{"id":10951,"date":"2016-08-10T22:32:35","date_gmt":"2016-08-10T20:32:35","guid":{"rendered":"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/?p=10951"},"modified":"2016-08-17T15:27:58","modified_gmt":"2016-08-17T13:27:58","slug":"le-intenzioni-del-vaticano-ii-e-il-diaconato-femminile-k-h-menke-e-la-paralisi-della-tradizione","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/le-intenzioni-del-vaticano-ii-e-il-diaconato-femminile-k-h-menke-e-la-paralisi-della-tradizione\/","title":{"rendered":"Dibattito sul diaconato femminile (\/2): le \u201cintenzioni del Vaticano II\u201d e il diaconato femminile: K.-H. Menke e la paralisi della tradizione"},"content":{"rendered":"<p><span style=\"line-height: 1.5em\">\u00a0<a href=\"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/ministerodonne.jpg\"><img decoding=\"async\" loading=\"lazy\" class=\"alignnone size-medium wp-image-10443\" alt=\"ministerodonne\" src=\"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/ministerodonne-300x177.jpg\" width=\"300\" height=\"177\" srcset=\"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/ministerodonne-300x177.jpg 300w, https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/ministerodonne.jpg 440w\" sizes=\"(max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/a><\/span><\/p>\n<p>Gi\u00e0 quando ho presentato le mie riserve sulla intervista rilasciata dal prof. Menke a \u201cDie Welt\u201d, nei giorni scorsi, segnalavo che nel 2013 egli aveva scritto un lungo e documentato articolo sul tema del \u201cdiaconato femminile\u201d con il titolo: <strong><i>Die triadische Struktur des Ordo und die Frage nach einem Diakonat der Frau,<\/i><\/strong><i> <\/i>in:<i> \u201c<\/i>Theologie und Philosophie\u201d<i> <\/i>88 (2013) 340-371. (<i>La struttura triadica dell\u2019Ordine e la questione del diaconato femminile<\/i>) e mi riservavo di commentarlo a suo tempo.<\/p>\n<p>Vorrei ora qui discutere la sua tesi di fondo, che \u00e8 una tesi \u201cspeculativa\u201d, ossia sistematica, anche se alimentata da una grande dovizia di dati storici. Il testo \u00e8 in effetti corredato da una mole imponenente di \u201cnote\u201d (ben 123), molte delle quali sono ricche di rimandi bibliografici e di discussioni con altri autori intervenuti sullo stesso tema.<\/p>\n<p>Non pretendo affatto di riassumere le 30 fitte pagine del suo accurato studio, ma cerco solo di farne emergere le linee di fondo e alcuni limiti, che pregiudicano a mio avviso una adeguata comprensione della questione attuale intorno al \u201cdiaconato femminile\u201d. Procedo in questo modo: anzitutto presento la struttura dello studio nelle sue grandi campate (1.), poi esamino alcuni \u201cpunti critici\u201d (2.) per concludere con alcune questioni aperte che restano da esaminare (3.).<\/p>\n<p>1. <strong>Dalla fedelt\u00e0 al Vaticano II alla impossibilit\u00e0 del \u201cdiaconato femminile\u201d<\/strong><\/p>\n<p>Dopo una non irrilevante premessa sullo scopo dello studio \u2013 restituire al Vaticano II le sue vere intenzioni, senza restare vittime degli \u201cinteressi\u201d delle diverse scuole \u2013 l\u2019autore struttura la sua ricerca in tre passi: il primo \u00e8 dedicato alla ricostruzione dello \u201csviluppo storico\u201d del rapporto tra episcopato, presbiterato e diaconato; il secondo \u00e8 dedicato alla \u201cunit\u00e0 triadica del sacramento dell\u2019Ordine\u201d, mentre il terzo tratta del rapporto tra questa unit\u00e0 dell\u2019Ordo e la questione del diaconato femminile.<\/p>\n<p>Il centro della argomentazione di Menke funziona in questo modo: da due millenni di storia desumiamo un criterio di \u201cunit\u00e0 triadica\u201d dell\u2019ordo, che si articola in episcopato, presbiterato e diaconato. Elaborato nel corso dei secoli, e giunto a piena chiarezza solo con il Vaticano II, questo \u201ccriterio ermeneutico\u201d di fedelt\u00e0 alla tradizione impone di riconoscere che tale \u201cordo\u201d &#8211; con questa sua complessit\u00e0 &#8211; \u00e8 sempre stato attribuito, in tutti i suoi gradi, soltanto a soggetti di sesso maschile. Il principio di \u201cunit\u00e0 triadica\u201d supera tutte le opposizioni sia tra i diversi gradi, sia tra livello sacramentale e livello giurisdizionale di esercizio della autorit\u00e0. Ogni forma di distinzione residua viene bollata come \u201cgnostica\u201d o come \u201cdualistica\u201d e a queste posizioni erronee vengono ricondotte tutte le interpretazioni del Concilio Vaticano II che antepongono un \u201cinteresse pastorale\u201d alla vera intenzione dei Padri Conciliari. Su questa base Menke procede alla confutazione di una serie di studi possibilisti sul diaconato femminile, mostrandone la contraddittoriet\u00e0 con le vere intenzioni del Vaticano II.<\/p>\n<p>Potremmo riassumere cos\u00ec la tesi di Menke: la elaborazione della \u201cunit\u00e0 triadica\u201d del ministero ordinato e la attestazione storica della assenza di donne integrate all\u2019interno di tale \u201cunit\u00e0 triadica\u201d impedisce alla Chiesa di \u201cordinare donne\u201d, ma non impedisce alla Chiesa di attribuire loro autorit\u00e0, purch\u00e9 non al livello sacramentale dell\u2019Ordo.<\/p>\n<p>2. <strong>Pregiudizi efficaci, assunti non dimostrati, dati dimenticati<\/strong><\/p>\n<p><strong>\u00a0<\/strong>La trama del testo \u00e8 fitta e complessa. Provo a farne emergere alcuni fili problematici:<\/p>\n<p>&#8211; Nel testo si assiste ad un continuo passaggio tra piano storico e piano sistematico. Il Concilio Vaticano II si sostiene &#8211; deve essere compreso sul piano storico. Ma la storia viene compresa sulla base di una interpretazione pesantemente sistematica del Concilio Vaticano II. Ora, questo non \u00e8 affatto scandaloso. Ogni buon teologo procede sempre cos\u00ec. Non c\u2019\u00e8 mai n\u00e9 pura storia, n\u00e9 puro dogma. Quello che sorprende \u00e8 piuttosto la \u201ccolpevolizzazione\u201d di tutti coloro che non assumono la prospettiva \u2013 sistematicamente assai fragile \u2013 che Menke pretende di desumere direttamente dai dati storici!<\/p>\n<p>&#8211; Il principio sistematico di \u201cunit\u00e0 triadica\u201d dell\u2019Ordine viene utilizzato, da Menke, come criterio ermeneutico per impedire ogni differenziazione storica! Questo \u00e8 davvero sorprendente. Non solo perch\u00e9 unisce \u2013 surrettiziamente \u2013 condizioni di fatto e assunti sistematici in forma molto creativa, ma anche molto arbitraria; bens\u00ec anche perch\u00e9 dimentica che lo stesso magistero post-conciliare, in espressioni tutt\u2019altro che secondarie, ha profondamente alterato questa \u201cunit\u00e0 triadica\u201d. Dunque da un lato vi \u00e8 una enfasi estrema su \u201cdati storici\u201d, che imporrebbero una lettura sistematica univoca, il che non \u00e8. Ma la lettura sistematica \u00e8 tanto forte, che dimentica, non casualmente, una evoluzione recente del magistero, che non \u00e8 affatto coerente con la unit\u00e0 triadica sottolineata con tanta forza da Menke. Se ne trae l\u2019impressione che si parli di \u201cunit\u00e0 triadica\u201d, per tener fuori le donne anche dal diaconato. Salvo poi utilizzare la differenza interna a tale unit\u00e0 in modo tanto forzato, da negare che il diacono agisca \u201cin persona Christi\u201d: da notare \u00e8 che questo \u201cfatto\u201d non \u00e8 mai citato da Menke, ma posto dal magistero successivo al Concilio.<\/p>\n<p>&#8211; Provo a sintetizzare questa piccola e grande contraddizione interna al testo. Menke dice: se l\u2019Ordo \u00e8 unico \u2013 sia pure differenziato al suo interno \u2013 la logica che vale per un grado deve valere anche per gli altri. Ma sembra dimenticare che il \u201cdiaconato uxorato\u201d \u00e8 diventato di nuovo possibile, in occidente, da qualche decennio, mentre presbiterato e episcopato restano celibatari. La unit\u00e0 ha al suo interno una articolazione. Non si vede come si possa escludere, su questa base, che il soggetto della ordinazione diaconale possa essere non solo un maschio sposato, ma anche una femmina sposata o magari anche una femmina celibe (con qualche rischio in pi\u00f9)\u2026<\/p>\n<p>&#8211; Sono rimasto piuttosto sorpreso dalle righe iniziali del testo. In esse si propone una \u201crevisione\u201d della interpretazione del Vaticano II rispetto a \u201cdue scuole\u201d: quella di Bologna e quella di Roma. Non so se questo dipenda dalla distanza dall\u2019Italia dell\u2019autore, ma \u00e8 curioso imparare da un teologo di Bonn che in Italia vi sarebbe anche una \u201cscuola romana\u201d di interpretazione del Concilio. A Bologna c\u2019\u00e8 sicuramente una scuola, con generazioni di maestri, allievi, discussioni, pubblicazioni, riviste, collane. A Roma ci sono alcuni autori, che hanno scritto sul Concilio Vaticano II, in modo anche meritevole, ma senza scuola, senza riviste, senza collane, senza confronti&#8230;Oltretutto Menke in nota cita gli \u201cautori minori\u201d &#8211; Gherardini e De Mattei, autori non di studi, ma di paphlets &#8211; e dimentica il maggiore \u2013 Marchetto, che ha scritto invece importanti raccolte di recensioni \u2013: trovare tutta questa approssimazione sulla soglia di un articolo che vuole essere accuratissimo sul piano del dato storico, suscita una certa impressione.<\/p>\n<p>3. <strong>Le questioni vere e perci\u00f2 dimenticate<\/strong><\/p>\n<p><strong>\u00a0<\/strong>Nel cuore del suo testo Menke dice tre cose estremamente significative, che riporto per esteso:<\/p>\n<p>\u201cIn ci\u00f2 che segue faremo il tentativo di desumere la intenzione dei testi (conciliari, sulla gerarchia) dalla loro preistoria\u201d (340)<\/p>\n<p>\u201cGi\u00e0 dalla fine del secondo secolo l\u2019agire ex persona Christi davanti alla Chiesa \u00e8 una \u201ctriade\u201d. Nessun padre della chiesa attesta che una donna abbia assunto questo munus sacramentale\u201d (368)<\/p>\n<p>\u201cDal III secolo vi sono \u201cdiaconesse\u201d, ma \u00e8 altrettanto incontestabile che esse non sono considerate come soggetti di un munus sacramentale\u201d (368)<\/p>\n<p><span style=\"line-height: 1.5em\">Se la teoria del \u201cmunus triadico\u201d \u00e8 chiara solo nel XX secolo, come si pu\u00f2 <\/span><span style=\"line-height: 1.5em\">far uso di essa<\/span><span style=\"line-height: 1.5em\"> come criterio di discernimento assoluto per testi del III e IV secolo?\u00a0<\/span><\/p>\n<p>E\u2019 qui evidente la tensione tra una rilettura del Vaticano II sulla base dei \u201cfatti\u201d che lo precedono e insieme una interpretazione dei fatti con le categorie conciliari, ma proposte in una loro interpretazione tutt\u2019altro che pacifica. Ad ogni modo, ci\u00f2 che manca, in modo del tutto decisivo, \u00e8 qualsiasi riferimento al \u201cdivenire culturale\u201d delle categorie della \u201cauctoritas\u201d e del \u201cgenere\u201d. Che cosa fosse \u201cdonna\u201d nel IV secolo e che cosa sia nel XX e XXI secolo non \u00e8 un dato irrilevante per affrontare pienamente la questione. N\u00e9 \u00e8 irrilevante quale rapporto vi sia stato e vi sia tra l\u2019esercizio della autorit\u00e0 e questa condizione naturale\/culturale dell\u2019essere donna. Per evitare di cadere nella \u201cideologia del gender\u201d non si pu\u00f2 per\u00f2 dimenticare totalmente la relazione culturale tra genere, potere e vita ecclesiale. Proprio la pretesa di \u201cisolarsi dalla storia comune\u201d per una ricostruzione asettica del \u201ctema gerarchico\u201d -cos\u00ec come appare condotta da Menke &#8211; indica chiaramente una \u201cscelta di scuola\u201d, non priva di conseguenze pesanti sulla analisi e sulla sintesi elaborata e proposta. E forse indica anche una difficolt\u00e0 nel cogliere la \u201cquestione femminile nella Chiesa\u201d nel suo significato pi\u00f9 profondo e pi\u00f9 radicale, ossia non come problema n\u00e9 di <i>iurisdictio<\/i> n\u00e9 di <i>ordo<\/i>, ma di riconoscimento di una esperienza dell\u2019uomo\/donna e di Dio, pi\u00f9 ricca e pi\u00f9 profonda proprio perch\u00e9 differenziata e non unificabile proprio a livello di \u201cgenere\u201d.<\/p>\n<p>Concludo con alcune domande. Le lascio aperte, intenzionalmente, perch\u00e9 restano anche per me questioni, alle quali non so dare una risposta netta:<\/p>\n<p>La lettura del Vaticano II e della sua teoria dell\u2019\u201dordo\u201d proposta da Menke \u00e8 un atto di fedelt\u00e0 al testo conciliare o un \u201cuso interessato\u201d del testo? Forse dovremmo ammettere con molta maggiore serenit\u00e0 che una opposizione tra \u201cvero testo\u201d e \u201cuso interessato\u201d \u00e8 una falsa opposizione. Proprio per il fatto che il Vaticano II non \u00e8 solo \u201coggetto\u201d ma \u201csoggetto\u201d della tradizione: tale tradizione, rispetto al Concilio, non si pu\u00f2 ricostruire semplicemente \u201cdal suo passato\u201d, ma anche \u201cdal suo futuro\u201d. Altrimenti il Concilio viene ridotto, sostanzialmente, ad un passaggio irrilevante.<\/p>\n<p>Ci\u00f2 di cui Menke accusa apertamente i suoi contraddittori \u2013 ossia di sottoporre il testo agli interessi del contesto pastorale di recezione &#8211; non dovrebbe essere rivolto, anzitutto, al suo tentativo di soluzione della questione del diaconato femminile, mediante un \u201cuso sistematico\u201d del Vaticano II interpretato come \u201cchiusura\u201d piuttosto che come \u201capertura\u201d? Questo \u201cuso\u201d del Vaticano II, non \u00e8 certo della scuola di Bologna, ma \u00e8 proprio cos\u00ec diverso dalla cosiddetta \u201cscuola di Roma\u201d? Il suo \u201cinteresse\u201d esplicito a \u201cnegare la questione del diaconato femminile\u201d pu\u00f2 essere letto in continuit\u00e0 con il Concilio, o deve essere interpretato come una pericolosa forma di \u201cimmunizzazione dal Vaticano II\u201d? In altri termini, la \u201cconclusione\u201d sul diaconato femminile per Menke sta davvero \u201calla fine\u201d del testo, come una logica e coerente conclusione, o non \u00e8 piuttosto l\u2019interesse primario che lo ha condotto a costruire tutta la sua fine \u201cmacchina storico-dogmatica\u201d in funzione puramente difensiva? Solo perch\u00e9 la Chiesa possa permettersi di riconoscere, anche qui, di <i>non avere alcuna autorit\u00e0 proprio sulla attribuzione della autorit\u00e0<\/i>?<\/p>\n<p>La lettura del saggio non permette di rispondere definitivamente a queste domande. Ma per questo non permette neppure di pensare la apertura alla \u201cautorit\u00e0 femminile nella Chiesa\u201d come destinata \u201cnecessariamente\u201d a luoghi diversi dal \u201cministero ordinato\u201d. Questa \u201cnecessit\u00e0\u201d non \u00e8 per nulla evidente, se non per una logica azzardatamente autoreferenziale. La questione \u00e8 perci\u00f2 pi\u00f9 complessa di una tesi sistematica imposta non \u201cdal\u201d, ma \u201cal\u201d Vaticano II. Dunque la discussione \u00e8 solo al suo inizio. Ma dobbiamo riconoscere apertamente che, anche grazie a questo audace approfondimento proposto dal prof. Menke, <i>la tradizione non sar\u00e0 condannata alla paralisi, ma potr\u00e0 riconoscersi autorizzata ad andare avanti, con fiducia e senza irrigidimenti, \u201csulle orme del Vaticano II\u201d<\/i>.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>\u00a0 Gi\u00e0 quando ho presentato le mie riserve sulla intervista rilasciata dal prof. 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