Nuova teologia eucaristica (/1): corpo, pasto ed eros (di Manuel Belli)


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In un post di alcune settimane fa (qui) identificavo una serie di limiti nel linguaggio teologico della tradizione cattolica, legato ad una comprensione statica e astratta della presenza del Signore Gesù Cristo, del suo corpo e del suo sangue, nella cena eucaristica . In seguito a ciò ho pensato di aprire una rubrica, intitolata “Nuova teologia eucaristica”, in cui ospitare una serie di contributi, che possano delineare i percorsi nuovi a cui si è aperta la ricerca teologica e la esperienza ecclesiale degli ultimi decenni. Per rinnovare una antica tradizione teologica, che ha bisogno, oggi come sempre, di tanta pazienza e di altrettanto coraggio. Il primo testo che vorrei presentare è di Manuel Belli, professore di teologia sacramentaria al Seminario di Bergamo e formatore della comunità del Seminario. Di cui ricordavo già, in quel testo, l’importante dottorato sulla recezione della fenomenologia francese nella teologia sacramentale contemporanea.

EUCARISTIA: CORPO, PASTO ED EROS

di Manuel Belli

Credo si possa dire con una buona approssimazione che il Concilio di Trento ha rappresentato per mezzo millennio lo scheletro di ogni discorso cristiano sull’eucaristia. Trento infatti ha elaborato due documenti di tematica eucaristica: uno sulla presenza di Cristo e uno sul sacrificio eucaristico (a cui aggiungere uno sulla comunione eucaristica). Tutto questo con buone ragioni storiche e fattuali. Dal punto di vista storico il Concilio risponde alle tre contestazioni dei riformatori riproponendo con equilibrio la dottrina tradizionale sull’eucaristia. I temi della presenza reale e del sacrificio non sono inoltre casuali: di fatto si può dire che nei quindici secoli precedenti la trasformazione del pane e del vino e l’attuazione del sacrificio di Cristo hanno catalizzato diversi interessi riflessivi. La stagione manualistica della teologia ha tramutato i due decreti tridentini nell’indice dei trattati teologici sull’eucaristia. Con risultati interessanti, ma con il rischio di giungere ad una sorta di “estenuazione” della riflessione. Agli inizi del XX secolo le istanze del movimento liturgico indicano alla teologia l’urgenza di mettere a tema altri temi che la riflessione aveva presupposto (e qualche volta rimosso), inerenti al fatto che l’eucaristia non è solo il “frutto” di una celebrazione, ma essenzialmente è un rito. Sacrosanctum Concilium ci ricorda infatti che le categorie di interpretazione teologica non sono l’unico luogo di comprensione dell’eucaristia, la quale essenzialmente può essere considerata “nei suoi riti e nelle sue preghiere”.
Non è allora questione di “dire diversamente” o addirittura “contro” rispetto ai contenuti classici sul trattato dell’eucaristia, ma di iniziare a dire “altro”. La dottrina della transustanziazione e del sacrificio eucaristico ci consegnano delle valide risposte alla questione sul “cosa è” l’eucaristia. Resta inevasa la questione sul “cosa accade” nell’eucaristia. Se abbiamo parole per comprendere l’identità dell’eucaristia, non sempre abbiamo strutture di pensiero per adeguare le dinamiche eucaristiche. In un’immagine: la storia del trattato eucaristico è paragonabile ad una macchina fotografica (attenta a restituire le statiche), mentre le esigenze evidenziate dal Movimento Liturgico chiedono di usare anche la macchina da presa.
Ovviamente le riflessioni che seguono non hanno un carattere definitivo e sistematico: a partire dalla lettura di un prezioso libro di Emmanuel Falque (Les Noces de l’Agneau) il tentativo è quello di riflettere su tre parole, dall’alto peso filosofico e antropologico, che possono aiutare nel coglimento di dinamiche eucaristiche. Non sono riflessioni “contro” alcuna dottrina classica… semmai sono “contro una teologia del contro” che, se prova ad avventurarsi su terreni inediti, legge immediatamente polemica ed eterodossia. Provare a sondare con cognizione alcune possibilità è un modo per onorare il patrimonio che ereditiamo e spingersi verso le domande degli uomini e delle donne del nostro tempo. Del resto se l’eucaristia è ciò che ci è dato per accompagnarci “in attesa della sua venuta”, non è così per le diverse teologie: la teologia, se mancasse di rendere ragione alle domande degli uomini e delle donne del tempo presente, non avrebbe senso di esistere. Così fece Tommaso, che ebbe il coraggio di rivolgersi a pensieri filosofici addirittura arditi per i contemporanei. Così dovremmo sempre fare noi, per onorare la grande tradizione che ci precede e continuare a renderla eloquente.

CORPO – Quando celebriamo l’eucaristia occorre prendere con serietà la parola “questo è il mio corpo”. La tradizione cattolica usa la nozione “transustanziazione” per esprimere che quel pane e quel vino non sono più tali, ma sono diventati il corpo e il sangue del Signore. Non è certamente questa la sede per lanciarci in improbabili dissertazioni sulla nozione di transustanziazione. Vorremmo però attenerci a un livello di costatazione: non è difficile naufragare in considerazioni semi-magiche: «Il prete dice “questo è il mio corpo”; io non vedo e non tocco nessun corpo ma solo del pane e del vino; prendiamola per buona!». Non dobbiamo nascondercelo: spesso nella tradizione abbiamo rischiato di porre talmente tanta enfasi sull’idea che quel pane e quel vino non sono più tali ma corpo e sangue di Gesù e sul fatto che i sensi non devono ingannare anche se vedono solo pane e vino che abbiamo rischiato di pensare in modo un po’ magico alla realtà della presenza del corpo di Cristo. La dottrina classica distingueva “sostanze” e “accidenti”, esaltando la prima e mettendo un po’ in sordina i secondi. Ma siamo così certi che una riabilitazione degli “accidenti” eucaristici debba necessariamente disonorare la dottrina eucaristica.
Proviamo a fare una riflessione: cosa significa vedere un corpo? Ipotizziamo di trasferirci in un reparto di ostetricia. Un’infermiera che guarda questi corpicini potrebbe avere un giustificato sguardo preoccupato: è lecito pensare che veda una ventina di pannolini da cambiare, lenzuola da lavare e medicine da somministrare! Dall’altra parte del vetro ci sono le mamme che vedono gli stessi corpicini, ma con uno sguardo totalmente diverso: vedono dei figli! Noi non vediamo mai un corpo come insieme di cellule: abbiamo sempre uno sguardo simbolico sui corpi.
Una storia un po’ triste potrebbe aiutarci a comprendere meglio. Un padre era stato deportato in campo di concentramento con la figlia, che però non è sopravvissuta al terribile viaggio. Il padre, prima di separarsi dal corpo della figlia, ha strappato un bottone dal suo cappotto e l’ha portato con sé. Quando si è dovuto a sua volta spogliare e le guardie gli hanno intimato di aprire la mano che stringeva il bottone, egli si è rifiutato e ha pagato con la vita questo rifiuto. La guardia ha preso il bottone dalla sua mano e l’ha gettato via con disprezzo. Ora, cosa era per quel padre quel bottone, se non il corpo della figlia? Forse, senza evocare un caso così drammatico, tutti abbiamo nei nostri cassetti o nei nostri diari quel biglietto di autobus, quell’oggetto, quella lettera che ti ricorda quella tal persona a cui sei affezionato. Non è un po’ il suo corpo, ciò che ti lega a lei nell’attesa di un incontro?
In questa prospettiva la celebrazione della messa non è solo una sorta di inspiegabile magia in cui si rende presente il corpo della divinità. Dipende tutto da come guardi quel pane: con l’occhio dell’amore può succedere almeno quello che è successo per quel padre e il bottone della figlia. È tutto ciò che abbiamo del corpo di Gesù, e non è poco. Solo un vuoto intellettualismo potrebbe pensare che un simbolo è soltanto una realtà di serie B. Noi viviamo di simboli. E il corpo di Gesù non è altro rispetto a un buon pane spezzato. È difficile immaginare cosa vedremo quando potremo veramente contemplare il corpo del Signore, ma forse non vedremo qualcosa di molto diverso rispetto a un pane spezzato e a un buon calice di vino. Forse non vedremo quante rughe aveva Gesù o che numero di scarpe portava, ma questo importa? Sarebbe come vedere il corpicino di un neonato e fermarsi allo sguardo dell’infermiera che quantifica medicine e pannolini. Vedremo certamente un corpo completamente trasformato e trasfigurato nell’amore, che nel pane spezzato è perfettamente compendiato.
Un’ultima riflessione: dicevamo prima che per Paolo, in virtù dell’azione dello Spirito Santo, noi diventiamo il corpo di Cristo. Sant’Agostino, con la sua grande profondità, diceva che durante l’eucaristia noi “riceviamo ciò che siamo”. Chi ci vede a cosa ci accosterebbe? Quale simbolo ci esprimerebbe? Siamo simili ad un buon boccone di pane e a un buon sorso di vino? Perché l’amore assimila, e essere assimilati da Gesù significa che anche il nostro corpo è chiamato a trasfigurarsi. Ci sono occhi, mani, rughe e posture di persone che incontriamo che sono completamente trasformate da una vita di dedizione e di amore, e sguardi invece spenti da storie di dolore e di tristezza. Il nostro corpo porta scritta la nostra storia. Uno sguardo come quello di Madre Teresa di Calcutta, di Giovanni Paolo II o di frère Roger di Taizè non sfigurano accanto all’eucaristia. E il nostro sguardo?

PASTO – La messa è un pasto ritualizzato. Vero: possiamo fare molto meglio nella celebrazione perché questa dimensione divenga particolarmente evidente. Siamo confortati dalla tradizione: san Paolo parla del “radunarsi” della comunità come linguaggio “tecnico” per alludere alla celebrazione eucaristica. “Ritrovarsi per spezzare il pane” era il modo con cui gli antichi esprimevano ciò che noi diciamo con “messa”.
A messa prima di tutto si mangia. E l’uomo non è solo un essere che si nutre. Il mangiare umano è molto più ricco: non esiste legame con la nutrizione che non implichi la questione del senso. Scegliere di sedersi a tavola o disertare il tempo del pasto, mangiare da soli in un fast food o sedersi con persone amate in un ristorante raffinato, scegliere di non mangiare e non riuscire più a scegliere di mangiare, cucinare e godere della cucina di altri, sentire il fastidio della fame e il desiderio di saziarla o provare un pericoloso piacere nel godere a oltranza della fame: sono tutti atti che non coinvolgono solo l’apparato digerente, ma mettono in gioco pensieri impliciti, non detti, non dicibili, sensazioni. Quando prendiamo cibo o quando non lo prendiamo, stiamo in un modo o nell’altro dicendo di noi, della nostra vita, del significato che vi intravediamo o che facciamo fatica a vedere. A messa non si mangia tanto, ma ciò che si mangia dovrebbe avere un potere nutriente. A cosa diamo il potere di saziare la nostra esistenza? Sedersi alla tavola dell’eucaristia richiede di rispondere con onestà alla domanda circa cosa stiamo davvero cercando nel nostro esistere.
Nel Medioevo sono stati codificati i precetti fondamentali della Chiesa, tra cui l’andare a messa almeno la domenica. L’idea dei precetti era quella di segnalare un minimo sotto il quale la fede era seriamente in pericolo. Il rischio è che nella storia sono divenuti “quello che bisogna fare” per dire di avere la fede, addirittura un qualcosa da offrire a Dio. L’inversione sarebbe consumata: dall’invito a sedere alla mensa dove Dio si offre, l’eucaristia diverrebbe ciò che dobbiamo a Dio. Il linguaggio dei precetti sta conoscendo una sua crisi, nel senso che la loro trasgressione non viene più percepita come un atto “grave”. Ma la sostanza rischia di infestare ancora la nostra vita di fede, per cui andare a messa è un “dovere” nei confronti di Dio. Dalla questione non si esce se non prendendo con serietà i nostri desideri: il corpo di Cristo cosa c’entra con il mio desiderare? Cosa voglio che succeda quando mi siedo alla tavola dell’eucaristia? Se desideriamo l’incontro con Dio, allora questa mensa avrà un potere saziante. Se desideriamo meno di lui, e ci accontentiamo di una buona predica divertente, piuttosto che di un canto emotivamente coinvolgente o un gesto particolarmente stravagante, prima o poi parteciperemo all’eucaristia affamati, e sarà una pratica che non ci dirà molto. Occorre essere un po’ mistici per vivere in pienezza l’eucaristia.
Ma non possiamo dimenticare che a messa ci sediamo a tavola con altri. Anche la dimensione comunitaria non è di poco conto. La prima cosa che accade partecipando all’eucaristia è che ci si ritrova: la celebrazione inizia proprio con l’atto di radunarsi. E non è una cosa così semplice! Una delle più grandi difficoltà dei celebranti è quella di presiedere una messa quando i fedeli si siedono uno per banco, occupando tendenzialmente i banchi sul fondo della chiesa, esponendo nella dislocazione una grossa difficoltà nel ritrovarsi a stare vicini. Una delle prove più evidente delle difficoltà che abbiamo con le prossimità fisiche accade nella scelta dei posti come pendolari sui treni: prima ci si siede dove ci sono i quattro posti liberi, poi al limite ci si siede di fronte a chi occupava già un posto, e solo al terzo livello si affronta il disagio di sedersi vicino a qualcuno (dì la verità: non è cosi?!). Non è facile la prossimità fisica. Eppure essere attorniati da fratelli e sorelle non è più bello che avventurarsi tra nemici? L’eucaristia come tavola ci chiede anche di verificarci sulla nostra qualità relazionale come Chiesa.

EROS – “Prendi, questo è il mio corpo” e una frase che senza nessuna difficoltà potrebbe essere contestualizzata in quello che un uomo dice alla sua donna o viceversa. Scrive T. Radcliffe: «Vorrei parlare dell’ultima cena e della sessualità. Può sembrare un po’ strano, ma pensateci un momento. Le parole centrali dell’Ultima Cena sono state: “Questo è il mio corpo, offerto per voi”. L’eucarestia, come il sesso, è centrata sul dono del corpo. Avete mai notato che la prima lettera di san Paolo ai Corinzi si muove fra due temi, la sessualità e l’eucarestia? Ed è così perché Paolo sa che abbiamo bisogno di capire l’una alla luce dell’altra. Comprendiamo l’eucarestia alla luce della sessualità e la sessualità alla luce dell’eucarestia».
C’è dunque una componente erotica dell’eucaristia che non deve essere trascurata. Tra due amanti c’è un codice del corpo che eccede l’ordine delle parole. Donare il corpo significa confidare all’altra persona che potrà contare su una fedeltà che le parole non sono sempre in grado di esprimere. Ci sono tempi e momenti dove addirittura le parole potrebbero essere fonte di fraintendimento: il reciproco dono del corpo esprime che l’altro è per me al di là della comprensione che io adesso potrei avere dal punto di vista verbale o intellettuale.
Anche per la fede vale questa regola. Il Signore Gesù non è una teoria da comprendere, e talvolta l’avventura con lui non è immediatamente comprensibile. Ci sono tempi in cui si sperimenta l’abissalità dell’esistenza. Cristo stesso ha vissuto l’abisso della solitudine e dell’angoscia. La consegna del corpo è l’esperienza di un’affidabilità che eccede la comprensione del momento. Che ci capiti una volta, o forse più, nella vita di sperimentare nell’eucaristia una promessa di affidabilità e di prossimità che eccede ogni parola. Dio è eternamente affidabile non perché è immediatamente comprensibile, ma perché è infinitamente amante.

 

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