Movimento Liturgico sì, ma solo purché stia fermo? Una risposta a Pietro De Marco


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Poiché l’amico Pietro De Marco ha scritto un testo ripreso da S. Magister nell’ultimo post del suo blog “Settimo Cielo” (http://magister.blogautore.espresso.repubblica.it/2017/03/15/liturgia-ultima-resistenza-una-nota-del-professor-de-marco/)

nel quale interpreta non solo il Movimento Liturgico, ma esprime giudizi piuttosto unilateriali sulle questioni che riguardano le “traduzioni liturgiche”, mi sembra opportuno rispondergli, con una lettera personale, per puntualizzare e criticare alcuni aspetti del suo discorso. 

Caro Pietro,

poiché hai pubblicato una parte delle idee che hai espresso ad Assisi, questa estate, nel Convegno della APL, mi fa piacere replicare ora, come feci allora, alle tue belle provocazioni.

Come sai, infatti, le questioni intorno al Movimento Liturgico (=ML) non si lasciano rappresentare semplicemente come una “lotta politica” tra innovatori e conservatori, tra progressisti e tradizionalisti. Lo studio del ML ci consente di scoprire, alla radice delle nostre questioni attuali, lucidi pensieri di uomini di ormai un secolo fa, dai quali possiamo imparare qualcosa di importante. Io cerco di restituire a quell’epoca tutta la sua originalità, senza cadere nelle diatribe post-conciliari.

a) Anzitutto, se un dato dobbiamo osservare, in tutti i principali soggetti del ML, è precisamente la insoddisfazione che tutti – sia pure in modo diverso – manifestavano verso la teologia del loro tempo: Casel, Guardini, Vagaggini, Marsili, per citare solo i principali, sia pur con le loro differenze, anche molto marcate, partivano dalla costatazione della inadeguatezza del modo “statico” di rappresentare la liturgia che la teologia del loro tempo aveva elaborato, mediante categorie troppo unilaterali per restituire ad essa il suo pieno valore. Io sono stupito che tu opponga “mistero in sé” e “mistero partecipato”: tutto il ML si spiega solo come presa d’atto che questa opposizione, che diventa anche opposizione tra “teologia” e “cerimonia”, tra “culto esterno” e “culto interno”, non è più alla altezza della esperienza degli uomini del XX secolo. E la tradisce. I grandi padri del ML lo sapevano bene, già un secolo fa. Noi dovremmo dimenticarcelo per resistere? Ma resistere a che cosa?

b) Il lavoro che la Riforma Liturgica ha operato sulla carne viva della tradizione non è stato condotto dalla “astrattezza di professori”, ma dalla sollecitudine pastorale di una Chiesa che ha riscoperto che la partecipazione è una condizione dell’in sé del rito. Questo non significa affatto, come tu affermi, una immanentizzazione e personalizzazione del rito, che lo sfigurerebbe o lo corromperebbe irrimediabilmente: significa piuttosto ricomporre quella sintesi che un approccio astratto – non importa se rubricistico o dogmatico – aveva generato non sono nella teoria ecclesiale, ma anche nella coscienza e nella esperienza dei cristiani.

c) In terzo luogo mi sembra del tutto paradossale che tu voglia liquidare con un giudizio sommario la finezza ermeneutica di Comme le Prevoit, e voglia invece esaltare come un toccasana la pagina incerta, disorientata e contraddittoria di Liturgiam authenticam. E mi stupisce che tu pensi che solo la “fede certa nel misterion come substantia” possa rappresentare l’unica resistenza rispetto ad un secolo di acquisizioni sul valore dinamico, intersoggettivo, simbolico, agito del misterion. E non vorrei che – nella foga di un antimodernismo un poco troppo forzato – tu dimenticassi che la “res” dell’eucaristia non è la “sostanza del sacramento”, ma la “comunione della Chiesa”. Se confondi effetto intermedio e dono di grazia rischi ovviamente di alterare tutte le priorità. E di considerare il tabernacolo più importante dell’altare. La fatica di una ricostruzione dell’equilibrio tu la interpreti come la perdita della tradizione. Qui, mi pare, non solo mi sembri piuttosto ingiusto verso la storia, ma ti precludi anche ogni vera prospettiva. E rischi di finire, se posso dire, in un irrigidimento tradizionalistico che confonde la sostanza della antica dottrina con la resistenza della cappa magna.

d) Il Movimento Liturgico è una chance proprio grazie alla sua complessità. Non lo è più se lo riduciamo al suo contrario, ossia a riaffermare quelle “evidenze” che hanno causato la crisi della celebrazione liturgica ed eucaristica già nel XIX secolo. Non c’è affatto bisogno di un “nuovo movimento liturgico” – al quale tu indirettamente accenni: sarebbe soltanto una smentita delle grandi intuizioni di un secolo fa, che ci permettono, oggi, grazie alla Riforma Liturgica, di cui tu fai sostanzialmente una caricatura, una qualità celebrativa “partecipata” come relazione con il Kyrios e con il Pneuma, non come “autocompiacimento della Chiesa con se stessa”, per citare una infelicissima espressione di H.U. von Balthasar. Per questo il servizio necessario alla tradizione non è prestato da “Liturgiam Authenticam” – con la inevitabile paralisi della tradizione che quel testo determina – ma dalla consapevole e ponderata ripresa della spirito e della lettera di “Comme le prévoit”, sebbene con la esperienza maturata in 50 anni, non di disastri o di pasticci, ma di scoperte e di nuove possibilità. Una Chiesa che cammina non dovrebbe mai apparire come una cosa scandalosa. E sono convinto che nella tua analisi preoccupata di ciò che è accaduto nel Movimento Liturgico ciò che più ti preoccupa non sia la “liturgia”, ma il “movimento”. Quasi che tra liturgia e movimento ci fosse una insuperabile contraddizione. Con la conseguenza che il ML potrebbe essere per te una “chance” solo se contraddicesse tutto ciò che ha detto e fatto nell’ultimo secolo.  Mi sembra di aver capito perché lodi in modo tanto forte “Liturgiam Authenticam”: garantendo la paralisi di ogni traduzione ti assicura la fine di ogni movimento in liturgia. Non è così? O forse mi sbaglio?

Ti saluto di cuore, in questo supplemento di confronto, che non fa mai male.

Andrea