Cristianesimo biodegradabile o teologia autoimmune? Lettera (auto-)critica al collega Giulio Meiattini


Anselmianum

“la preferenza progressiva per le parole e i concetti più semplici, più sereni e più pacificanti” (G. Dossetti)

Caro Giulio,
E’ accaduto già altre volte, in questi ultimi anni, che ci siano state occasioni per esprimere posizioni differenziate, tra te e me, intorno al magistero di papa Francesco. Siamo entrambi professori nell’Ateneo S. Anselmo e a titolo di collega ritengo necessario reagire a quanto ho letto nel tuo ultimo intervento, a proposito dell’Instrumentum laboris in preparazione al Sinodo speciale sulla Amazzonia (qui). Come nei casi precedenti, noto un crescendo di sarcasmo e di contestazione frontale di ogni espressione magisteriale che abbia in papa Francesco più o meno direttamente la sua fonte. A partire da Evangelii Gaudium fino a questo ultimo documento, per te, caro Giulio, la parola di Francesco diventa oggetto di un giudizio sferzante, tagliente, talmente duro da indurti a usare la terminologia della “eresia” o della “apostasia” senza più alcun controllo. Non solo tu critichi ciò che io apprezzo, e facilmente io critico quello che apprezzi tu: tutto questo sarebbe la normale dialettica di una vera discussione teologica.  Invece, in quello che ho letto in questo tuo ultimo scritto, mi pare che la critica, di cui vive ogni buona teologia, debordi gravemente in una forma di liquidazione delle espressioni di questo cammino sinodale come se fossimo di fronte alle deviazioni denunciate dal Sillabo, da Pascendi o da Humani generis. Questo proprio non lo capisco. Anche perché tu non proponi argomentazioni, ma slogan. L’amazzonia è un eden, la teologia si traduce in antropologia e il cristianesimo diventa biodegradabile. Tutti i peggiori incubi dell’antimodernismo degli ultimi duecento anni sembrano risuscitare per “colpa” di papa Francesco. Questo schema mi sembra talmente debole che faccio fatica a ricondurlo alla tua ben nota competenza. Ed anzi mi sembra legato piuttosto ad un affetto che ad un ragionamento. E’ più un mito che un logos.

Per questo vorrei cogliere questa occasione di dialogo e di confronto per spostare leggermente l’oggetto della questione e porre a te, come a me, una domanda più radicale: come possiamo/dobbiamo fare teologia, oggi? In questa domanda, ovviamente, sento investito me quanto te. E vorrei anche pregarti di interpretare alcune delle questioni che intendo sollevare come rivolte prima a me che a te.

Anzitutto una questione di metodo: è giusto “denigrare” un documento? Forse tutti noi, di fronte a documenti più o meno convincenti, siamo stati e siamo ancora tentati di usare la “critica” nel modo più duro. In questo, a me pare, facilmente nessuno scaglierebbe la prima pietra se esaminasse accuratamente se stesso. Un uso esagerato della critica fa naufragare il mestiere teologico, qualunque sia il suo oggetto. Anche la critica ha dei limiti, che nessuno può imporre da fuori, ma che devono essere in qualche modo generati dall’interno della critica stessa.

Vorrei fare solo alcuni esempi, riferiti al tuo ultimo testo. Tu dai per scontate una serie di affermazioni che non sottoponi ad alcuna critica. Così la tua critica diventa facilmente del tutto unilaterale. Te ne indico alcune:

- tu consideri ovvio che il documento preparatorio “abbia creato divisioni” a causa di una teologia addirittura “non cristiana”. Forse il difetto sta nel punto di vista. Sarebbe cristiano e pacificante solo un documento che fosse stato scritto integralmente in Europa e a Roma? La divisione ecclesiale non è forse il frutto di una lettura unilaterale con cui gli europei, da 5 secoli, con le loro categorie, hanno interpretato la vita cristiana della Amazzonia?

- allo stesso modo mi sembra che tu legga lo specifico “amazzonico” con una opposizione tra teologica e antropologia che lascia del tutto perplessi. Ammetti che la Amazzonia ha una storia diversa dall’Europa oppure pensi che sia soltanto una variante tra ortodossia e liberalismo a poter sciogliere ogni questione?

- le critiche che svolgi nei confronti dell’Instrumentum Laboris sono ingiuste perché ridicolizzano cose estremamente serie, e prendono troppo sul serio cose che non hanno tutta questa rilevanza. Ti faccio un esempio: il metodo “pastorale” non è stato inventato da papa Francesco, ma è una grande eredità del Concilio Vaticano II: esso consiste nell’assumere in pieno il compito di “tradurre la tradizione”. Questa è una cosa estremamente seria, che tu tendi a ridicolizzare in modo per me incomprensibile. D’altra parte, ti stupisci che il documento non usi citazioni di S. Tommaso. Ma Tommaso non sapeva neppure che esistesse l’America! E però, nel fare la tua annotazione, non puoi fare a meno di insinuare l’idea che il modo di citare Tommaso introdotto dai documenti di Francesco sia semplicemente “sbagliato”. Anche qui preferisci squalificare e comunicare denigrazione piuttosto che ragionare. Dire che la Bibbia e S. Tommaso sono estranei al documento non rende più forte, ma più debole la tua critica.

Sono solo piccoli esempi. Ne voglio trarre una conseguenza che assumo anzitutto per me. Questo ultimo tuo testo mi ha mostrato bene quale sia la strada rischiosa di ogni teologia, che abbia il coraggio di dire ciò che pensa.  La critica, che è il sale del nostro lavoro, non deve mai diventare sarcasmo, squalificazione, delegittimazione, denigrazione. Ogni volta in cui, per esprimere una seria riserva su un documento o su una affermazione, mettiamo in gioco la credibilità e la onestà dell’interlocutore, facciamo un pessimo servizio al nostro lavoro. Interpretare la fatica della traduzione come un colpevole tradimento implica il rischio di fraintendere ogni reale tentativo di “camminare nella storia” da parte della Chiesa. L’accusa al documento di proporre un “cristianesimo biodegradabile” si ribalta facilmente nel rischio di sostenere una “teologia autoimmune”, ossia una dottrina cristiana che genera essa stessa i propri nemici per poter restare sempre assolutamente ferma, immobile, immutabile.

Sono convinto che il “cambio di paradigma” sia una delle cose più serie che possiamo pensare oggi, come teologi. Anche S. Anselmo, come Ateneo, ha contribuito largamente da molti decenni a mettere in moto questa traduzione della tradizione, su piano liturgico, sacramentale, monastico e filosofico. Mi sembra strano che tu possa pensare come “cosa risibile” ciò che giustifica oggi un serio ripensamento delle categorie portanti del nostro pensiero teologico. Non per “affossare”, ma per “rilanciare” la tradizione.  Accettare che la Amazzonia metta in moto categorie nuove e diverse, per la elaborazione di una teoria e di una prassi cristiana credibile, mi sembra un passaggio inaggirabile. Il tuo rifiuto che definirei “a priori” di considerare questa esigenza mi sorprende e mi colpisce.

Vorrei concludere con un passo che traggo dalla “Piccola regola” scritta da G. Dossetti per le Famiglie della Visitazione. Ad essa vorrei sempre ispirarmi quando scrivo, anche se spesso ne resto molto lontano. Essa raccomanda “la preferenza progressiva per le parole e i concetti più semplici, più sereni e più pacificanti”. Questa preferenza mi sembra un passaggio decisivo. Forse da qui comincia davvero un cambio di paradigma del quale abbiamo tutti urgente bisogno.

Ti saluto cordialmente

Andrea

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