{"id":19438,"date":"2024-07-20T16:22:47","date_gmt":"2024-07-20T14:22:47","guid":{"rendered":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/?page_id=19438"},"modified":"2024-07-20T16:22:47","modified_gmt":"2024-07-20T14:22:47","slug":"munera-2-2024-editoriale","status":"publish","type":"page","link":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/tutti-gli-articoli\/munera-2-2024-editoriale\/","title":{"rendered":"Munera 2\/2024 &#8211; Editoriale"},"content":{"rendered":"<p>Di questi tempi, se una rivista intende allestire un nume ro monografico sulla scuola, non ha che l\u2019imbarazzo della scelta. Da una parte, questioni anche molto specifiche di pedagogia e politica scolastica intercettano pi\u00f9 che in altre stagioni l\u2019interesse della pubblica opinione. Dall\u2019altra, il circuito onnivoro dell\u2019informazione fa di tutto un sol boccone, lasciando sul campo pi\u00f9 confusione che consapevolezza. Forse ci siamo lamentati troppo, in passato, del fatto che la scuola e l\u2019educazione non godessero della pubblica attenzione che meritavano. Oggi siamo stati accontentati oltre misura, dal punto di vista quantitativo. Dal punto di vista qualitativo no, evidentemente: ci si \u00e8 accorti, sembra, che spararla grossa sulla scuola \u00e8 una strategia remunerativa per chi deve cavalcare le onde dell\u2019informazione o costruirsi come personaggio<\/p>\n<p>pubblico. Dietro ogni squillo di allarme, ogni affermazione perentoria e ogni nuvola di polvere si intuisce che ci sarebbero questioni vere da dipanare, da rendere pi\u00f9 largamente intellegibili per farne materia di confronto aperto sulle politiche educative. A quel punto, di solito, alcuni pareri esperti si organizzano per mettersi in viaggio e raggiungere la pubblica opinione. Un po\u2019 presi fra due fuochi: il disappunto per tanta approssimazione e il peso della responsabilit\u00e0.<\/p>\n<p>Quando arrivano, quando sono finalmente approdati a un minimo di tribuna dalla quale offrire un apporto pi\u00f9 riflessivo e documentato, l\u2019attenzione dei pi\u00f9 \u00e8 gi\u00e0 distolta da altro. Probabilmente funziona cos\u00ec un po\u2019 per tutto, ormai; la frustrazione dei chierici della scuola<\/p>\n<p>non \u00e8 diversa da quella degli altri specialisti. Tuttavia, la centralit\u00e0 che riconosciamo ancora alla scuola nel costruire la societ\u00e0 democratica richiede, a ciascuno per la sua parte, di contribuire a quel che dovrebbe essere un dialogo informato e aperto. Di un mondo cos\u00ec complesso come la scuola, nessuna somma di specialismi potrebbe dare una cartografia esatta, una rappresentazione completa: un sapere pubblico sulla scuola si pu\u00f2 costruire solo dialogicamente.<\/p>\n<p>Ci \u00e8 sembrato utile dedicare questo spazio a una scelta di pochi temi dal dibattito scolastico corrente chiedendo un contributo ad autori e autrici che, da posizioni diverse, li hanno affrontati da vicino. Non \u00e8 un catalogo completo; da queste pagine sono rimasti fuori altri<\/p>\n<p>temi che in questi anni stanno mobilitando energie nella scuola e segnalano spinte evolutive non effimere: per esempio, la valutazione formativa, l\u2019inclusione scolastica o il tema controverso della formazione universitaria degli insegnanti, il fantasma dei programmi scolastici<\/p>\n<p>nella scuola dell\u2019autonomia, il ruolo attivo di studenti e studentesse, e l\u2019elenco potrebbe continuare. Speriamo di aver fornito elementi utili a rimettere a fuoco alcuni aspetti che sfuggono alla rappresentazione semplificata di un mondo complesso e vitale come la scuola e<\/p>\n<p>ringraziamo autori e autrici per il loro contributo.<\/p>\n<p>Cominciamo dal merito. Del concetto di merito in ambito scolastico si \u00e8 tornati a discutere recentemente. Punto di innesco occasionale \u00e8 stata la nuova denominazione del Ministero dell\u2019istruzione, cui gi\u00e0 da qualche anno, non sar\u00e0 superfluo ricordarlo, manca l\u2019aggettivo \u201cpubblica\u201d. L\u2019iniziativa dell\u2019attuale governo \u00e8 stata accolta da reazioni che spesso si sono ricollegate alla matrice distopica del termine \u201cmeritocrazia\u201d cos\u00ec come coniato da Young: misurato secondo criteri<\/p>\n<p>stabiliti da chi \u00e8 in posizione di vantaggio, contabilizzato soprattutto attraverso le credenziali educative, il merito \u00e8 un argomento che si presta a giustificare la riproduzione dei rapporti sociali esistenti: chi invoca la \u201cmeritocrazia\u201d spesso ignora le origini paradossali del termine. Le reazioni al Ministero del merito erano probabilmente nel conto; un uso comunicativo disinvolto della nomenclatura di ministeri e assessorati non \u00e8 esclusivo del governo in carica, i precedenti sono<\/p>\n<p>numerosi e ben distribuiti. Il contributo di Marco Olivetti va oltre l\u2019occasione ed esplora invece il tema della rilevanza costituzionale del merito in ambito scolastico, soffermandosi in particolare sul terzo comma dell\u2019articolo 34 della Carta (\u00abI capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno<\/p>\n<p>diritto di raggiungere i gradi pi\u00f9 alti degli studi\u00bb) per ripercorrerne i presupposti e mostrare i limiti entro i quali \u00e8 dato al legislatore definire le forme concrete in cui il principio deve<\/p>\n<p>trovare attuazione.<\/p>\n<p>Enrico Bottero riprende il tema dell\u2019autonomia scolastica e dei suoi paradossi. Dagli anni Novanta del secolo scorso la struttura di governo periferico delle scuole \u00e8 cambiata profondamente:<\/p>\n<p>il principio dell\u2019autonomia pedagogica e didattica, rimasto privo di supporto, ha segnato il passo, mentre sembra aver trovato pi\u00f9 facile affermazione il mito della leadership manageriale e della concorrenzialit\u00e0 fra scuole. Se lo spirito dei tempi sembra aver incoraggiato un certo \u201cconsumismo scolastico\u201d e indebolito l\u2019istituzione, la scuola resta insostituibile nel compito di formare il cittadino democratico incoraggiando non la competizione, ma la cooperazione, e offrendo<\/p>\n<p>spazi e strumenti per imparare a cooperare efficacemente.<\/p>\n<p>Come ogni impresa collettiva, l\u2019impegno di tanti nell\u2019educazione e nell\u2019istruzione ha anche bisogno di una sua agiografia, di coltivare modelli in cui riconoscersi: di esempi cui aderire o da cui prendere le distanze, da utilizzare per cercare (o per affermare) il proprio modo di vedere e di agire; cui guardare, auspicabilmente, anche con spirito critico. Dal canone pedagogico corrente ne abbiamo scelti due che, come si vedr\u00e0, sono trasversalmente legati ai sottotemi del numero.<\/p>\n<p>Dell\u2019opera di don Lorenzo Milani, spesso evocato con disinvoltura da posizioni contrapposte, Gian Luca Battilocchi ricorda l\u2019appartenenza al contesto ampio della scoperta diffusa delle scienze sociali nell\u2019Italia del dopoguerra. Gi\u00e0 <em>Esperienze pastorali<\/em> (1958), l\u2019unica monografia che ha Milani per autore, si collega a una tradizione di sociologia della religione che ha una sua rilevanza nella modernizzazione dei riferimenti culturali del clero e del laicato del Novecento.<\/p>\n<p>Battilocchi rilegge <em>Lettera a una professoressa<\/em>, il testo collettivo firmato dalla Scuola di Barbiana nel 1967, anno della morte del Priore, sottolineandone le risonanze con la letteratura critica degli anni Sessanta su scuola e diseguaglianze sociali.<\/p>\n<p>L\u2019altra figura \u00e8 Maria Montessori. L\u2019educatrice italiana pi\u00f9 nota nel mondo \u00e8 ancora oggi uno dei poli pi\u00f9 magnetici del movimento pedagogico globale. Seguire gli sviluppi del movimento montessoriano e la fortuna anche editoriale e mediatica delle sue idee permette ancora oggi di tracciare le linee evolutive di un appello al rinnovamento educativo che orienta le biografie professionali di educatori e insegnanti, lambisce stili e consumi educativi delle famiglie e, a certe<\/p>\n<p>condizioni, incide anche sull\u2019istituzione scolastica, come mostrano le esperienze e le sperimentazioni in corso richiamate da Perrone.<\/p>\n<p>Uno dei lasciti di Montessori riguarda la fecondit\u00e0 euristica di uno sguardo esercitato alla prima infanzia come chiave per comprendere lo sviluppo di bambini, ragazzi e adulti. Questa intuizione si \u00e8 rivelata in sintonia con una proiezione pi\u00f9 ampia del movimento pedagogico contemporaneo: la capacit\u00e0 di ascolto e attenzione per la prima infanzia \u00e8 condizione necessaria non solo per la conoscenza degli specialisti, ma anche per costruire un modello di societ\u00e0 dotata di<\/p>\n<p>istituzioni educative di qualit\u00e0 per tutti i suoi membri (educative, ma anche sociali, sanitarie, culturali), a cominciare dall\u2019offrire il meglio di s\u00e9 ai bambini e alle bambine. Guardando come sono progettati gli spazi pubblici per i pi\u00f9 piccoli si dovrebbe poter capire come saranno<\/p>\n<p>le scuole, le biblioteche e i musei, le carceri, gli ospedali e le piazze di una comunit\u00e0 plasmata da questo ideale di umanesimo educativo contemporaneo.<\/p>\n<p>Che i nidi fossero e siano una frontiera decisiva del nostro crescere in questa direzione e che ci fosse un grave ritardo da colmare (in termini di risorse e in termini culturali) lo sapevamo gi\u00e0, o lo avevamo almeno sentito dire. Che i fondi del piano Next Generation EU si riveleranno un\u2019occasione sprecata \u00e8 ormai pi\u00f9 che un sospetto.<\/p>\n<p>Come siamo arrivati a questo punto? Le peculiarit\u00e0 del caso italiano, fra tradizioni pedagogiche locali di alta qualit\u00e0 e pesanti squilibri, fughe in avanti e resistenze radicate, sono analizzate dal contributo di Maura Tripi.<\/p>\n<p>L\u2019ultimo segmento tematico riguarda le scuole, i quartieri, i ragazzi \u201cdifficili\u201d. La questione si presta particolarmente a rappresentazioni allarmistiche o esotiche e a risposte demagogiche e securitarie,<\/p>\n<p>quando invece ci sarebbe un patrimonio di conoscenza, di analisi e di esperienze sul campo da interrogare, anche con uno sguardo lucido sui limiti di quanto si \u00e8 fatto finora. Per questa sezione Chiara Biasin e Francesca Boscaini presentano l\u2019esperienza delle \u201cscuole della seconda opportunit\u00e0\u201d, nate per intercettare le traiettorie di abbandono precoce della scuola che, secondo i dati Istat del 2023, riguardano l\u201911,5% dei 18-24enni italiani. Davide Schir\u00f2 ha seguito un percorso seminariale su Quartieri a rischio e scuole di frontiera che nello scorso autunno ha coinvolto a Palermo insegnanti, educatori, studenti universitari e attori del terzo settore. I partecipanti si sono interrogati sulle ragioni e sui costi di una retorica della frontiera che ha fatto da cornice all\u2019impegno educativo di tanti ma, probabilmente, ha contribuito a cronicizzare un approccio emergenziale che ha tamponato l\u2019assenza di politiche strutturali per la vivibilit\u00e0 di citt\u00e0 e scuole. L\u2019occasione \u00e8 stata fornita dalla nuova edizione (Sellerio, 2023) di un bel libro di Carla Melazzini curato da Cesare Moreno, <em>Insegnare al principe di Danimarca<\/em>: ne proponiamo in chiusura la rilettura di Gaia Colombo.<\/p>\n<p style=\"text-align: center;\"><img decoding=\"async\" loading=\"lazy\" src=\"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/ico_acquista_abbdigitale.jpg\" alt=\"Scarica l'articolo gratuitamente\" width=\"54\" height=\"54\" \/><br \/>\n<a href=\"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/2024-2_Munera_07-11_Editoriale.pdf\">scarica l&#8217;articolo gratuitamente<\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Di questi tempi, se una rivista intende allestire un nume ro monografico sulla scuola, non ha che l\u2019imbarazzo della scelta. 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