Gestire le contraddizioni nella Chiesa?


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La stampa religiosa ha recentemente evocato la visita in Giappone del cardinal Filoni, prefetto della Congregazione per l’evangelizzazione, svoltasi sullo sfondo di un conflitto piuttosto grave tra i vescovi del paese e il movimento del Cammino neocatecumenale. Questo evento mi ha fatto riflettere, ed ecco alcune considerazioni in merito.

Ci sono sempre state, e probabilmente ci saranno sempre, delle tensioni tra l’amministrazione locale delle chiese, assicurata dai vescovi che hanno ricevuto per questo carisma e ordinazione, e le iniziative evangelizzatrici provenienti da istituzioni anch’esse fondate e sviluppate sulla base di carismi dello Spirito, ma la cui attività supera i confini di chiese particolari. L’esempio classico è quello delle “relazioni reciproche” tra vescovi e religiosi, costantemente oggetto di adattamenti e riadattamenti nati dalla tensione tra il locale e l’universale. Le chiese locali appartengono a un ambiente geo-fisico, geo-umano, geo-culturale determinato, in cui il vangelo è già inculturato o lo sta divenendo. I loro membri e i loro dirigenti pensano e praticano la missione a partire da questo dato e sono anche, secondo le indicazioni del Concilio, attenti al dialogo con gli altri cristiani, le altre religioni o saggezze. D’altra parte, i religiosi o i movimenti hanno le risorse proprie del loro dono evangelico, che permette loro un’espansione che scavalca il locale. Essi sono dunque spontaneamente condotti ad annunciare il vangelo secondo il loro carisma e le istituzioni alle quali questo ha dato origine; essi possono essere tentati di prestare meno attenzione alle condizioni regionali. Dato che sono, d’altronde, canonicamente più o meno svincolati dalle autorità locali, essi si appoggiano all’autorità sopra-regionale, concretamente la Santa Sede, da cui ricevono o sperano di ricevere riconoscimento, appoggio e incoraggiamento. Una tensione è allora inevitabile; essa appartiene alla natura stessa delle cose e si vive normalmente attraverso dialoghi e adattamenti. Quando la situazione diventa troppo difficile, una mediazione può essere necessaria, ed è probabilmente quanto avviene oggi in Giappone.

Una difficoltà specifica deriva forse dalla concreta situazione contemporanea. I grandi movimenti attuali, come l’Opus Dei, Comunione e Liberazione, l’Emmanuel, i Focolari, il Cammino neocatecumenale, i Legionari di Cristo e altri ancora godevano del favore di papa Giovanni Paolo II. Lo ricordiamo: l’intuizione al tempo stesso mistica e centralizzatrice di questo papa era che Dio lo aveva posto al vertice della Chiesa per orientarla – nella data al tempo stesso simbolica e reale dell’anno 2000 dopo Cristo – verso un movimento di santità e di evangelizzazione capace di restituirla alla purezza della sua chiamata. I movimenti, ciascuno a suo modo, si sono organizzati e sviluppati alla luce di questa intuizione, implicante al tempo stesso un’apertura missionaria attiva ed esplicita, e una ferma ortodossia dottrinale. La chiarezza della decisione papale, la loro convinzione della validità del loro carisma e il loro zelo nel diffonderlo, la loro energia apostolica in questa linea hanno servito il disegno di Giovanni Paolo II. Tuttavia, tali fattori hanno anche favorito al loro interno una tendenza all’esclusivismo e un’indipendenza probabilmente troppo grande rispetto agli sforzi spirituali ed evangelizzatori autorizzati da altri, a livelli più locali. Certo è che, con pratiche catechetiche e liturgiche proprie, con seminari per la formazione dei loro preti, i movimenti rischiano di agire da soli e di fornire appigli all’accusa di “setta” che talvolta viene loro indirizzata.

C’è anche la questione della natura e dei metodi della missione. Da una parte, si può essere più portati all’annuncio esplicito del vangelo, contando sulla forza della Parola. Dall’altra, prima di annunciare o nel modo di farlo, si può essere più attenti ai popoli concreti che ricevono tale annuncio. Nel primo caso, c’è il rischio di exculturare in qualche modo gli uditori, e di proporre loro un insieme di dottrine ed istituzioni che sono in sé buone, ma rischiano di rimanere estranee alle persone stesse a cui ci si rivolge. Nel secondo, c’è il rischio opposto di smussare il mordente della Parola e di non annunciare più Gesù Cristo. Sono le questioni poste, appunto in contesto giapponese, nel romanzo dello scrittore Shusaku Endo intitolato Silenzio, a cui il recente film di Martin Scorsese ha restituito attualità. La teologia della missione ha certamente conosciuto un’evoluzione negli ultimi cinquant’anni. Rileggevo in questi giorni nei Pensieri di Pascal alcune pagine molto negative rispetto alle religioni. La conversione degli adepti di queste religioni, considerate come diaboliche e conducenti all’inferno, era allora una necessità per la salvezza, la cui urgenza ha provocato gli slanci missionari della modernità. Ma come si situa oggi la missione nel contesto del dialogo interreligioso? Le altre religioni sono autentiche vie di salvezza, parallele alla via cristiana? Oppure potrebbero trovare posto in qualche modo tra le due visioni, negativa o rispettosa: esse hanno un loro valore proprio, ma che conduce inconsapevolmente alla rivelazione in Gesù Cristo che deve esser loro fatta? D’altra parte (ed è forse un altro modo di dire la stessa cosa): in che cosa consiste la missione? Qual è la sua natura? Si tratta, certo, di rivelare la persona di Gesù Cristo, a partire dal vangelo. Ma questa rivelazione ha percorso la sua strada nella storia, incontrato dei culti, delle culture, delle mitologie, delle filosofie. Fino a che punto il risultato completo di questo immenso lavoro fa parte dell’annuncio missionario? Che cosa rappresenta l’essenziale? Che cosa si deve trasmettere, che cosa si può lasciare al lavoro futuro dei convertiti?

O ancora: chi è l’attore primario della missione? La Chiesa, certo, ma innanzi tutto locale o immediatamente universale? A parità d’impegno missionario, certi attori pastorali vorranno applicare subito e in ogni circostanza gli orientamenti forniti dai documenti pontifici, in direzione dell’annuncio esplicito del vangelo, nelle forme e dottrine che esso ha assunto nel contesto romano… Oppure, ispirandosi certo alle direttive date, si cercheranno i mezzi per dire una parola udibile dagli interlocutori locali di cui si sarà tentato di comprendere la mentalità. Se non mi sbaglio, si è tenuta a Madrid, subito dopo la GMG del 2011, una riunione sulle prospettive missionarie del domani. I giornali hanno allora riportato un’affermazione di Kiko, il fondatore del Cammino neocatecumenale, che si diceva pronto, a tempo debito, ad inviare migliaia di missionari in Cina. Bell’impegno, certo. Ma non bisognerebbe, pur essendo consapevoli del valore delle istituzioni del Neocatecumenato, inviare prima un numero più ristretto di persone per cercare di entrare in relazione profonda con la Cina: la sua lingua, la sua storia, la sua attitudine morale e religiosa, i suoi “letterati”, anche la storia dei suoi rapporti passati con il cristianesimo – tutto questo per annunciare Gesù Cristo in termini che, senza obliterare il salto necessario della fede, siano udibili per i cinesi? Tale fu la scelta di Matteo Ricci nel XVII secolo. È senz’altro la condizione necessaria perché l’adesione di fede sia solida e non vacilli.

Che cosa succederà in merito al presente conflitto? Ricordo una frase del teologo oggi scomparso Georges Kowalski: Bisogna gestire le contraddizioni. Lo diceva per la vita personale di ciascuno. Questo vale anche per la Chiesa. Per facilitare questa gestione, sarebbe forse utile ricordare le forti esortazioni di papa Francesco in Evangelii Gaudium:

Non lasciamoci rubare l’entusiasmo missionario (80)

Non lasciamoci rubare la gioia dell’evangelizzazione (83)

Non lasciamoci rubare la speranza (86)

Non lasciamoci rubare la comunità (92)

Non lasciamoci rubare il vangelo (97)

Non lasciamoci rubare l’ideale dell’amore fraterno (101)

Non lasciamoci rubare la forza missionaria (109)

(Traduzione italiana di Emanuele Bordello)