{"id":13186,"date":"2018-10-03T16:34:11","date_gmt":"2018-10-03T14:34:11","guid":{"rendered":"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/?page_id=13186"},"modified":"2018-10-03T16:35:17","modified_gmt":"2018-10-03T14:35:17","slug":"munera-32018-editoriale","status":"publish","type":"page","link":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/tutti-gli-articoli\/munera-32018-editoriale\/","title":{"rendered":"Munera 3\/2018 &#8211; Editoriale"},"content":{"rendered":"<p><i>Dov\u2019\u00e8 o morte il tuo pungiglione?<\/i>, si domanda all\u2019inizio dell\u2019era cristiana l\u2019apostolo Paolo, nella sua prima lettera ai Corinzi (1Cor 15, 55). Si tratta della domanda fondamentale dell\u2019esistenza: che cosa ci rende mortali? In che modo la morte penetra nelle nostre vite? \u00c8 possibile scampare alla morte, evitare di essere punti dal suo pungiglione o immunizzarsi dal veleno che esso inocula?<\/p>\n<p>Chi ha alle spalle un certo numero di anni \u2013 non ne occorrono neppure troppi \u2013 ha certo fatto esperienza di come la morte non sia un accadimento istantaneo, ma un lungo processo che conduce alla disgregazione del corpo e della sua forma. L\u2019organismo vivente nasce, si sviluppa e, una volta raggiunto il culmine del proprio sviluppo, inizia a sperimentare il proprio decadimento. Per gli umani questo accade intorno ai vent\u2019anni. Salvo che essi non abbiano dolorosamente incontrato la morte gi\u00e0 durante l\u2019infanzia o l\u2019adolescenza, magari con la scomparsa di persone care, gli esseri umani fanno comunque molto presto i conti con un\u2019esistenza che ha un suo termine e che richiede di fare costantemente i conti con l\u2019esperienza della perdita, di una continua spoliazione.<\/p>\n<p>Diventare adulti significa proprio questo: imparare a mollare la presa, a rendersi responsabili per s\u00e9 e per gli altri, ma abbandonando la pretesa di poter tutto controllare. Accettare di doversi continuamente spogliare, imparare a vivere di ci\u00f2 che \u00e8 essenziale, rinunciando cos\u00ec ai sentimenti e alle pretese di onnipotenza e di controllo che caratterizzano l\u2019esistenza del bambino e dell\u2019adolescente.<\/p>\n<p>Ma se la giovinezza \u00e8 \u2013 per cos\u00ec dire \u2013 una \u201cmalattia\u201d che passa da sola, il diventare adulti richiede invece molta cura. E oggi, nelle nostre societ\u00e0 e alle nostre latitudini, diventare adulti \u00e8 divenuto problematico. Per riprendere una famosa canzone di Francesco Guccini, dobbiamo riconoscere che \u2013 col tempo \u2013 ci si \u00e8 molto perfezionati in quella \u00abscienza\u00bb che consiste nell\u2019\u00abinvecchiare senza maturit\u00e0\u00bb (non si diventa adulti, non si rimane bambini, ma ci si eternizza in un\u2019adolescenza senza fine: si veda in proposito il dossier ospitato in Munera 1\/2016). E la soluzione oggi pi\u00f9 ricercata non sembra quella di cercare di apprendere come maturare, ma di evitare di invecchiare. Ovvero, di rimuovere la morte dall\u2019orizzonte delle nostre vite.<\/p>\n<p>Le cosiddette tecniche di <i>human enhancement<\/i> \u2013 di miglioramento dell\u2019umano \u2013 vanno certamente in questa direzione: nella direzione di combattere la presa della morte sulle nostre vite, bloccando gli effetti del suo veleno.<\/p>\n<p>La lotta contro la morte costituisce di per s\u00e9 un elemento di nobilt\u00e0 della condizione umana: la morte \u00e8 veramente un nemico e il regno del non senso (tanto pi\u00f9 quando essa bussa alle porte di una giovane vita innocente). Ma questa lotta non pu\u00f2 che essere condotta a partire da una profonda accettazione della nostra condizione mortale: un giorno si dovr\u00e0 morire. Ed \u00e8 questa accettazione che manca alle \u2013 certo sovrastimate \u2013 ideologie che vanno oggi sotto il nome di post-umanesimo e transumanesimo: ideologie che inseguono l\u2019utopia un po\u2019 infernale di una vita umana senza i limiti propri alla condizione corporea. Finalmente, di una vita senza morte.<\/p>\n<p>Senza tuttavia arrivare agli eccessi ideologici di pochi (ai quali bisognerebbe peraltro evitare di accordare eccessiva importanza), \u00e8 tuttavia evidente che \u2013 a livello di cultura diffusa \u2013 si vive un problema con la morte, contro la quale non si lotta pi\u00f9 a partire dall\u2019accettazione di una inevitabile condizione mortale, ma una morte che si tende semplicemente a rimuovere: di morte non si deve parlare, la morte non si deve vedere e, quando essa si presenta, ecco che occorre andare alla ricerca dei responsabili. Quella morte non sarebbe dovuta accadere: qualcuno dovr\u00e0 risponderne.<\/p>\n<p>L\u2019alternativa a una rimozione della morte che rischia di diventare una grande allucinazione collettiva (i sociologi parlano non a caso di \u00absociet\u00e0 post-mortale\u00bb) non pu\u00f2 che essere quella di un\u2019accettazione profonda di s\u00e9 stessi a partire dalle differenti et\u00e0 della vita: et\u00e0 che hanno, ciascuna, una propria dignit\u00e0 e una fondamentale importanza le une per le altre. C\u2019\u00e8 un\u2019et\u00e0 per nascere e un\u2019et\u00e0 per morire.<\/p>\n<p>In questo bisognerebbe riprendere le pagine di una grande maestro del pensiero del nostro tempo: quel Romano Guardini di cui quest\u2019anno si celebrano i cinquant\u2019anni dalla morte (1968-2018). Egli scriveva significativamente che \u00abal positivista e al \u2018borghese\u2019 la morte \u00e8 scomoda; lo mette in imbarazzo. Pertanto essi la rimuovono; anche dietro espressioni linguistiche apparentemente di fede\u00bb. Non c\u2019\u00e8 bisogno di essere dei miscredenti per trovarsi in imbarazzo davanti alla morte e per cercare di rimuoverne lo scandalo: lo si pu\u00f2 fare anche con espressioni apparentemente molto devote.<\/p>\n<p>Il combinato disposto dei cinquant\u2019anni dal 1968, l\u2019anno che port\u00f2 alla ribalta del mondo le ragioni della giovinezza, e del Sinodo dei Vescovi che papa Francesco ha convocato sul tema dei giovani, costituiscono per chiunque \u2013 credenti e non credenti, cristiani e non cristiani \u2013 uno stimolo a ripensare la questione di un rapporto patologico con la giovinezza: essa diventa un imperativo \u2013 essere giovani a tutte le et\u00e0, non invecchiare mai, non morire mai \u2013 mentre ai giovani in carne ed ossa non si insegna pi\u00f9 come diventare adulti. Ci si eternizza tutti in una giovinezza senza limiti e senza speranza. Si insegue l\u2019illusione di poter scampare alla morte e al suo pungiglione. L\u2019effetto, tuttavia, \u00e8 di uccidere la vita, non la morte.<\/p>\n<p style=\"text-align: center;\"><a href=\"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/2018-3_Munera_07-09_Editoriale.pdf\" target=\"_blank\"><img decoding=\"async\" loading=\"lazy\" class=\"aligncenter\" alt=\"Scarica l'articolo gratuitamente\" src=\"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/ico_acquista_abbdigitale.jpg\" width=\"54\" height=\"54\" \/>scarica l&#8217;articolo gratuitamente<\/a><\/p>\n<p style=\"text-align: center;\">\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Dov\u2019\u00e8 o morte il tuo pungiglione?, si domanda all\u2019inizio dell\u2019era cristiana l\u2019apostolo Paolo, nella sua prima lettera ai Corinzi (1Cor 15, 55). Si tratta della domanda fondamentale dell\u2019esistenza: che cosa ci rende mortali? 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