{"id":11155,"date":"2016-10-20T18:27:51","date_gmt":"2016-10-20T16:27:51","guid":{"rendered":"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/?p=11155"},"modified":"2016-10-20T18:27:51","modified_gmt":"2016-10-20T16:27:51","slug":"i-limiti-dellorganizzazione","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/i-limiti-dellorganizzazione\/","title":{"rendered":"I limiti dell&#8217;organizzazione"},"content":{"rendered":"<p>\u00c8 il titolo di un aureo libretto (1975) di Kenneth J. Arrow, Nobel con John Hicks nel 1975 per le pionieristiche ricerche sulla teoria del benessere e dell\u2019equilibrio economico generale, ora affidati al libero mercato. Fiducia, lealt\u00e0, sincerit\u00e0 non si possono comprare. \u00abSe lo devi fare, non sai quel che compri\u00bb. Fanno degna la vita e hanno \u00abun valore pratico molto importante\u00bb anche per il mercato. Se li paghi, svaniscono. Sono economie esterne, fuori mercato anche se ne sono i pilastri [<i>the limits of organization<\/i>, Norton&amp;Norton, p. 23]. Ma il mercato pu\u00f2 distruggerli, e con essi l\u2019economia.<\/p>\n<p>Nel 1991 era chiaro a Cristos N. Pitelis, University of St Andrews, UK, che \u00abla sintesi dei motivi per diventare multinazionale \u00e8 indicata con molta forza da uno dei meno disputati principi di teoria economica, la massimizzazione del profitto. Se diventa un fine, \u00e8 davvero difficile spiegare a un osservatore esterno, spesso un nostro studente, perch\u00e9 un\u2019impresa non dovrebbe realizzarlo con ogni mezzo. L\u2019arsenale pu\u00f2 includere la riduzione dei costi di transazione di mercato e del lavoro, o l\u2019aumento dei prezzi con mercati monopolisti. L\u2019effettiva capacit\u00e0 della multinazionale di realizzare tutto ci\u00f2 pu\u00f2 ben essere, dal lato dell\u2019offerta, una ragione <i>in s\u00e9 <\/i>per diventarlo. \u00c8 istruttivo che, diversamente dagli economisti, le stesse multinazionali non esitino a riconoscere di perseguire politiche del \u2018divide et impera\u2019 per ridurre la competizione e aumentare i profitti, eloquentemente lo ha fatto nel 1985 un \u2018insider\u2019 come Stanley Adams, della svizzera Hoffman La Roche. Dobbiamo davvero sentirci molto soli, noi economisti, nel rifiutarci di vedere ci\u00f2 che chiunque vede\u00bb [<i>The Nature of the Transational Firm<\/i>, Routledge, p. 199]. Lo confortano oggi i due Nobel 2016 per l\u2019economia (d\u2019impresa), Bengt Holmstr\u00f6m e Oliver Hart: \u00abper entrambi i contratti riflettono il mondo qual \u00e8, non quale lo vorrebbe la teoria economica\u00bb [Antoine Reverchon, \u00abDeux Nobel au plus pr\u00e8s de l\u2019entreprise\u00bb, <i>Le Monde \u00c9co&amp;Entreprise<\/i>, 12\/10\/2016, p. 5].<\/p>\n<p>\u00abLe multinazionali tendono a eliminare le inefficienze del mercato internalizzandolo a scala globale. Possono creare nuovi mercati in paesi \u2018ospiti\u2019, esportare tecnologia e sfruttare mercati non ancora sviluppati. Ma al contempo le multinazionali possono chiudere i mercati, ridurre il benessere dei consumatori e il potere contrattuale di lavoratori e stati (domestici e ospiti). A pi\u00f9 lungo termine, la nostra analisi indica la possibile tendenza verso la stagnazione globale\u00bb [Pitelis, p. 208].<\/p>\n<p>Dopo 25 anni, siamo in stagnazione globale, le multinazionali chiudono i mercati e si impongono agli stati nazionali. La Commissione Europea ha condannato Apple a restituire 13 miliardi di euro all\u2019Irlanda, tasse non pagate considerate aiuti di stato \u00abin base a due accordi fiscali giudicati troppo vantaggiosi da Bruxelles\u00bb. Il governo irlandese far\u00e0 ricorso \u00abper non scoraggiare Apple e le altre imprese high-tech installate in questo paese europeo notoriamente lassista sul piano fiscale\u00bb, ma \u00abanche tutte le vendite di Apple in Europa (e in Medio-Oriente, Africa e India) sono state versate sul conto delle due filiali irlandesi del gruppo. Molti Stati perci\u00f2 possono reclamare parte del rimborso assegnato all\u2019Irlanda\u00bb\u00a0 [C\u00e9cile Ducourtieux et Anne Michel, \u00abApple doit r\u00e9gler 13 milliards d\u2019euros avant le 31 d\u00e9cembre\u00bb, <i>Le Monde \u00c9co&amp;Entreprise<\/i>, 08\/10\/ 2016, p. 4].<\/p>\n<p>L\u2019UE pone limiti alle multinazionali, ma non ha un governo per farli valere <i>preventivamente<\/i>. In un\u2019asimmetria catastrofica, le imprese si fanno sempre meno concorrenza, gli stati sempre pi\u00f9. Le due cose si tengono, perch\u00e9 \u00abil nazionalismo \u00e8 questione di profitto, non di sentimento\u00bb [Dubravka Ugre\u0161i\u0107, <i>Europa in seppia<\/i>, trad.it. Roma 2016, p. 12].<\/p>\n<p>Spiegano gli economisti George Akerlof (Nobel 2001) e Robert Shiller (Nobel 2013): \u00ab\u201c<i>Quando i mercati sono totalmente liberi, la libert\u00e0 di scelta si mescola con la libert\u00e0 di imbrogliare, di manipolare. \u00c8 vero che l\u2019equilibrio sar\u00e0 ottimale. Ma quest\u2019ottimo corrisponder\u00e0 non a ci\u00f2 che desideriamo davvero noi, ma a ci\u00f2 che desidera la \u2018piccola scimmia\u2019 sulle nostre spalle<\/i>\u201d, scrivono. Questa \u2018piccola scimmia\u2019 simbolizza la differenza tra ci\u00f2 di cui abbiamo davvero bisogno e ci\u00f2 di cui crediamo di aver bisogno e che il mercato vuole venderci<i> <\/i>a caro prezzo \u201c<i>raccontandoci delle storie<\/i>\u201d\u00bb. \u00abRobert Shiller evoca un nuovo \u201cracconto\u201d oggi dominante, \u201c<i>La paura di perdere il lavoro, vivere meno bene\u201d. \u201cNata dalla mondializzazione, \u00e8 aggravata da un\u2019accelerata mutazione tecnologica: si teme di essere sostituiti da un robot, da un pc\u201d<\/i>\u00bb. \u00abI politici non ne parlano, semplicemente \u201c<i>perch\u00e9 non hanno soluzioni da dare! Preferiscono utilizzarne dei frammenti, per esempio erigendo muri contro l\u2019immigrazione<\/i>\u201d\u00bb [Antoine Reverchon, \u00abRobert Shiller, le \u201cpetit singe\u201d et Donald Trump\u00bb, <i>Le Monde<\/i>, 25-26\/09\/2016, p. 5].<\/p>\n<p>In Europa, dice Pisani-Ferri, direttore di France Strategie, \u00ab\u201c<i>la distanza tra realt\u00e0 e percezione \u00e8 enorme<\/i>\u201d. I francesi hanno pi\u00f9 degli altri paura della povert\u00e0, ma il loro tasso di povert\u00e0 \u00e8 tra i pi\u00f9 bassi nell\u2019UE. Ci\u00f2 \u00e8 tanto pi\u00f9 importante perch\u00e9 il mondo occidentale, secondo Pisani, \u00e8 in \u201c<i>grande regressione<\/i>\u201d con le menzogne di Brexit e il fenomeno Trump: \u201c<i>Il <\/i>fact-checking <i>su Trump non porta a nulla. Che si faccia fortuna in politica negando la realt\u00e0 \u00e8 impressionante e sta facendo scuola\u201d<\/i>\u00bb [Arnaud Leparmentier, \u00abLes v\u00e9rit\u00e9s qui d\u00e9rangent\u00bb, <i>Le Monde<\/i>, 22\/09\/2016, p. 22].<\/p>\n<p>Eroso dall\u2019esterno dalla corsa delle multinazionali al massimo profitto e all\u2019interno da cittadini a caccia del massimo benessere, sfuggendo al fisco, lo stato nazionale \u00abgira a vuoto, i rappresentanti non si sentono impegnati dalle parole della societ\u00e0 e i rappresentati non si sentono impegnati dalle loro leggi. Il legame rappresentativo \u00e8 rotto in quieta indifferenza. Quieta, ma forse ingannevole\u00bb [Dominique Rousseau, <i>Radicaliser la d\u00e9mocratie. Propositions pour une refondation<\/i>, Paris 2015, p. 29]. \u00abLe risposte di un tempo, che hanno dato agli individui un senso di appartenenza comune, non funzionano pi\u00f9: Dio, Nazione, Stato, classi sociali\u00bb [p. 75]. I governi rappresentano s\u00e9 stessi, manipolano le maggioranze e, nei casi peggiori, minoranze travestite da maggioranze.<\/p>\n<p>Da manuale l\u2019Ungheria. \u00abCol referendum sull\u2019accoglienza dei rifugiati Orban tentava di sostenere la sua visione e sperava di scatenare una serie di analoghi plebisciti in Europa. Dopo la pi\u00f9 grande e controversa campagna di comunicazione nella storia ungherese, per\u00f2, Orban ha fallito l\u2019obbiettivo di attirare abbastanza votanti\u00bb [Patrick Kingsley, \u00abHungarians snub poll on EU refugee policies\u00bb, <i>the guardian<\/i>, 03\/10\/2016, p. 1]. \u00abSe l\u2019Ungheria ha svolto un ruolo tradizionalmente minore nella politica europea, per ambizione Orban \u00e8 diventato la voce guida del populismo in Europa. Il referendum di ieri era il suo nuovo tentativo di dare la svolta per un futuro europeo illiberale \u2013 e Orban dichiara il voto una vittoria \u201ceccezionale\u201d\u00bb [p. 11].<\/p>\n<p>E lo UK di May? Al congresso conservatore a Birmingham il 2 ottobre, \u00ab\u201c<i>Le nostre leggi saranno fatte non pi\u00f9 a Bruxelles ma a Westminster<\/i>\u201d, ha squillato la prima ministra, peraltro negando al Parlamento \u2013 dove i pro-europei sono largamente maggioritari \u2013 ogni voce in capitolo. I deputati hanno \u201c<i>messo nelle mani del popolo<\/i>\u201d la decisione su Brexit, \u201c<i>ora sta al governo portare avanti il lavoro<\/i>\u201d. Questo cortocircuito di Westminster da parte di un primo ministro non eletto ha fatto digrignare i denti non solo ai laburisti. E il suo ammonimento ai nazionalisti scozzesi (che vogliono restare nell\u2019UE) che \u201c<i>non c\u2019\u00e8 ritirata possibile da Brexit<\/i>\u00bb ha scatenato la collera del governo di Edimburgo\u00bb [Philippe Bernard, \u00abTheresa May, championne du \u201cBrexit dur\u201d\u00bb, <i>Le Monde<\/i>, 04\/10\/ \u00a02016, p. 2]. \u00abTutto ci\u00f2 che May ha da offrire sono simboli, ma coi veri credenti i simboli sono moneta pi\u00f9 potente di quanto gli agnostici abbiano mai capito\u00bb. \u00abAi milioni che non hanno votato per Brexit il messaggio \u00e8 chiaro: sarete tollerati, ma non aspettatevi di essere rappresentati\u00bb [Rafael Behr, \u00abWe are witnessing nothing less than a Tory reformation\u00bb, <i>the guardian<\/i>, 05\/10\/2016, p. 35].<\/p>\n<p>Dichiarando il 5 ottobre che \u00abse vi sentite cittadini del mondo, non siete cittadini in nessun luogo\u00bb [\u00abVerbatim\u00bb, <i>Le Monde<\/i>, 07\/10\/2016, p. 6], Theresa May \u00e8 poi in continuit\u00e0 con la sentenza di un tribunale \u00abdel Regno unito, il quale, nel ricorso <i>Al-Skeini<\/i> e <i>altri<\/i> deciso con la sentenza del 7 luglio 2011, ha sostenuto che l\u2019applicazione della Convenzione europea [dei diritti dell\u2019uomo del 4 novembre 1950] in Iraq avrebbe significato un \u2018<i>human rights imperialism<\/i>\u2019. Di fronte a una tesi cos\u00ec stravagante, da un punto di vista giuridico, e cos\u00ec cinica, sotto un profilo morale, ci sembra che la risposta pi\u00f9 appropriata sia quella data dal giudice maltese Giovanni Bonello nell\u2019opinione individuale annessa alla sentenza: \u201c[\u2026] \u00c8 come se uno Stato ostentasse la propria insegna di banditismo internazionale, ma poi inorridisse per l\u2019impressione di essere sospettato di promuovere i diritti umani\u00bb [Ugo Villani, <i>Dalla Dichiarazione universale alla Convenzione europea dei diritti dell\u2019uomo, <\/i>Bari 2016, p. 159].<\/p>\n<p>Dopo Brexit, in effetti, il governo britannico intende consentire alle proprie forze armate di ritirarsi in futuro dalla Convenzione europea dei diritti dell\u2019uomo e \u00abla prima ministra ha detto che cos\u00ec si \u201cporrebbe fine all\u2019industria di ricorsi vessatori contro i combattenti dei conflitti precedenti\u201d\u00bb. Non \u00e8 d\u2019accordo il reverendo \u00abNicholas Mercier, gi\u00e0 tenente colonnello e consigliere militare legale anziano della 1st Armoured Division nella guerra in Iraq. \u201cL\u2019idea che i ricorsi sono falsi \u00e8 insensata. Il Ministero della Difesa ha gi\u00e0 pagato oltre 20 milioni di \u00a3 alle vittime di abusi in Iraq. In totale 326 casi, un numero scioccante di abusi e un bel po\u2019 di indennizzi. Chiunque sia stato coinvolto in ricorsi contro il Ministero della Difesa sa che ha pagato solo se il caso era eclatante o se voleva coprire qualcuno in alto\u00bb [Peter Walker and Owen Bowcott \u00abMove to withdraw UK military from European rules on human rights\u00bb, <i>the guardian<\/i>, 04\/10\/2016, p. 8].<\/p>\n<p>Nessuna fiducia, lealt\u00e0, sincerit\u00e0 in mercati globali senza limiti e in stati nazionali impotenti che, nella loro asimmetria, ci rinchiudono in una stagnazione globale cinica e banditesca. Il preambolo della <i>Dichiarazione universale dei diritti dell\u2019uomo <\/i>afferma che \u00abil riconoscimento della dignit\u00e0 inerente a tutti i membri della famiglia umana, e dei loro diritti, uguali ed inalienabili, costituisce il fondamento della libert\u00e0, della giustizia e della pace nel mondo\u00bb. \u00c8 il frutto di sofferenze terribili e chi ne voglia la prova, in negativo, non ha che da guardarsi intorno. \u00abScriveva Giuseppe Capograssi nel 1950, in un celebre studio introduttivo alla Dichiarazione universale dei diritti dell\u2019uomo, \u201cNon sono gli Stati, siamo noi stessi, che abbiamo la responsabilit\u00e0 della storia\u201d\u00bb [Villani, p. 35].<\/p>\n<p>Sta a\u00a0 noi volere un governo europeo che, ponendo i limiti necessari al loro funzionamento, riapra i mercati, a cominciare da quello del lavoro, ci porti fuori dalla stagnazione e attui la Convenzione del 1950. Due facce della stessa medaglia, la storia continua.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>\u00c8 il titolo di un aureo libretto (1975) di Kenneth J. 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