{"id":11561,"date":"2017-02-09T10:44:44","date_gmt":"2017-02-09T09:44:44","guid":{"rendered":"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/?page_id=11561"},"modified":"2017-02-09T12:27:31","modified_gmt":"2017-02-09T11:27:31","slug":"munera-12017-vi-saro-sempre-vicino-in-ogni-modo-paolo-prodi-1932-2016","status":"publish","type":"page","link":"https:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/tutti-gli-articoli\/munera-12017-vi-saro-sempre-vicino-in-ogni-modo-paolo-prodi-1932-2016\/","title":{"rendered":"Munera 1\/2017 &#8211; \u00abVi saro\u0300 sempre vicino in ogni modo\u00bb. Paolo Prodi (1932-2016)"},"content":{"rendered":"<p><i>\u00abVi sar\u00f2 sempre vicino in ogni modo\u00bb. Cos\u00ec si concludeva l\u2019ultimo e-mail che il professor Paolo Prodi ci ha inviato lo scorso 25 ottobre. Nessuno poteva immaginare che quel messaggio, scritto dal Professore dopo aver letto il numero 3\/2016 di <\/i>Munera<i>, avrebbe acquistato il valore di un testamento, che ora tutti ci impegna. Il professor Prodi \u00e8 infatti mancato lo scorso 16 dicembre, lasciando un vuoto incolmabile nella cultura non solo del nostro Paese, ma dell\u2019Europa e del mondo intero. Storico fuoriclasse, il professor Prodi era noto in tutto il mondo per i suoi studi sull\u2019et\u00e0 moderna (e non solo): sulla nascita del moderno come esito di un processo di secolarizzazione interno allo stesso cristianesimo, e su quello che egli chiamava il \u201cparadigma tridentino\u201d, ovvero la peculiare forma di chiesa uscita dal Concilio di Trento e giunta fino a noi.<\/i><\/p>\n<p><i>In segno di gratitudine per un uomo colto e intelligente, generoso verso le generazioni pi\u00f9 giovani, intellettuale impegnato a pensare criticamente la transizione epocale del nostro tempo con i suoi rischi e le sue derive, autentico modello di onesta intelligenza per tutti noi, abbiamo deciso di trascrivere e di pubblicare le parole che egli pronunci\u00f2 il 24 gennaio 2012 a Milano, in occasione della presentazione ufficiale della nostra rivista, mettendole a disposizione dei nostri lettori. La sua memora ci incoraggia e ci impegna. Arrivederci professor Prodi, e grazie.<\/i><\/p>\n<p align=\"right\"><i>La redazione<\/i><\/p>\n<p style=\"text-align: left;\" align=\"right\"><span style=\"line-height: 1.5em;\">Ho accettato con grande entusiasmo di partecipare: \u00e8 un momento fondativo di questa impresa di cui Biancu mi parlava da tanto tempo.<\/span><\/p>\n<p>\u00c8 un\u2019impresa abbastanza anomala nel panorama attuale. Uno si sarebbe aspettato casomai una rivista online. Invece, se ho interpretato bene il pensiero del gruppo che lo porta avanti, ho visto il desiderio di fare un oggetto che si potesse in qualche modo toccare. Io ritengo che, in questo momento, ci\u00f2 sia molto importante. Prima si parlava del silenzio come importante: il silenzio in qualche modo pu\u00f2 essere connesso con il mondo cartaceo. \u00c8 necessario un qualcosa che sia in rete perch\u00e9 l\u2019oggetto da solo probabilmente nel mondo d\u2019oggi \u00e8 molto in difficolt\u00e0; quindi io credo che voi pensiate a un legame che congiunga l\u2019oggetto, cio\u00e8 la rivista in cui ciascuno gioca con la parola scritta, con la propria riflessione, e l\u2019inizio di un colloquio come processo. Oggi \u00e8 necessario perch\u00e9 non ci possiamo vedere, quindi la rete diventa appunto il modo per farlo. Questa \u00e8 una prima riflessione sulla parola <i>rivista<\/i>. Spero e auguro che diventi un punto d\u2019incontro in cui il cartaceo rappresenti in qualche modo il compimento di un discorso, di un colloquio tra varie discipline umane come riflessione sull\u2019oggi.<\/p>\n<p>L\u2019aggettivo <i>europea<\/i>: la rivista ha anche una composizione europea nei protagonisti, cos\u00ec come una visione europea dei problemi del mondo di oggi. La discussione sull\u2019Europa l\u2019abbiamo impostata troppo, negli ultimi decenni, sulla condanna dell\u2019eurocentrismo. Questo era giusto, specie nell\u2019epoca della decolonizzazione. Ma adesso l\u2019Europa \u2013 da sistema politico che un secolo fa, prima della Prima guerra mondiale, occupava e possedeva pi\u00f9 del 90% delle terre emerse del mondo \u2013 \u00e8 ridotta quasi in difesa, in un angolo del ring di questa nuova universalizzazione. Quindi, da una parte, abbiamo avuto la prevalenza di una cultura che si \u00e8 misurata con l\u2019Europa per fare i conti delle proprie colpe. Dall\u2019altra \u00e8 venuto dominando e crescendo il tema delle radici dell\u2019Europa: il cercare di ricostruire in qualche modo \u2013 o artificialmente o con lo scavo della memoria \u2013 una identit\u00e0 europea. Produrre una speranza a questa Europa decaduta: negli ultimi anni questo \u00e8 diventato un sentimento prevalente e forse un po\u2019 opprimente. Mi riferisco al discorso sulle radici dell\u2019Europa.<\/p>\n<p>Il problema \u00e8 proprio questo, banalmente: gli alberi hanno le radici e stanno fermi, di solito, in un posto; le civilt\u00e0 non hanno radici e cambiano posto nel mondo. Questo provoca una situazione molto diversa: se noi ci mettiamo dal punto di vista delle radici \u2013 per carit\u00e0, io come storico giudico il discorso delle radici sempre proficuo \u2013 il nostro dev\u2019essere per\u00f2 un discorso che non ci distrae dal problema del futuro, cio\u00e8 da che cosa l\u2019Europa sta dando \u2013 o possa dare nel prossimo futuro \u2013 a questo mondo che si sta globalizzando. Questo ci deve porre in un\u2019ottica del tutto diversa e dopo cercher\u00f2 di dare due o tre esempi di questo. Il problema \u00e8 quello, casomai, dell\u2019eredit\u00e0 dell\u2019Europa: di che cosa noi possiamo trasmettere a questo mondo di cui stiamo diventando soltanto una parte.<\/p>\n<p>L\u2019altro termine su cui mi voglio fermare un istante, prima di riprendere questo tema, \u00e8 <i>cultura<\/i>. Questa \u00e8 una crisi che non \u00e8 puramente economica.<\/p>\n<p>Qui apro una piccola parentesi, sperando di non andare molto lontano: quando ho cominciato a ragionare sulla crisi, dieci anni fa, per scrivere il libro su furto e mercato, il mio punto di partenza \u00e8 stato un articolo del <i>Sole 24 Ore<\/i> che parlava di fondi sovrani. Allora non era diffusa questa parola, non si leggeva. Per un storico dell\u2019et\u00e0 moderna la parola \u201csovranit\u00e0\u201d \u00e8 sempre stata ancorata allo Stato: la sovranit\u00e0 \u00e8 per eccellenza lo Stato moderno, quello famoso del potere legittimo teorizzato da Max Weber e altri. Ora invece ci siamo trovati a un punto di evaporazione, in qualche modo, della sovranit\u00e0. Io sono cresciuto in un sistema di stati dilaniato dalla Seconda guerra mondiale, ma ancora inserito in una cultura secolare; invece ci siamo trovati a vivere in un mondo in cui i confini non esistono, perch\u00e9 sono filtrati da capitali che girano e vagano per il mondo in cerca di scommesse finanziarie: mi riferisco a questa specie di casin\u00f2 che \u00e8 l\u2019economia finanziaria che \u00e8 succeduta all\u2019economia \u201cclassica\u201d del capitalismo imprenditoriale, e ci troviamo dunque di fronte a un totale mutamento dei parametri culturali.<\/p>\n<p>Tutto questo, evidentemente, con un influsso proprio sulla concezione stessa della cultura: il problema \u00e8 se questa debba essere interpretata all\u2019interno dei vecchi schemi o se invece debba cominciare a vagare per il mondo anch\u2019essa. Non nel senso banale della globalizzazione, degli Erasmus\u2026 ma nel senso pi\u00f9 profondo di cercare se si pu\u00f2 costruire, al posto delle vecchie sovranit\u00e0, un nuovo piedistallo su cui pensare il futuro.<\/p>\n<p>Prima si ricordava proprio la frase che mi ha colpito anche stamattina, leggendo il resoconto del discorso del cardinal Bagnasco ai vescovi: \u201ccrisi o transizione epocale?\u201d. Io credo che i termini possano anche coincidere: siamo di fronte a una crisi che \u00e8 crisi di transizione epocale, sono finiti i secoli della costruzione del mondo europeo e dobbiamo essere pronti ad avvertire i segnali che ci vengono da tutte le parti, e non solo dalla nostra memoria. Si tratta di una crisi antropologica, nel senso che stanno cambiando le grandi strutture che erano i contenitori della cultura.<\/p>\n<p>Se la funzione degli intellettuali \u00e8 quella di riflettere sulla cultura, questa evidentemente deve avere dei punti di riferimento a una realt\u00e0 che sta mutando. Giustamente nell\u2019editoriale Biancu insisteva sui segni dei tempi. \u201cSegni dei tempi\u201d ha due valenze: quella ovviamente profetica e quella pi\u00f9 modestamente di lavoro intellettuale, di scavo, per capire in quale direzione stiamo andando. La fine dell\u2019et\u00e0 moderna, potremmo dire.<\/p>\n<p>Il problema \u00e8 questo: se finisce l\u2019epoca in cui le strutture in cui noi siamo stati educati in questi ultimi cinquant\u2019anni stanno franando, allora il problema fondamentale \u00e8 che cosa tutto questo significhi per chi partecipa in qualche modo alla visione cristiana, ovvero che cosa portiamo con noi in questo nuovo mondo di questo tipo di eredit\u00e0. Credo che si possa dire, almeno dal mio punto di vista, che la preoccupazione fondamentale \u00e8 che cosa pu\u00f2 dire il cristianesimo al nuovo mondo: non dunque quanto e perch\u00e9 l\u2019Europa debba rimanere cristiana per le sue origini o per le sue radici.<\/p>\n<p>Io credo fondamentalmente che il cristianesimo sia l\u2019elemento che portiamo con noi: non \u00e8 una radice, ma \u00e8 la misura di un dualismo rispetto al monopolio del potere che ci si presenta come una nuova forma di Moloch che tende ad assorbire sia il potere politico sia il potere economico in una specie di nuova sacralit\u00e0 dei consumi, al confronto del quale le vecchie religioni politiche nel nazismo, del fascismo, del comunismo sembrano dei ferri vecchi come ideologie superate. Anche senza fili spinati o campi di concentramento, queste ipotesi di una nuova sacralit\u00e0 della vita economica sono veramente il problema che dobbiamo affrontare in primo luogo. Questo si pu\u00f2 declinare in tante direzioni: questo \u00e8 il compito della rivista e credo che gi\u00e0 il primo numero sia la testimonianza di un approccio di questo tipo.<\/p>\n<p>\u00c8 in atto una crisi della democrazia, che dobbiamo pensare in termini del tutto nuovi. Dobbiamo certamente difendere la poca democrazia che abbiamo e dobbiamo difendere il patto generazionale che \u00e8 messo a rischio, per i problemi che ben sappiamo nei riguardi delle nuove generazioni. Ma, soprattutto, le istituzioni democratiche hanno in gran parte esaurito il loro ciclo e non rappresentano una conquista di tipo razionale, applicabile una volta fatta (abbiamo visto i fallimenti dell\u2019esportazione della democrazia in questi anni). \u00c8 una democrazia rappresentativa che ha fatto il suo tempo, che \u2013 si intenda bene \u2013 noi dobbiamo difendere (non vorrei essere interpretato in senso populista: \u00e8 proprio il contrario del populismo!), per\u00f2 dobbiamo porci il problema. Io cito sempre il caso di Savonarola, perch\u00e9 sono molto affezionato a questo domenicano che fu bruciato nel 1498 ma che adesso viene beatificato. Che cosa voleva fare Savonarola contro il dominio dei Medici, dei banchieri, non ancora principi ma di fatto padroni di Firenze alla fine del Quattrocento? Istitu\u00ec un consiglio grande, il Consiglio di Citt\u00e0, composto di 3600 persone. Fece edificare \u2013 e qui entra il problema dell\u2019architettura che viene toccato ancora in un altro articolo della rivista \u2013 il Salone dei Cinquecento, perch\u00e9 bisognava avere uno spazio in cui si potesse discutere di politica. Nonostante questo, essendo 3600 i membri, si dovevano fare i turni. L\u2019esperimento dur\u00f2 un anno e mezzo, poi naufrag\u00f2 completamente. Il problema era la rappresentanza, gli strumenti della rappresentanza. Il cittadino a un certo punto si stancava di andare a discutere di politica e ognuno si faceva molto semplicemente i suoi affari: questo fu il disfacimento del governo popolare di Firenze. Nel Settecento in Inghilterra s\u2019invent\u00f2 il collegio elettorale e tutti quei meccanismi che hanno portato alle nostre istituzioni, alla democrazia rappresentativa: il parlamento, le legislature di cinque anni, il deputato rappresentante del collegio, ecc.<\/p>\n<p>Noi vediamo che queste cose sono traballanti al giorno d\u2019oggi, non per un problema teorico, ma perch\u00e9 di fatto ci troviamo in una situazione in cui decisioni politiche prese sotto l\u2019impeto elettorale e la ricerca di consenso hanno ripercussioni trent\u2019anni dopo (pensiamo al caso delle centrali nucleari, o qualsiasi altro caso che investa le cose del pianeta). Insomma: le coordinate di tempo e di spazio sono mutate. Il nostro sforzo dev\u2019essere quello di una revisione critica dei segni dei tempi che abbiamo adesso, nella ricerca di una soluzione che salvi la democrazia, e che allo stesso tempo la salvi nelle nuove dimensioni che si sono venute a creare.<\/p>\n<p>Un altro esempio riguarda la crisi pi\u00f9 propriamente economica, cio\u00e8 il dominio del potere economico sul potere politico, la ricostruzione di una specie di monopolio del potere che deriva dalla debolezza degli Stati e da tante cose che sappiamo bene. Ed \u00e8 a questo che bisogna connettersi per un certo tipo di riflessione che tocca, a mio avviso, proprio quella componente cristiana che \u00e8 in qualche modo anche una delle anime principali dell\u2019impegno di questa rivista. Una rivista che non vuole portare soluzioni immediate, ma aiutare una riflessione di lungo raggio, di lungo tempo, di periodo lungo, nel senso di cercare di capire. Vi \u00e8 un dualismo che \u00e8 proprio del cristianesimo, che abbiamo veramente ereditato e su cui \u00e8 costruita \u2013 a parte il discorso sulle radici che, come ho detto, non mi persuade \u2013 la societ\u00e0 europea degli ultimi secoli: il dualismo, cio\u00e8, tra la sfera del sacro e la sfera della politica, del potere, che spesse volte \u00e8 venuto meno, fino alle contraddizioni pi\u00f9 vive e sanguinose come quelle della Shoah. Ma questo dualismo \u00e8 sempre sopravvissuto. Come possiamo noi importare nel mondo che sta nascendo questo tipo di esigenza? Se pu\u00f2 sopravvivere, questo si pu\u00f2 chiamare forse spirito europeo. In un certo senso esso porta a distinguere tra le diverse sfere e, in qualche modo, a mantenere questo rapporto di alterit\u00e0 tra la sfera della coscienza dell\u2019individuo, dell\u2019uomo in senso \u201cumanistico\u201d, e la nuova societ\u00e0 che si sta profilando. Grazie.<\/p>\n<p style=\"text-align: center;\"><a href=\"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/2017-1_Munera_9-14_Prodi.pdf\" target=\"_blank\"><img decoding=\"async\" loading=\"lazy\" alt=\"Scarica l'articolo gratuitamente\" src=\"http:\/\/www.cittadellaeditrice.com\/munera\/wp-content\/uploads\/ico_acquista_abbdigitale.jpg\" width=\"54\" height=\"54\" \/>per continuare a leggere scarica questo articolo gratuitamente<\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>\u00abVi sar\u00f2 sempre vicino in ogni modo\u00bb. Cos\u00ec si concludeva l\u2019ultimo e-mail che il professor Paolo Prodi ci ha inviato lo scorso 25 ottobre. 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