Ricerche di storia politica - 00.01.2003
di
Francesco Strazzari
Armando Pitassio (a cura di), L'intreccio perverso. Costruzione di identità nazionali e nazionalismi xenofobi nell'Europa Sud orientale, Perugia, Morlacchi Editore, 2001, pp. VII 212.
I rivolgimenti che caratterizzano la riconfigurazione dello spazio delle «terre di mezzo» dell'Europa Centroorientale e balcanica (le difficili transizioni politiche e il ripresentarsi, spesso in forme violente, del conflitto fra nazionalismi di maggioranza e minoranza) hanno contribuito a riaccendere l'interesse di storici e scienziati sociali sul complesso intreccio di narrazioni e pratiche che plasma il discorso nazionale, tanto in termini di nation building quanto di formazione di sovranità statali. Nell'Europa ex socialista, l'emergere di nuove sensibilità rispetto alla questione della formazione delle identità collettive è segnalato dagli ormai numerosi tentativi di rileggere le storie nazionali a partire dalla consapevolezza che si sia esaurito un lungo ciclo storiografico: un ciclo apertosi con le storiografie nazionaliste che hanno accompagnato i processi di formazione statale del secolo XIX, i cui temi e contenuti sono del resto attualizzati ed amplificati dalla propaganda che propone una via d'uscita nazionalista alle difficoltà delle transizioni odierne.
L'Intreccio perverso. Costruzione di identità nazionali e nazionalismi xenofobi nell'Europa Sudorientale è il titolo dell'investigazione proposta dal curatore Armando Pitassio a conclusione di un progetto di ricerca biennale su identità, nazione, nazionalismo, stato nazione, minoranze e migrazioni in Europa fra Otto e Novecento; ricerca che assume senza punte polemiche verso le tesi perennialiste di Anthony Smith o a quelle moderniste di Ernst Gellner una lettura dell'identità nazionale come costruzione sociale alla quale storicamente contribuiscono diverse istituzioni ed élites mobilitate. In apertura d'opera Alfredo Laudiero offre un'utile sinossi delle tendenze revisioniste emerse nel dibattito storiografico sulle identità etnonazionali nell'Europa Orientale, mettendo a fuoco con particolare attenzione i panorami ceco, ungherese e rumeno.
Proprio su una ricostruzione critica delle modalità in cui si articola il progetto nazionale rumeno si concentrano i contributi successivi (ad opera di Marco Cuaz, Emanuela Costantini e dello stesso Pitassio). I temi che emergono, in un percorso che si snoda fra esplorazione dell'«invenzione della Romania», l'analisi dei rapporti (inizialmente assenti) fra mobilitazione nazionale e ortodossia religiosa, e l'apporto di ambienti intellettuali reazionari, sono temi familiari a chi abbia una qualche dimestichezza con le parabole dei progetti nazionali dell'Europa orientale. Su tutti, il processo di ontologizzazione della nazione e il corrispondente mito della sua continuità attraverso i secoli; la Storia posta a fondamento della volontà di risveglio; il cristallizzarsi del paradigma nazionalista nel periodo fra le due guerre mondiali. E ancora: le frequentazioni intellettuali delle élites con l'esperienza rivoluzionaria francese ed il romanticismo tedesco, le quali si sovrappongono, sommandosi, nell'idea di nazione che ebbe corso nell'Est europeo. E infine, il problema, a indipendenza avvenuta, di unificare la lingua (a partire dall'opera di definizione di alfabeto, ortografia e grammatica) e di costruire una memoria nazionale unitaria, tale da prevalere sulla memoria di divisioni e lotte intestine, condizioni tipiche d'ogni frammentata periferia imperiale.
In aggiunta all'analisi del caso romeno, il solido appoggio dato dal fascismo al movimento Usta e croato, la cui percezione a Roma è filtrata da una cultura politica ispirata ai modelli risorgimentali italiani, è oggetto del ben documentato contributo di Eric Gobetti su Ante Pavelic dittatore per caso: contributo che richiama l'attenzione sulla rilevanza della «dimensione esterna» internazionale della vicenda dei nazionalismi balcanici. In conclusione, Pietro Vereni indaga i processi di formazione delle identità collettive rivolgendo l'attenzione a due contesti complessi e fra loro assai diversi quali quello nord irlandese e quello macedone, e indicando nella messa a confronto delle «voci di confine», che resistono alle pratiche omologanti degli stati, una strada per decifrare il discorso nazionale e le sue implicazioni storiche.
Nel complesso, nella misura in cui questo sforzo di ricerca sembra suggerire di poter andare oltre la mera raccolta di singoli saggi a tema (i meriti del metodo comparato vengono annunciati a diverse riprese), la forte focalizzazione sul caso rumeno e l'assenza di una proposta di conclusioni sia pur provvisorie lasciano alcune perplessità. Resta infatti in ombra, dietro l'articolata tematizzazione del caso rumeno, che segue la scansione analitica «istituzione statale istituzione religiosa élites intellettuali», quanto e come queste dinamiche di costruzione identitaria ci dicano degli altri processi di nation building della regione, se non addirittura del continente europeo. Tale tensione è in qualche modo presente fin dalla titolazione: se il sottotitolo dell'opera si riferisce esplicitamente all'Europa Sud orientale, il capitolo d'apertura che introduce la prospettiva comparata chiama in causa le storiografie revisioniste dell'Europa Centro orientale. È nota la serie di problemi di cui è portatrice ogni designazione geografica nel trattare con la storia e il presente di queste regioni; tuttavia, in assenza di una indicazione circa quali siano le «terre di mezzo» oggetto di studio, il lettore resta con l'interrogativo di quali siano i limiti entro cui funziona la sovrapposizione del plasmarsi del discorso nazionale in Europa Centro orientale e Sudorientale (sempre che di sovrapposizione si possa parlare fra, per esempio, il caso ceco e quello macedone). Viene da chiedersi, per esempio, se e in quale misura siano nate correnti storiografiche revisioniste nell'Europa Sud orientale/balcanica. Sembrerebbe arduo, per esempio, sostenere che la storiografia jugoslava di epoca socialista abbia cristallizzato il ciclo e il paradigma storiografico nazionalista. In sostanza, l'impressione di un uso prevalentemente illustrativo/esemplificativo della comparazione lascia pensare che un lavoro di scavo e rivisitazione di questa profondità meriti di essere fornito di una chiave interpretativa che conduca quantomeno a tratteggiare modelli. Se nel caso rumeno si riverberano dinamiche di costruzione identitaria che hanno luogo in parallelo in altri processi di nation building, resta difficile, in fondo, stabilire come e in quale misura. Pitassio sembra consapevole di questa esigenza quando anticipa, per esempio, come il caso transilvano (che riguarda un territorio conteso fra il progetto nazionale rumeno e ungherese) misuri la «curvatura etnicista del nazionalismo europeo fra il 1848 e la prima guerra mondiale». Tuttavia, il lettore è lasciato solo a concludere dall'analisi del caso romeno (con l'aiuto dei contributi su quello croato e macedone) come l'intervento di potenze esterne sia storicamente il fattore principale di state making nelle periferie europee, e come questo abbia forti ripercussioni sino ad oggi sulle modalità di interazione fra le identità collettive in corso di mobilitazione nella regione.
Ciò premesso, occorre sottolineare quale merito particolare del libro la capacità di gettare luce sulla saldatura fra progetto nazionale e pulsioni etnocratiche, ruraliste, antimarxiste e antiliberali, quando non patentemente autoritarie e razziste, in un contesto geopolitico quale quello delle «terre di mezzo» che spesso è considerato solo di riflesso rispetto ai fenomeni autoritari che investono l'Europa nella prima metà del XX secolo. II progetto di stato etnocratico che qui si profila in questo periodo, mirando a far prevalere la volontà politica della nazione autoctona contro «le periferie minoritarie privilegiate dallo stato democratico», fornisce argomenti e combustibile a molti dei processi di state making e di costruzione delle identità nazionali che prendono piede nel Sud est europeo dell'era post–Guerra Fredda.