 strutturate. Una delle testimonianze pi\u00f9 significative, nel panorama della chiesa altomedievale impegnata nella missione, \u00e8 il racconto della difesa dello slavo antico di Cirillo al presunto sinodo di Venezia, dove si confrontarono due posizioni, quella che sosteneva la possibilit\u00e0 che la chiesa parlasse solo le lingue sacre, quelle usate per l\u2019iscrizione posta sulla testa del Cristo in croce [ebraico, greco, latino], e quella che riteneva utile al fine di introdurre i popoli slavi alla conoscenza del mistero celebrato nella liturgia, la traduzione nella lingua parlata dei testi liturgici e della Scrittura. Uno dei testi portato a sostegno della traduzione fu Mc 16,15-17, e cio\u00e8 il dono di parlare lingue nuove, la glossolalia viene interpretata come un dono dello Spirito per portare il vangelo nel mondo: la liturgia, in una pi\u00f9 ampia visione dettata della missione, \u00e8 interpretata prima come annuncio poi come lode. Nel sec. XI il problema si presenta nuovamente sotto la spinta missionaria verso Est, legata alla politica degli Ottone, che nuovamente pone il problema della traduzione in <i>lingue parlate<\/i>, dei testi liturgici e della Sacra Scrittura. A questo va aggiunto il problema delle traduzioni paraliturgiche che si accompagnavano ai riti in lingua latina ad uso del popolo o del clero meno colto, alle quali, senza molta efficacia, volle porre un freno Gregorio VII.<\/p>\n<p align=\"justify\">\u00a0Il quadro storico \u00e8 approssimativo, ma pone in primo piano due problematiche legate alla lingua liturgica: il fatto che i testi della nostra tradizione liturgica nascano da una traduzione; e che ad un rinnovato interesse per il latino liturgico della rinascenza carolingia, corrisponda la necessit\u00e0 di tradurre questi testi nelle lingue locali, parlate dai popoli interessati dalla nuova spinta missionaria.<\/p>\n<p align=\"justify\">Ora la questione che rimane ancora aperta riguarda la natura del latino liturgico, o del latino ecclesiastico in genere, come la lingua della Chiesa. Del latino liturgico, come del resto per il latino ecclesiastico, si pu\u00f2 affermare che si tratti di una lingua <i>conclusa<\/i>, da non confondere con una lingua morta. Perch\u00e9 conclusa? Per rispondere, rimanendo fedeli alla presunta tradizione da molti invocata, dobbiamo distinguere tra le traduzioni tardoantiche e quelle altomedievali, prese qui in considerazione: nel Tardo Antico, almeno in molti casi, il latino era ancora una lingua con locutori non solo viventi ma nativi, e cio\u00e8 cresciuti in una societ\u00e0 che parlava ancora quella lingua nelle sue diverse forme [bassa, ovvero colloquiale, media degli uomini acculturati, alta, cio\u00e8 letteraria]; nell\u2019Alto Medioevo il latino incomincia lentamente a configurarsi come la lingua delle scuole palatine e di quelle monastiche, e cio\u00e8 usato prevalentemente come lingua specializzata, per la corte o per la curia, che poteva essere appresa ma che non apparteneva pi\u00f9 al mondo del <i>quotidiano<\/i>. Quest\u2019ultimo passaggio suggerisce che il latino liturgico, come si \u00e8 sviluppato dall\u2019Alto Medioevo ad oggi, \u00e8 divenuto una lingua conclusa, per questi tre motivi:<\/p>\n<p align=\"justify\">\u00a01) Per una <span style=\"color: #1c1c1c\">estinzione dal basso verso l&#8217;alto (<\/span><span style=\"color: #1c1c1c\"><i>bottom-to-top<\/i><\/span><span style=\"color: #1c1c1c\">), che si verifica quando il cambiamento linguistico inizia da un ambiente come la casa [un esempio <\/span>\u00e8 l\u2019emergere del <i>sermo provincialis <\/i>soprattutto nell\u2019Alto Medioevo; un secondo esempio sono i tentativi di riforma della chiesa prima di Lutero, che prevedeva sempre la traduzione della liturgia e della Sacra Scritture in volgare; la prima Bibbia volgarizzata fu data alle stampe in Venezia nel 1471]<\/p>\n<p align=\"justify\">\u00a02) Il latino ecclesiastico poi \u00e8 interessato anche da una <span style=\"color: #1c1c1c\">estinzione dall&#8217;alto verso il basso (<\/span><span style=\"color: #1c1c1c\"><i>top-to-bottom<\/i><\/span><span style=\"color: #1c1c1c\">), che si verifica quando il cambiamento linguistico interessa enti con funzioni anche normative o culturali, in questo caso l\u2019abbandono della lingua latina nell\u2019insegnamento delle discipline teologiche e nella riflessione teologica, e a volte anche nella produzione di documenti magisteriali. Infatti non tutti i documenti sono ritrascritti in latino, e cio\u00e8 stesi in lingua madre e poi tradotti in latino, ma alcuni, perch\u00e9 indirizzati ad una particolare <\/span><span style=\"color: #1c1c1c\"><i>porzione <\/i><\/span><span style=\"color: #1c1c1c\">del popolo di Dio, e in situazioni ancora pi\u00f9 particolari, sono stati stesi in lingua corrente, perch\u00e9 il messaggio possa essere immediatamente compreso. \u00c8 il caso delle encicliche in lingua italiana: <\/span><span style=\"color: #1c1c1c\"><i>Il Trionfo <\/i><\/span><span style=\"color: #1c1c1c\">del 1814 di Pio VII; <\/span><span style=\"color: #1c1c1c\"><i>Quel Dio <\/i><\/span><span style=\"color: #1c1c1c\">del 1831 e <\/span><span style=\"color: #1c1c1c\"><i>Le Armi Valorose <\/i><\/span><span style=\"color: #1c1c1c\">del 1831 di Gregorio XVI; <\/span><span style=\"color: #1c1c1c\"><i>Vi \u00e8 ben noto <\/i><\/span><span style=\"color: #1c1c1c\">del 1887 e <\/span><span style=\"color: #1c1c1c\"><i>Dall\u2019alto dell\u2019Apostolico Seggio <\/i><\/span><span style=\"color: #1c1c1c\">del 1890 di Leone XIII; <\/span><span style=\"color: #1c1c1c\"><i>Il fermo proposito <\/i><\/span><span style=\"color: #1c1c1c\">del 1905 e <\/span><span style=\"color: #1c1c1c\"><i>Pieni l\u2019Animo <\/i><\/span><span style=\"color: #1c1c1c\">del 1906 di Pio X; <\/span><span style=\"color: #1c1c1c\"><i>Non abbiamo bisogno <\/i><\/span><span style=\"color: #1c1c1c\">del 1931 e l\u2019enciclica in lingua tedesca <\/span><span style=\"color: #1c1c1c\"><i>Mit brennender Sorge<\/i><\/span><span style=\"color: #1c1c1c\"> del 1937 di Pio XI. In questi casi particolari l\u2019interlocutore \u00e8 il popolo stesso!<\/span><\/p>\n<p align=\"justify\">\u00a03) La riscoperta di una chiesa in missione anche nell\u2019Occidente gi\u00e0 cristianizzato [una chiesa in uscita, pretende una sistema <i>linguistico aperto<\/i>].<\/p>\n<p align=\"justify\">\u00a0<a style=\"background-color: #ffffff\" name=\"_GoBack\"><\/a><\/p>\n<p align=\"justify\">Rimangono allora solo una serie di domande: Come \u00e8 possibile valutare la possibilit\u00e0 di una traduzione senza prima aver preso coscienza della propria tradizione? Cosa significa ricorrere ancora oggi a lingue concluse per poi doverle tradurre? Cosa significa che la lingua liturgica di un tempo era anche la lingua del popolo che celebrava, e oggi la lingua con la quale alcuni vorrebbero ritornare a celebrare il <i>culto divino<\/i>, non appartiene pi\u00f9 neppure all\u2019elaborazione del pensiero teologico, che rilegge la tradizione nell\u2019oggi e da forma ad un linguaggio della fede per l\u2019oggi? Quale distanza pensiamo esserci tra la <i>fedelt\u00e0 <\/i>ad una tradizione e una tradizione <i>fedele <\/i>al mandato di evangelizzare?<\/p>\n<p align=\"justify\">\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Una parola chiara e competente sulla vicenda del latino nella liturgia dell&#8217;occidente cristiano. Un contributo importante per la revisione di\u00a0Liturgiam Authenticam. 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