{"id":11050,"date":"2016-09-12T11:55:00","date_gmt":"2016-09-12T09:55:00","guid":{"rendered":"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/?p=11050"},"modified":"2016-09-12T12:05:51","modified_gmt":"2016-09-12T10:05:51","slug":"intelligenza-del-sacrificio-come-sacrificium-intellectus-una-risposta-a-vallisarah","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/intelligenza-del-sacrificio-come-sacrificium-intellectus-una-risposta-a-vallisarah\/","title":{"rendered":"Intelligenza del sacrificio come &#8220;sacrificium intellectus&#8221;? Una risposta a Valli\/Sarah"},"content":{"rendered":"<p><a href=\"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/translate1.jpg\"><img decoding=\"async\" loading=\"lazy\" class=\"alignnone size-full wp-image-11051\" alt=\"translate\" src=\"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/translate1.jpg\" width=\"275\" height=\"184\" \/><\/a><\/p>\n<p>In un recente post sul suo blog, A.M.Valli riprende con ampiezza le parole di un articolo del Card. Sarah a proposito del senso dell'&#8221;intelligere&#8221; in Sacrosanctum Concilium. E&#8217; una buona occasione per &#8220;comprendere&#8221; ci\u00f2 che in questi testi non viene affatto compreso, ma gravemente frainteso. Riproduco qui sotto il testo di Valli\/Sarah, cui faccio seguire la mia risposta.<\/p>\n<h2>Per non \u201cscappare dalla Croce\u201d<\/h2>\n<p>Nell\u2019originale latino della costituzione del Concilio Vaticano II\u00a0Sacrosanctum Concilium, dedicata alla sacra liturgia (dicembre 1963) \u00a0il termine\u00a0intellegere\u00a0(comprensibilit\u00e0) torna cinque volte, e sappiamo bene che nel nome della comprensibilit\u00e0 sono stati commessi molti abusi e ancora oggi ne avvengono di continuo. Ma il significato dell\u2019espressione\u00a0intellegere\u00a0\u00e8 illustrato molto bene quando nel testo (n. 34) si afferma che i riti, pur adattati alla capacit\u00e0 di comprensione dei fedeli, non devono aver bisogno di molte spiegazioni. L\u2019importante \u00e8 invece che essi \u00absplendano per nobile semplicit\u00e0\u00bb.<\/p>\n<p>Parte da qui la riflessione del cardinale Robert Sarah, prefetto per la Congregazione del culto divino e la disciplina dei sacramenti, proposta nel fascicolo di settembre del mensile\u00a0Studi cattolici\u00a0(p. 484) sotto il titolo\u00a0Traduzioni liturgiche \u00abcomprensibili\u00bb?<\/p>\n<p>Le virgolette attorno alla parola\u00a0comprensibili\u00a0fanno capire il problema posto dal cardinale. Che cosa significa, veramente,\u00a0comprendere\u00a0la liturgia? Il fatto di pronunciare i testi nella lingua usata dai fedeli risolve automaticamente la questione? E davvero occorre lavorare sulla liturgia per avvicinarla sempre di pi\u00f9 alla mentalit\u00e0 delle persone che vi prendono parte?<\/p>\n<p>La risposta, spiega Sarah, \u00e8 naturalmente negativa. Noi possiamo tradurre tutto in lingua corrente, eppure la liturgia mantiene una sua complessit\u00e0 che, fra l\u2019altro, dal Concilio in poi, \u00e8 perfino aumentata rispetto alle capacit\u00e0 culturali e spirituali dei fedeli.<\/p>\n<p>Se pensiamo, scrive Sarah, alla preghiera eucaristica, dobbiamo ammettere che il significato autentico, profondo, di molte affermazioni teologiche oggi rischia di sfuggirci in termini meramente umani e terreni, perch\u00e9 ci troviamo dentro un orizzonte di senso piuttosto lontano dalla cultura attuale.<\/p>\n<p>Le domande del cardinale, a questo proposito, sono esplicite: \u00abChi capisce, oggi, il carattere espiatorio della morte di Cristo? E, per la stessa ragione, come possono essere intese espressioni del tipo \u201cessere redenti col suo sangue\u201d, \u201cessere trasformati in offerta perenne\u201d, \u201cche la vittima di riconciliazione porti pace e salvezza\u201d?\u00bb.<\/p>\n<p>Sono domande, scrive il cardinale, che si fanno pi\u00f9 complicate di giorno in giorno, man mano che la nostra mentalit\u00e0 si allontana dalle forme concettuali all\u2019interno delle quali questi aspetti centrali del mistero cristiano hanno trovato formulazione e sistemazione.<\/p>\n<p>Tuttavia, spiega il cardinale, commettiamo un grave errore se, nel nome dell\u2019intellegere,\u00a0\u00a0pretendiamo di sottomettere completamente la liturgia\u00a0alle esigenze della comprensione umana.<\/p>\n<p>Secondo Sarah, non bisogna spaventarsi della complessit\u00e0 e non se ne deve fuggire usando scorciatoie formali e teologiche: \u00e8 bene anzi che la liturgia mantenga una sua complessit\u00e0, nel senso che al centro deve restare \u00abil Mistero dell\u2019amore infinito e misericordioso di Dio per gli uomini, consumato nel sacrificio pasquale di Cristo\u00bb.<\/p>\n<p>Il cardinale scrive la parola Mistero con l\u2019iniziale maiuscola e in questo modo dice due cose: prima di tutto, il mistero resta tale, per cui, di fronte a esso, l\u2019uomo di fede non pu\u00f2 che provare stupore, meraviglia e gratitudine, senza pretendere di addomesticarlo, di tradurlo in termini semplici o perfino banali; in secondo luogo si tratta di un mistero grandissimo, incommensurabile, superiore a ogni nostra possibilit\u00e0 di comprensione, tale per cui non resta che adorare in silenzio, perch\u00e9 davvero ogni parola umana \u00e8 insufficiente.<\/p>\n<p>Di conseguenza \u00e8 illusorio, spiega il cardinale, ritenere che basti tradurre i testi liturgici per renderli \u00abcomprensibili\u00bb. Anzi, le traduzioni non devono comportare alcun danno al messaggio che traducono, che \u00e8 e resta il messaggio del Vangelo. Inoltre, colui che traduce non deve interpretare, perch\u00e9 ogni tentativo di interpretazione compete al pastore, che ha proprio questo compito, e non al filologo o al liturgista.<\/p>\n<p>Purtroppo, spiega il cardinale, dopo il Concilio abbiamo assistito allo sforzo di piegare la liturgia alle esigenze di comprensione e non, al contrario, allo sforzo di formare meglio e di pi\u00f9 i fedeli, in modo tale da renderli sempre pi\u00f9 consapevoli della profondit\u00e0 e della grandezza del mistero eucaristico. Si sono avute cos\u00ec le tante deformazioni nel segno della banalizzazione formale e del fraintendimento teologico, con l\u2019uomo, e non Dio, sempre pi\u00f9 al centro dell\u2019azione liturgica.<\/p>\n<p>Notevoli e chiare, a questo proposito, le parole di Sarah: \u00abLa liturgia non deve essere un \u201claboratorio\u201d del nostro agire; non \u00e8 un progetto per portare a termine una rivoluzione antropocentrica che sposti Dio dal centro dell\u2019azione di culto\u00bb.<\/p>\n<p>Arrendersi dunque alla complessit\u00e0? Non si tratta di arrendersi, ma di assumerla. Non si pu\u00f2 semplificare tutto. Di fronte al mistero, in larga parte inafferrabile per la finitezza della mente umana, non c\u2019\u00e8 che un atteggiamento al quale abbandonarsi, \u00abl\u2019accoglienza mediante l\u2019adorazione\u00bb.<\/p>\n<p>Tutto ci\u00f2 significa che non bisogna fare nulla per facilitare la comprensione della liturgia da parte dei fedeli ma anche dei ministri?<\/p>\n<p>Certamente no, ma la risposta \u00e8 quella di prima: non si tratta di banalizzare la liturgia, piegandola alla mentalit\u00e0 del tempo o, addirittura, al \u00abpoliticamente corretto\u00bb. Si tratta invece di formare i fedeli, aiutandoli a raggiungere una maggiore consapevolezza di ci\u00f2 che la liturgia \u00e8.<\/p>\n<p>Un punto sta particolarmente a cuore al cardinale Sarah. Secondo una certa linea teologica, spiega, i testi liturgici trasmessi dalla tradizione, a causa dei loro contenuti, costituirebbero un ostacolo verso un\u2019evangelizzazione efficace, per cui sarebbe il caso di modificarli. Stando a questa linea teologica, tutta la terminologia sacrificale, in particolare, offrirebbe \u00abun\u2019immagine di Dio non credibile per l\u2019uomo attuale o, almeno, molto lontana dalla sua sensibilit\u00e0\u00bb. \u00a0Di qui l\u2019idea di annacquare la dimensione sacrificale cos\u00ec da non provocare nell\u2019uomo di oggi un allontanamento se non addirittura una ripulsa. Una preoccupazione da condividere?<\/p>\n<p>Assolutamente no, risponde Sarah, che spiega: \u00abA dire il vero, mi domando se queste categorie sacrificali, raccolte da tutto il magistero recente, siano realmente sfasate e debbano essere sostituite per rendere possibile l\u2019evangelizzazione. Dobbiamo stare attenti, perch\u00e9 tutti possiamo subire la tentazione di pretendere di scappare dal sacrificio, dalla croce\u00bb.<\/p>\n<p>Particolarmente attuali sono le parole di papa Francesco pronunciate nella sua prima messa celebrata da vescovo di Roma (Cappella Sistina, 14 marzo 2013): \u00abQuando camminiamo senza la Croce, quando edifichiamo senza la Croce e quando confessiamo un Cristo senza Croce, non siamo discepoli del Signore: siamo mondani, siamo Vescovi, Preti, Cardinali, Papi, ma non discepoli del Signore\u00bb.<\/p>\n<p>Forte \u00e8 la tentazione di ritenere che siamo noi ad amare Dio e non \u00e8 lui ad amare noi, non \u00e8 lui che ama per primo e che proprio per amore ha mandato suo figlio come vittima, in espiazione dei nostri peccati.\u00a0 Tutte le espressioni sacrificali che si trovano nel messale, chiarisce Sarah, non impediscono l\u2019evangelizzazione: ne sono anzi il fondamento.<\/p>\n<p>Quindi, se \u00e8 vero che sono legittimi i tentativi di rendere la liturgia pi\u00f9 intellegibile senza snaturarla e impoverirla, \u00e8 altrettanto vero, come disse Benedetto XVI (discorso ai parroci e al clero della diocesi di Roma, 14 febbraio 2013) che \u00absolo una formazione permanente del cuore e della mente pu\u00f2 realmente creare intelligibilit\u00e0\u00bb.<\/p>\n<p>E per percorrere questa strada, conclude il cardinale Sarah, ci vuole tanta umilt\u00e0: \u00abLa liturgia si riceve nella Chiesa come un dono vivente che ci supera, ci sovrasta e al tempo stesso ci unisce all\u2019obbedienza amorosa del Figlio eterno a suo padre nello Spirito Santo\u00bb.<\/p>\n<p>Umilt\u00e0 \u00e8 parola su cui riflettere. Perch\u00e9 spesso nelle nostre chiese pi\u00f9 che di umilt\u00e0 si lavora di fantasia, se non di eccentricit\u00e0. Con tutti i risultati che purtroppo conosciamo bene.<\/p>\n<p>Aldo Maria Valli (fonte:\u00a0http:\/\/www.aldomariavalli.it\/2016\/09\/08\/per-non-scappare-dalla-croce\/)<\/p>\n<p>0000000 0000000<\/p>\n<h2><strong><em>&#8220;Id bene intelligentes per ritus et preces&#8221; (SC 48)<\/em>: la partecipazione attiva e la necessaria intelligenza del popolo di Dio<\/strong><\/h2>\n<h2><\/h2>\n<p>Cos\u00ec come impostata da A.M.Valli &#8211; sulla base di un testo ampiamente citato del Card. Sarah &#8211; sembra che la questione della &#8220;intelligenza del mistero&#8221; in SC \u00a0possa totalmente prescindere dal &#8220;tradurre in modo comprensibile&#8221;. Vi \u00e8 forse qualche ragione diversa del &#8220;tradurre&#8221; se non nella possibilit\u00e0 di rendere comprensibile un testo che non lo \u00e8 pi\u00f9? Se neghiamo questa evidenza primaria, e scriviamo sempre &#8220;comprendere&#8221; tra virgolette, come possiamo poi recuperare un senso della realt\u00e0 della tradizione e della stessa esperienza di fede?<\/p>\n<p>Ovviamente il semplicismo di questa impostazione &#8211; che \u00e8 di Valli, ma in origine di Sarah e della Congregazione per il Culto Divino, da almeno 15 anni &#8211; conduce a conseguenze paradossali. Vi si legge infatti che la umilt\u00e0 orienterebbe a non aver la pretesa di comprendere, mentre io credo che questa non sia umilt\u00e0, ma presunzione. La vera umilt\u00e0 consiste nella &#8220;fatica della traduzione&#8221;, non nella pretesa di non tradurre. Porsi la domanda se le traduzioni debbano essere &#8220;comprensibili&#8221; rivela &#8211; gi\u00e0 di per s\u00e9 &#8211; una distorsione dello sguardo. Ogni traduzione \u00e8 giustificata soltanto dal rendere accessibile un testo (o un gesto, o un canto o uno spazio o un tempo) che tale non \u00e8 pi\u00f9. Ovviamente le traduzioni in ogni caso si possono fare bene o male, ricche o povere: ma non c&#8217;\u00e8 ad esse alternativa.<\/p>\n<p>Ma cerchiamo di capire meglio dove sta il problema. La origine &#8211; delle parole di Sarah e della ripresa di Valli &#8211; sta in un documento del 2001 &#8211;\u00a0<em>Liturgiam Authenticam<\/em> &#8211; al quale ho dedicato, con preziose collaborazioni di colleghi, numerosi post, qualche mese fa (li si trova su questo blog, sotto il titolo &#8220;Identikit della VI Istruzione\/&#8230;). <em>Esso stabilisce infatti criteri per la traduzione che rendono impossibile tradurre in modo comprensibile<\/em>. Sembra un testo umile, ma \u00e8 un testo altamente presuntuoso. Perch\u00e9, contro tutta la tradizione antica e moderna, osa affermare che la fedelt\u00e0 al testo passa soltanto attraverso la &#8220;traduzione letterale&#8221;, parola per parola. Questo \u00e8 stato negato da tutta la tradizione, che sapeva come spesso proprio la traduzione letterale risultasse la pi\u00f9 infedele.<\/p>\n<p>Ma se analizziamo SC, vediamo bene come la questione della &#8220;intelligenza&#8221; sia del tutto centrale per la definizione della &#8220;novit\u00e0&#8221; pi\u00f9 decisiva del testo. Ed \u00e8 veramente sconfortante leggere in Valli &#8211; e purtroppo anche in Sarah &#8211; che la traduzione ha portato solo ad abusi. SC chiede che &#8220;la intelligenza del mistero eucaristico avvenga attraverso riti e preghiere&#8221;. Ossia che le azioni rituali e le parole della preghiera divengano mediazione comune a tutti i fedeli.<\/p>\n<p>Questa \u00e8 una nuova prospettiva sulla tradizione, che implica e impone diversi tipi di traduzioni:<\/p>\n<p>&#8211; traduzioni di testi<\/p>\n<p>&#8211; traduzioni di gesti, azioni, movimenti<\/p>\n<p>&#8211; traduzioni di musiche e canti<\/p>\n<p>&#8211; traduzioni di spazi e tempi<\/p>\n<p>&#8211; traduzione di ministeri<\/p>\n<p>Le competenze messe in campo non solo solo letterarie, ma rituali, musicali, temporali, spaziali. La grande tradizione pu\u00f2 e deve essere tradotta per restare se stessa. Perch\u00e9 di &#8220;intelligenza del mistero&#8221; hanno fame e sete tutti i membri del popolo di Dio.<\/p>\n<p>Questo \u00e8 il compito che ha preso la forma di una grande e necessaria Riforma Liturgica. Che \u00e8 una grande fatica di &#8220;intelligenza&#8221;, ma non per semplificare o ridurre la tradizione, ma per restituirle tutta la sua complessit\u00e0.<\/p>\n<p>Non \u00e8 solo il latino, non \u00e8 solo il gregoriano, non \u00e8 solo il tabernacolo sull&#8217;altare maggiore, non \u00e8 solo la immobilit\u00e0 del popolo di Dio nei banchi, non \u00e8 solo l&#8217;altare alla parete e non \u00e8 solo l&#8217;assenza di ambone \u00a0a garantire la tradizione. Anzi, su tutto questo si \u00e8 aperto un grande cantiere, che ha arricchito la tradizione. Certo anche con esagerazioni e mancanze, come era inevitabile. Ma non si pu\u00f2 tornare indietro. Ogni pretesa di &#8220;fare a meno del tradurre&#8221; \u00e8 mancanza di umilt\u00e0 e resistenza nella presunzione.<\/p>\n<p>Il fatto che SC ci dica che la partecipazione intelligente accade &#8220;per ritus et preces&#8221; significa che essa non avviene solo &#8220;a parole&#8221;, ma attraverso tutti i linguaggi di cui \u00e8 ricca la tradizione. Ma, attenzione: anche questi linguaggi devono subire un processo di &#8220;traduzione&#8221;, perch\u00e9 possano restare nella tradizione. Va precisato, per\u00f2: tradurre non \u00e8 &#8220;allontanamento&#8221; dal testo\/rito, ma &#8220;avvicinamento&#8221; al testo\/rito. Questo sembra sfuggire completamente a Valli\/Sarah.<\/p>\n<p>La liturgia non \u00e8 anzitutto &#8220;dentro&#8221;, ma &#8220;fuori&#8221;. Non solo nella parole dette, ma anche nelle azioni compiute, nei canti intonati, negli spazi vissuti e nei tempi ritmati. Questo grande &#8220;cantiere&#8221; ha bisogno della convinzione creatrice anzitutto della Congregazione. La quale dovrebbe anzitutto accompagnare in positivo la crescita dei nostri usi, piuttosto che elencare in negativo infiniti elenchi di abusi.<\/p>\n<p>Il controllo ossessivo degli abusi \u00e8 il peggior modo di &#8220;scappare dalla Croce&#8221;. Ci si lavano le mani, piuttosto che accompagnare il necessario cambiamento. \u00a0Una traduzione &#8220;comprensibile&#8221; non \u00e8 uno scandalo, ma ci\u00f2 a cui la Chiesa \u00e8 chiamata da sempre. Solo negli ultimi decenni abbiamo preteso di &#8220;comprendere senza tradurre&#8221;: questa \u00e8 la mancanza di umilt\u00e0 fondamentale, dalla quale dobbiamo liberarci. Per la &#8220;comprensione del sacrificio&#8221; non possiamo mai rifugiarci nel &#8220;sacrificio della comprensione&#8221;. Questa soluzione semplicistica, che Valli riprende da Sarah, dimostra una incomprensione grave della tradizione liturgica ed ecclesiale, sulla quale non si pu\u00f2 consentire. Una traduzione non \u00e8 comprensibile perch\u00e9 &#8220;riduce il mistero&#8221;, ma perch\u00e9 lo rende ancora pi\u00f9 ricco. Che il tradurre sia impoverimento \u00e8 il presupposto di una lettura sbagliata della storia e della Chiesa. Al tradurre non c&#8217;\u00e8 alternativa: ma la garanzia di buone traduzioni non \u00e8 soltanto la lettera del testo. \u00a0Detto ancora pi\u00f9 nettamente: per essere umili e fedeli occorre essere creativi e fantasiosi. Quando nei primi secoli, a Roma, si pass\u00f2 dal greco al latino in liturgia, non si fecero traduzioni, ma nuove formulazioni. Se si rinuncia alla creativit\u00e0 e alla fantasia, si diventa molto facilmente presuntuosi. E la presunzione degli ultimi due decenni ha prodotto o traduzioni inutilizzabili o traduzioni non approvate. Non \u00e8 forse questo l&#8217;abuso peggiore? Chi potr\u00e0 sentirsi garantito dalla paralisi della tradizione? E paralisi e umilt\u00e0 possono davvero suonare come sinonimi? Fare teologia &#8220;in ginocchio&#8221; non significa mai equiparare l&#8217; &#8220;intellectus sacrificii&#8221; col &#8220;sacrificium intellectus&#8221;. Una intelligenza &#8220;pi\u00f9 ampia&#8221;, non &#8220;pi\u00f9 stretta&#8221;, della tradizione \u00e8 non solo il nostro compito, ma il nostro destino.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>In un recente post sul suo blog, A.M.Valli riprende con ampiezza le parole di un articolo del Card. Sarah a proposito del senso dell&#8217;&#8221;intelligere&#8221; in Sacrosanctum Concilium. 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