Il primato del sacramento sull’etica e la intercomunione secondo Francesco. Lettera ad un collega, monaco dissenziente


 

 

Già in altre occasioni mi sono confrontato con il collega Giulio Meiattini sul magistero di papa Francesco. Con lui siamo docenti nel medesimo Ateneo romano, S. Anselmo, che, come diceva San Tommaso per i propri allievi, non impedisce a due colleghi di pensare cose diverse. Questa è grande tradizione monastica.  Una recente intervista rilasciata a “Catbolica” (su cui cfr. qui)  mi induce a scrivergli una lettera, per precisare il mio dissenso dal suo dissenso.

 Caro Don Giulio,

la teologia vive di argomentazioni. Ho letto con interesse il modo con cui tu critichi, in analogia con quanto hai già scritto su Amoris Laetitia, anche le iniziative di Francesco e poi dei Vescovi tedeschi in materia di “intercomunione”. Vorrei esprimere qui la mia difficoltà rispetto a queste tue considerazioni, che a mio avviso non colgono affatto le intenzioni in gioco e le riducono ad un modello astratto che non riesce ad intenderle.

Parto dal cuore del tuo ragionamento. A tuo avviso ciò che deve essere salvaguardato, sia in campo matrimoniale, sia in campo eucaristico, è il “primato del sacramento sull’etica”. Per come tu lo descrivi esso appare quasi come il cuore della “differenza teologica” rispetto ad ogni riduzione antropologica della tradizione. Nel primato del sacramento si gioca il primato di Dio, la ragione stessa della tradizione ecclesiale. Su questo io sono del tutto d’accordo con te. Se viene meno questo primato del sacramento sull’etica, non vi è più alcuno spazio non solo per la Chiesa, ma per Dio stesso. Proprio qui, tuttavia, si apre anche un divario tra la tua lettura del magistero di Francesco e la mia. Io ritengo, infatti, che Francesco sia preoccupato esattamente della stessa cosa che sta a cuore a te, ossia di salvaguardare il primato del sacramento sull’etica. Ma Francesco sa che tale primato deve essere declinato oggi in modo nuovo rispetto al modello moderno e tridentino. In altri termini egli ha assunto pienamente la “svolta pastorale” del Concilio Vaticano II, che impone una “traduzione della tradizione”.

Cerco di spiegarmi meglio. Analizzo brevemente due grandi questioni su cui la tradizione tridentina ha voluto salvaguardare il “primato del sacramento” con soluzioni che oggi, a partire dal Concilio Vaticano II, non sono più convincenti. La prima riguarda la messa, e il modo con cui Trento ha “salvaguardato il sacramento”, contrapponendo sacrificio e comunione. In tal modo ha svolto una preziosa funzione “difensiva”, che oggi riconosciamo assai limitata e molto unilaterale. Una vera tutela del “primato dell’eucaristia” passa oggi per una profonda rilettura della comunione, senza timore di diventare “protestanti”. Lo stesso vale per il matrimonio: la difesa del “primato del sacramento”, dal 1563, è divenuta la “forma canonica”. Ma col passare dei secoli è apparso evidente che la “forma naturale” e la “forma civile” diventano terreni originari non solo di contestazione del sacramento, ma anche di nuova esperienza di esso. Ciò che tu chiami “incertezza e vaghezza” è in realtà ripresa di temi premoderni e apertura a stili postmoderni della tradizione ecclesiale.

Ecco dunque il punto sistematico importante: la storia ci offre diversi modelli di “primato del sacramento”. Se oggi non sappiamo uscire con decisione dal “modello tridentino” ed entrare coraggiosamente in nuovi modelli, otteniamo facilmente un effetto indesiderato, ma garantito: anziché promuovere il primato del sacramento sull’etica, produciamo un primato di etica ecclesiale sulla forza teologica e profetica del sacramento.

Vorrei mostrare come le tue critiche al magistero di Francesco rischino proprio questo esito. Mi concentro sul tema della cosiddetta “intercomunione”. In realtà, come sai bene, questo termine è ambiguo già in sé, ma tanto più lo è se applicato alle parole di Francesco e dei Vescovi tedeschi. Qui non si parla in generale di “intercomunione”, ma di “ammissione alla comunione eucaristica del coniuge di altra confessione”. Nella tua rapida analisi, tu trascuri del tutto che in gioco non vi è semplicemente il “primato dell’eucaristia” sulla intenzione di singoli soggetti, ma la benedetta interferenza tra “comunione eucaristica” e “comunione matrimoniale”. Proprio in ragione del “primato del sacramento”, il fatto che tra un cattolico e una protestante vi sia “comunione matrimoniale”, sia pure in un contesto di appartenenza a chiese che mancano di “comunione eucaristica”, rende possibile, a determinate condizioni, di riconoscere la profezia matrimoniale come rilevante a livello ecclesiale.

Qui, a me pare, sono proprio queste aperture a salvaguardare meglio il primato del sacramento sull’etica, mentre le tue critiche, come anche le esitazioni della Congregazione per la Dottrina della Fede sullo stesso tema, assomigliano molto ad un primato dell’etica ecclesiale sulla potenza e la libertà del sacramento.

Ecco, questo mi pare il motivo di fondo per cui, di fronte al medesimo magistero, tu appari corrucciato e preoccupato, mentre io mi sento confortato e rassicurato. Non perché io voglia un primato dell’etica sul sacramento, ma perché credo che il primato del sacramento, quando deve essere annunciato in una società aperta, esiga un altro linguaggio e un altro stile. Che ritrovo annunciato dal Concilio Vaticano II e assunto e fatto proprio con prudente serietà e con generosa audacia dal magistero di Francesco.

Con un caro saluto

Andrea

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