Munera 2/2017 – Editoriale

Munera 2/2017 – Editoriale

Che l’idea stessa di Europa sia in crisi è sotto gli occhi di tutti. Per molti l’Europa è un’espressione geografica o poco più. L’euro percepito come un giogo di parametri da rispettare e non come lo strumento per costruire i ponti e gli architravi stampati sulle sue banconote, la paura dell’immigrazione, i populismi e i nazionalismi urlanti, incapaci di accettare le sfumature del mondo contemporaneo, l’idiosincrasia verso ogni discorso valoriale, la pochezza di gran parte della classe politica: questi sono alcuni dei fattori che hanno minato, nel cuore dei suoi cittadini, l’ideale di Europa.

Tuttavia, proprio quando crollano le speranze e il sogno svanisce è importante ripartire dall’inizio e ritornare alla sorgente originaria per riscoprire perché valga la pena impegnarsi nella costruzione degli Stati Uniti d’Europa. Solo rilanciando e puntando il più in alto possibile si possono avere idee e spinte nuove. È il momento della profezia che sa guardare lontano e pensare a un progetto grande e condiviso. A breve termine, le prossime tornate elettorali in importanti paesi europei ci diranno se siamo giunti al punto più basso che fa saltare il banco. A lungo termine, invece, la forza della profezia sta proprio nel ribaltare la situazione trasformando in opportunità ciò che, a prima vista, appare un ostacolo.

In questo momento di crisi e confusione, ritornare al pensiero dei padri dell’Europa può essere di aiuto. Si tratta di uomini che non avevano paura di pensare e di progettare sul lungo periodo, ponendosi traguardi che – all’epoca, l’inizio degli anni ’50 – dovevano apparire impossibili: tra questi, la richiesta di un bilancio comune, di un esercito europeo, di una tassazione per l’Europa e di un impegno per l’Africa.[1]

Per costruire la nuova Europa bisogna ripartire dalla cultura e, perché questo tema non rimanga un semplice slogan, vale la pena indicare alcuni punti irrinunciabili.

La ripresa di una socialità che aiuti a superare l’ideologia individualista. L’individualismo degli Stati, che spesso appare esasperato fino all’isteria, pesca nella cultura dei singoli. In un contesto di individualismo estremo nessuna idea di stato sociale ha alcuna possibilità di riuscita e di crescita.

La lotta alla povertà, con la vigorosa ripresa di un pensiero egalitario e comunitario. La mancanza di ogni iniziativa politica libera da tentazioni populiste, che porti alla distribuzione del debito, ha fatto sì che le decisioni passassero inevitabilmente dai politici ai “ragionieri”, per i quali ciò che conta è far quadrare il bilancio. Prima di far quadrare il bilancio è però necessario sapere quale casa si intenda costruire e non dimenticare che questa casa deve essere capace di accogliere tutti coloro che si fermano lungo la strada perché non ce la fanno.

L’applicazione di una politica estera fondata sulla Dichiarazione universale dei diritti umani (1948). La capacità di parlare a una sola voce e di guardare a tutti gli altri popoli come membri dell’unica famiglia umana non può che contribuire alla pace e alla solidarietà, non solo per gli Stati europei coinvolti, ma per il mondo intero.

La volontà di essere aperti. Si tratta della vera sfida che attende noi europei nei prossimi decenni. Dominano oggi la paura e l’immobilismo, che della paura è il figlio primogenito. L’apertura all’Est, fino alla Russia e al Medio Oriente, e a Sud verso l’Africa non è una prospettiva che deve far paura, ma è la condizione per ringiovanire il Vecchio Continente, che ora invece si presenta sempre più come una vecchia signora. La necessità di preservare la propria identità esige quindi di aprirsi: l’apertura all’altro fa balzare all’occhio le differenze e perciò fa sorgere un impulso straordinario a rimotivarsi, ad aggiornarsi e a crescere.

Tutto questo è possibile a una sola condizione: che ci si rinnovi alla sorgente della cultura che nel corso della storia ha dissetato gli abitanti dell’Europa, come, in tempi più remoti, si sono dissetati alle proprie sorgenti i popoli dell’Oriente, vicino, medio ed estremo. Reinventare un umanesimo europeo, universale, aperto, al contempo fiducioso verso ogni essere umano e paziente verso le sue lentezze: ecco il compito che ci attende.

 


[1] Cfr. Dichiarazione di Robert Schuman, ministro degli Esteri francese (Parigi, 9 maggio 1950); Discorso di Alcide De Gasperi, presidente del Consiglio italiano (Strasburgo, 10 dicembre 1951); Allocuzione di Jean Monnet, presidente dell’Alta Autorità della Comunità europea del carbone e dell’acciaio (Strasburgo, 11 settembre 1952).

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