Cultura civile e teologia (/11): La via nuova tra il relegare e l’includere (G. Villa)


Univerità

Un altro contributo al dibattito, con cui G. Villa recensisce due libri appena usciti in libreria e che testimoniano quanto sia “caldo” il tema di cui in questa serie di post.

 

Ogni giorno viene pubblicato uno o più libri e la cosa non fa notizia. Fa notizia, però, il fatto che giovedì 28 settembre e giovedì 5 ottobre siano stati pubblicati due libri apparentemente distanti tra loro, ma entrambi vicini alla questione dibattuta in questo Blog. La pubblicazione del 28 settembre, “L’innominabile attuale” (Adelphi), ci arrivava secondo una via diretta, “La Teologia è relegata nell’Università”, la seconda, “Terra casa lavoro” (Il Manifesto), in via indiretta, che la si riconosce «in quel modo che la nostra età esige» Papa Giovanni).

Il 28 settembre scorso, dunque, è uscito l’ultimo libro di R. Calasso, “L’innominabile attuale”. L’Autore è tra i più noti scrittori italiani, e le sue opere sono state tradotte in 25 lingue e pubblicate in 28 Paesi. Per l’occasione ha scritto, nello stesso giorno, una presentazione per il “Corriere della Sera”, un articolo che sarebbe passato inosservato, se il mio occhio non si fosse fermato su questa affermazione che riguarda l’argomento qui in discussione: “La Teologia veniva relegata nelle Università”.

A parte il contraddittorio che qui si crea tra chi vorrebbe che la Teologia rientri nell’Università, e chi, il Calasso, al contrario, afferma che la teologia in un qualche modo già vi si trova; a parte pure che l’articolo ci parla della cultura civile mitteleuropea e dei suoi protagonisti, assimilandovi anche la piccola cultura civile italiana; a parte tutto ciò, ci troviamo in un contesto suggestivo dove ad essere relegata non è solo la teologia, ma tutta la cultura civile.

Relegata a far che? La teologia fa risaltare la sua tensione al “numinoso”, elemento oggettivo e soggettivo del sacro. Non potendo nominare ciò che si adora, “la società appare condannata a una superstizione nuova e insinuante”. È la superstizione della “società secolare senza Dio, una società atomizzata, che può essere anche una forma di autodifesa da mali più gravi. Qui ci si può mimetizzare più facilmente, come tante piccole divinità atomizzate che tentano di strapparsi a vicenda la direzione degli esperimenti”. Il paradosso sentenzia quindi che la teologia è relegata nella Università, luogo dove solo è in uso la parola “numinoso”, il non poter dire Dio.

La teologia è relegata nell’Università. Ma rispetto a che? Rispetto alla democrazia, che “non è un pensiero specifico e proprio per questo si è rivelata agile e ingegnosa nel riassorbire al suo interno, sotto mentite spoglie, quelle stesse potenze che aveva appena espulso”.

Un’altra interpretazione tra la condizione socio-politica attuale e la cultura è suggerita da R. Simone in “Il mostro mite”. Secondo quest’ultimo il capitalismo cognitivo, che dispone di un apparato culturale materialmente gigantesco, tale da ridurre l’università dei saperi a una provincia, si salda strategicamente con l’incremento della produzione di servizi, che inglobano e “impacchettano” anche le competenze idonee alla corretta ed efficace fruizione dei beni. La saldatura fra beni di consumo e stili di comportamento omogenei (civili, razionali, emancipati moderni, eccetera) è così assicurata alla fonte. L’effetto è quello di un totalitarismo morbido, “mostro mite” che non ha bisogno di mostrare il volto trucido del regime poliziesco e oppressivo: al contrario, può mostrarsi come il suo esatto contrario. La simulazione consente addirittura di indicare indiscriminatamente come “volto arcigno” del potere ‒ moralismo, censura, repressione, attentato ai diritti civili ‒ ogni istanza critica, anche di una teologia, che non si lascia ridurre ai moralismi, ma nemmeno a lasciarsi assorbire nell’apparato cognitivo diffuso.

Il 5 ottobre scorso ‒ si diceva sopra ‒ usciva “Terra casa lavoro” dell’editore de ‘Il manifesto’, un libro che raccoglie tre discorsi di Papa Francesco che non dicono solo il senso complessivo del suo ministero: perché in quei discorsi non ci sono solo “Terra, casa e lavoro”, c’è la visione del mondo, una teologia. Che un giornale laico compia un “discernimento” del genere dà da pensare, soprattutto qui invoglia a rimescolare le questioni poste sui due bordi del fiume impetuoso che scorre sotto i ponti.

La notizia sta nel fatto che la modernità, nelle sue manifestazioni più mature, non ha bisogno di esibire come suo punto d’onore quel certo patriottismo laico che imponeva di prendere le distanze, pur col dovuto rispetto, da tutto ciò che sapesse di religione e di chiese. Ora qui si manifesta invece una modernità che sente di non aver più bisogno, per svolgersi, di «fare come se Dio non ci fosse»” (R. La Valle).

Se diventerà scuola che “il mondo laico non si senta più obbligato a questa obbedienza, la fine di quest’epoca si potrebbe mettere in calendario in questo 5 ottobre 2017, quando un editore laico e un giornale comunista escono in piazza per nulla turbati dall’idea di veicolare il sogno di un papa argentino, ma pur sempre romano, e senza rischio di perdere la loro laicità” (R. La Valle).

Nell’arco di una sola settimana – 28/9 con “L’innominabile attuale” – 5/10 con “Terra casa lavoro” – sembrano cadere i muri eretti emblematicamente nel 1625, quando il calvinista olandese Ugo Grozio nel suo ‘de iure belli ac pacis”, scrisse che tutto poteva andare bene lo stesso “anche nella blasfema ipotesi che Dio non ci fosse o non si occupasse dell’umanità” (R. La Valle).

Soprattutto ci appare evidente che la questione più grande oggi non è la possibilità di riammettere la Teologia nelle Università, ma di riconoscere la possibilità di un dialogo, in cui la democrazia, la modernità, e i diritti non hanno come condizione e presupposto la esclusione di Dio, ma la sua nuova comprensione «in quel modo che la nostra età esige”, come diceva Papa Giovanni.