Il carcere: un luogo di “detenzione sociale”


Nell’ambito de “I Lunedì del Fopponino”, lo scorso 15 gennaio, abbiamo incontrato Gloria Manzelli, che è stata direttrice della Casa circondariale di S. Vittore fino al dicembre scorso. È stato un incontro emozionante. Ci ha parlato con il cuore, di quella che non è stata solo una importante esperienza professionale, ma prima di tutto una profondissima esperienza di vita. Ci ha parlato delle numerose persone che ha conosciuto e che l’hanno aiutata a diventare – come abbiamo potuto apprezzare – una signora solida, professionale, autentica, sinceramente legata ai tanti detenuti che ha conosciuto e dei quali ci ha parlato con empatia e con sincera compassione.

Il primo pensiero è stato per il Santo Padre. “Cosa vi ha lasciato l’incontro con il Papa? “: ho chiesto io, chiamandolo “Papa”.  Non che sia sbagliato, ovviamente, ma lei ha risposto usando sempre l’espressione Santo Padre, come per trasmettere una ancor più profonda devozione, un rispetto, una stima che solo la conoscenza personale le ha potuto dare. Tutti, detenuti e agenti penitenziari, hanno fatto esperienza diretta dell’attenzione, della considerazione profonda del Santo Padre che non ha “salutato” i carcerati, ci ha spiegato, ma li ha “incontrati” uno ad uno, scambiando una parola di saluto, di incoraggiamento, una preghiera, tornando indietro persino a incontrare chi aveva perso per strada. Con tutti ha parlato, ad ognuno ha stretto la mano. Tutti i detenuti, cattolici e musulmani, italiani o stranieri (per il 67%, molti dei quali irregolari), tutti lo hanno voluto incontrare. Alcuni per l’emozione non sono riusciti a dire una parola, molti hanno chiesto una preghiera, per sé o per la famiglia, e il calore, l’affetto si potevano toccare con mano. E non è successo nulla, nessun intoppo, nessun incidente; “altrimenti non sarei qui stasera” ci ha detto sorridendo e ci ha anche rivelato che il Santo Padre si è congratulato: “dove ci sono le donne, le cose vanno molto, molto meglio”, aggiungendo “lo dica pure, lo dica pure”, e lei ce lo ha ripetuto infatti, con orgoglio.

“Ma cos’è il carcere?” Non è così scontato. Per capirlo davvero dobbiamo aprire la nostra mente, fare un salto di comprensione e di compassione. La dr.ssa Manzelli ci ha aiutato a capire quello che è diventato un luogo di “detenzione sociale”. Ci rendiamo conto cioè che non è la dimora di delinquenti incalliti, ma un luogo dove spesso paradossalmente trovano rifugio persone che “svernano”, senza una casa, disadattati, soli, persi in un mondo complicato. Gli esempi sono numerosi. “Ma quanto l’ha pagata ’ sta mozzarella?” è sbottato un agente, ci ricorda la direttrice, riferendosi ad un vecchietto che l’aveva rubata in un supermercato perché aveva fame ed è rimasto mesi in carcere; come il ragazzo che ha rigettato gli arresti domiciliari, perché sapeva che fuori sarebbe tornato a delinquere oppure chi – e sono molti – agli arresti domiciliari non ci possono andare, perché non hanno un domicilio.

Gloria Manzelli non è “buonista”, perché ci sono quelli è giusto che scontino la pena in carcere “ma sono pochi, davvero molto pochi”. Per la stragrande maggioranza, per gli ultimi della catena sociale, gli esclusi, per i quali la società non riesce a trovare un posto, il carcere è diventato ospedale, casa di riposo, rifugio. Ed il loro numero continua a crescere, soprattutto dopo la pesante crisi economica del decennio passato: persone senza lavoro, con malattie mentali o doppia dipendenza, segnate da traumi che portano devastazioni non solo a loro, ma all’intera famiglia a cui appartengono.

La realtà carceraria è migliorata molto negli ultimi decenni, ampliando gli spazi a disposizione dei reclusi, organizzando numerose attività all’interno (sartoria, cucina…), favorendo l’istruzione. La direttrice non ha mancato di ricordare con gratitudine la preziosissima opera offerta da numerose associazioni ed organizzazioni (come la VI Opera e Il Girasole) che si occupano delle molte necessità dentro il carcere e fuori (la famiglia), nonché del “dopo” carcere, del reinserimento sociale. È questo forse il momento più delicato della detenzione. Spesso, infatti, il suicidio fra i detenuti avviene proprio pochi giorni prima dell’uscita: un drammatico paradosso, che testimonia del vuoto intorno, della paura del nulla, di un mondo esterno dove i reclusi devono tornare a vivere, trovare casa, lavoro, costruirsi nuove relazioni… ma non sempre la società è disposta a offrire una nuova opportunità.

Molto rimane da fare affinché il carcere sia solo l’extrema ratio: occorre evitare l’ingresso in carcere per chi ha commesso reati minori, perché è un luogo che può generare recidiva, anziché favorire il recupero della persona. Prima di tutto, quindi, ha concluso la direttrice, occorre intercettare le fragilità, risolvere il problema a monte, non a valle. In carcere arrivano troppe persone che avrebbero dovuto essere seguite prima da altri servizi del territorio.

Noi ringraziamo nuovamente la dr.ssa Manzelli per averci guidato nella comprensione di una realtà molto complessa. In noi rimane una gran pena e la misera consolazione di pensare che i veri delinquenti sono “davvero molto pochi”.

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