Il puro potere del fare


La mia generazione ha inaugurato il life-long-learning, anche sul campo, come quando mi capitò di imparare in diretta la logica del puro potere del fare. Stavamo parlando quando fummo interrotti da una telefonata, brevissima come la risposta del mio interlocutore: «Se credono che possiamo farlo, facciamolo».
È quello che Einrich Popitz, nell sua Fenomenologia del potere (il Mulino 1990), definisce il «puro potere di azione» e «il potere di “fare qualcosa” agli altri». Ce lo lasciano fare, facciamolo. In politica succede spesso, perché quasi mai si capisce che cosa stiamo lasciando fare.
Stavolta però, nella Milano generatrice instancabile di fenomeni politici, siamo in grado di capire subito le conseguenze disastrose di un puro potere d’azione di ritorno, il nazionalismo socialista ora pudicamente ribattezzato populismo. Vecchia storia con volti e temi apparentemente nuovi, sopra tutti la sovranità monetaria e il controllo dei confini, ben noti gemelli, ma non a tutti.
Sovranità monetaria significa che chi governa può fare stampare e spendere tutti i soldi che vuole. Se esagera, naturalmente, all’estero quei soldi non li vuole più nessuno, è sempre più difficile e costoso comprare all’estero e anche vendere se, come noi italiani, all’estero dobbiamo comprare materiali poi trasformati e all’estero rivenduti, con guadagno. Insieme a essi vendiamo e compriamo anche la moneta nazionale che, stampata a volontà dal puro potere del fare, balla come una tarantolata. Tutto diventa sempre più difficile perché è sempre più difficile, e presto azzardo puro e semplice, fare piani e previsioni razionali. Domina l’incertezza, in buona fede di chi non ha alternative e soprattutto in malafede di chi ha il puro potere d’azione, specie di chi dispone, oltre a quella nazionale, di una moneta forte e stabile. L’euro, per dire, che si vuole abbandonare.
L’idea è talmente insana che si è cominciato a far girare l’altra idea di adottare la moneta nazionale mantenendo l’euro: in Francia, euro e franco, dice Marine Le Pen. Una moneta nazionale stampata a volontà del governo nazionale naturalmente si svaluta con identica velocità (di più, i diabolici mercati prevedono tutto) sull’euro che, moneta internazionale, già ora fuori portata dei governi nazionali. Ma per il governo nazionale che le ha generate – lo ha dimostrato l’occupazione nazista d’Europa, specie in Francia – le sorelle gemelle svalutazione e inflazione sono una letale arma di redistribuzione di massa della ricchezza, senza doverne rendere conto: dai deboli ai forti, dai poveri ai ricchi, dagli ingenui ai furbi, dagli onesti ai banditi, dagli oppositori ai governativi.
Per mettere al sicuro i loro extra-guadagni, i forti, ricchi, furbi, profittatori, governativi hanno a disposizione, senza neppure dover passare il confine, il solido euro indisponibile per tutti gli altri, che non hanno soldi nazionali da cambiare, e comunque ne sono impediti dalle leggi del loro governo alla caccia del capro espiatorio per la svalutazione e l’inflazione: immigrati, clandestini, oppositori interni ed esterni, cattivi maestri e cattivi vicini (anche la Cina ormai è vicina). Non dura per sempre, si sa, ma “per sempre” non è cosa nostra: una generazione basta e avanza, meno se le cose vanno proprio male, e il controllo forzoso di una generazione è alla portata di ogni governo violento. Proprio a questo servono i confini.
Da sempre, ci dicono i geografi, i confini presidiati con la forza sono fonte di potere e corruzione. Il potere derivante dalla corruzione per entrare e uscire, e la corruzione derivante dal potere di fare entrare e uscire solo chi si vuole, e paga. Chi dispone di una moneta forte – euro o dollaro, meglio se euro e dollaro – può permettersi di corrompere per attraversare, lui e i suoi affari, il confine; pagano anche gli onesti, altrimenti stanno fuori o dentro, ma non passano; e naturalmente pagano i migranti, specie se clandestini, va da sé a prezzi astronomici. E diversamente dalle tasse, i soldi della corruzione non vanno giustificati, sono puro potere d’azione.
Peggio di un delitto, un errore. Lo avevano già ben capito i romani antichi – ma l’hanno dimenticato i romani d’oggi a loro grave danno e potremmo dimenticarlo a nostro ben peggiore danno noi italiani: deus dementat quos perdere vult [il dio fa impazzire quelli che vuol rovinare]. Tutto sta nel (non) capire.
Giuseppe Gario
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