Calano le rimesse dei migranti, ma non solo a causa del Covid-19

Il Covid-19 ha inciso pesantemente anche sulle rimesse – le somme che i migranti inviano periodicamente alle famiglie di origine – con significative conseguenze per le economie dei paesi a cui sono destinate. L’analisi dell’andamento di questa importante voce della bilancia dei pagamenti offre molti spunti di riflessione, con riferimento alle condizioni economiche e finanziarie internazionali, all’inclusione finanziaria ed ai flussi migratori.

I dati pubblicati dalla World Bank[1] (WB) evidenziavano già a fine 2019 un sensibile rallentamento a livello internazionale e le stime per il 2020 e il 2021 mostrano un ulteriore peggioramento. La grave crisi economica nei principali paesi che ospitano i migranti – USA, Europa e paesi del Golfo – è alla base del calo stimato nel 2020 (-7,2% per un ammontare pari a 508 miliardi di dollari), a cui è attesa seguire un’ulteriore flessione del 7,5% pari a 470 miliardi nel 2021. Si tratta delle più marcate riduzioni fino ad ora registrate, più profonde anche di quelle del 2009, in tutte le principali aree geografiche, ma in modo particolare nell’ECA (Europe Central Asia), secondo la ripartizione adottata dalla World Bank (-16% nel 2020).

Rimesse (var % a/a, 2020, ripartizione per area geografica)
 rimesse 1
Nota: ECA (Europe Central Asia), EAP (East Asia Pacific), LAC (Latin America Caribbean), MENA (Middle East and North Africa), SA (South Asia), SSA (Sub-Saharan Africa. Fonte: World Bank-KNOMAD

La flessione delle rimesse registrata nei paesi dell’est Europa è da ricollegare alla crisi che ha colpito l’Europa occidentale, dove tali flussi vengono in gran parte originati. In particolare, nei paesi CEE (Central Eastern Europe) dopo una flessione del 4,4% nel 2019, la WB stima in -12,1% la variazione nel 2020, da imputare soprattutto alla Polonia (-15,5% da -8,6% nell’anno precedente), visto il peso economico che questo paese ha nell’area. Nei paesi SEE (South Eastern Europe), inoltre, si stima che le rimesse, generate in gran parte in Italia, registrino un calo medio del 20% (-23% in Romania).

Nel resto del mondo, i flussi più consistenti in valore assoluto sono inviati in India, Cina, Messico, nelle Filippine e in Egitto (-9% in quest’ultimo paese, dove con 24,4 miliardi di dollari, pari al 6,7% del PIL, le rimesse assumono tradizionalmente un peso molto significativo), e risultano anch’essi tutti in diminuzione.

Le rimesse rappresentano una importante risorsa finanziaria per i paesi emergenti, come evidenzia la loro incidenza sul PIL nazionale. Se consideriamo questo indicatore, i principali paesi riceventi risultano essere ovviamente economie di dimensioni minori quali Tonga, Haiti, Libano, Sud Sudan e Tajikistan, fra i primi cinque, ma non mancano paesi di dimensioni significative come le Filippine. Nei paesi europei più vicini a noi, fra i SEE, le rimesse ammontano a circa il 6,8% del PIL, in un range che va dal 2% circa in Romania al 9% sia in Albania sia in Bosnia. Molto più bassa è l’incidenza delle rimesse in entrata rispetto al PIL nazionale nei paesi CEE, che si colloca fra l’1% in Slovenia e Polonia, e il 2,5% in Ungheria, paesi con un minor tasso di emigrazione.

Il tema ha rilevanti implicazioni, economiche e sociali. Le rimesse rappresentano come detto una risorsa finanziaria, hanno sostenuto la crescita macroeconomica del paese destinatario e ridotto la povertà[2]. Tuttavia, come in genere per le forme di sussidio pubblico, sono condivisibili i timori che esse possano generare nel contempo un’azione di freno allo sviluppo (la cosiddetta trappola delle rimesse)[3], disincentivando la popolazione alla partecipazione attiva alla crescita nazionale.

Con riferimento invece ai flussi in uscita, le rimesse inviate all’estero dall’Italia erano pari a circa 9 miliardi di dollari ovvero lo 0.5% del PIL nel 2019[4], una incidenza analoga a quella delle altre maggiori economie del mondo (0.6% in Francia e Germania, 0.4% in UK e 0.3% negli USA), effetto delle crescenti interconnessioni internazionali.

Numerosi sono i fattori che incidono sull’entità delle rimesse. Essendo almeno in parte una forma di trasferimento a fini di sostegno dei redditi e dei consumi delle famiglie e di accantonamento di risparmio o di investimento (ad esempio se destinate alla costruzione di una casa nel paese d’origine spesso collegata ad un progetto di rientro del migrante), l’entità delle rimesse dovrebbe essere sostenuta da motivi prudenziali, a fronte di minori consumi dei lavoratori nei paesi dove esse vengono generate. Un ulteriore fattore di supporto dei flussi inviati potrebbe derivare anche dalla volontà di aiutare le famiglie in condizioni economiche e finanziarie viste in peggioramento. Tuttavia, le difficoltà del mercato del lavoro da parte di coloro che inviano tali fondi nei paesi d’origine e quindi la loro minore disponibilità di reddito sembrano prevalere, poiché, come abbiamo visto, le attese sono per una flessione delle rimesse nel 2020 e nel 2021.

Il Covid ha accentuato il trend in rallentamento che si stava realizzando già da tempo per il concorso di vari fattori. Occorre dapprima considerare i canali utilizzati per il loro trasferimento. Le rimesse vengono inviate solitamente, ma con minore frequenza negli ultimi anni, tramite banca, per essere trasferite su conti di deposito all’estero[5]. Il minor utilizzo del canale bancario può essere ricondotto in parte alla flessione del numero di banche corrispondenti[6]. Si tratta di un processo di de-risking, registrato a livello internazionale nell’ultimo decennio, specie verso operatori money transfer in molti paesi, per il timore di essere coinvolti in operazioni di riciclaggio o di finanziamento del terrorismo. Fra il 2011 e il 2018, infatti, il numero di posizioni è diminuito del 20%, secondo quanto indicato dalla stessa WB[7], rendendo più difficile l’invio di denaro, specie se di modesta entità.

Al fine di ridurre il rischio di operazioni illecite e consentire maggiore trasparenza e una più rapida tracciabilità, le autorità monetarie internazionali auspicano, come noto, un maggior utilizzo dei pagamenti digitali. È di queste settimane nel nostro paese l’incentivazione ai pagamenti digitali tramite il cashback. I canali alternativi (intermediari finanziari non bancari o canali informali) vengono utilizzati in misura crescente anche nel trasferimento delle rimesse, ma in molti paesi l’accesso a questa modalità rimane difficile, specie per alcuni segmenti della popolazione (per le donne, ad esempio), come evidenzia un grado di inclusione finanziaria ancora molto modesto.

I dati della WB forniscono inoltre il costo dell’invio delle rimesse[8], un indicatore significativo che può spiegare, non tanto la diminuzione dei flussi – poiché i costi vanno diminuendo – quanto, almeno in parte, la scelta di utilizzo dei vari canali di trasferimento. Il costo medio per l’invio di 200 dollari verso un low-middle income country è stato del 6,8% nel terzo trimestre 2020, in graduale diminuzione negli ultimi anni, ma ancora ben oltre il doppio dell’obiettivo limite del 3%, fissato nel Sustainable Development Goal (SDG) dalla stessa WB, per il 2030. Le banche rappresentano il canale più costoso per l’invio delle rimesse con una media del 10,9% nel terzo trimestre 2020 – che si spiega in parte con i maggiori oneri di controllo e di gestione dettati dalla normativa vigente, a fronte però di una maggiore sicurezza – mentre le poste hanno segnato un costo medio dell’8,6% (da 8,1% nel 2019), gli operatori money transfer il 5,8% (in leggero calo da 6,1% nell’anno precedente) e gli operatori mobile solo il 2,8% (in riduzione da 3,4% nel 2019).

È significativo infine – ed è questo l’aspetto che volevo evidenziare in questa breve riflessione – che fra i principali fattori che sottostanno alla riduzione delle rimesse vi è anche – sempre secondo le rilevazioni e previsioni della WB – l’intensificarsi dei flussi di ritorno verso i paesi di origine, sostenuto dal peggioramento delle prospettive future nei paesi ad economia matura, ma anche dal generale miglioramento, seppur modesto, delle condizioni economiche e sociali in molti paesi d’origine. Forse anche questo è un segnale dei grandi cambiamenti che ci aspettano nell’era post-Covid.


[1] Cfr. World Bank-KNOMAD, Migration and Development Brief 33, October 2020.

[2] Si veda I. Solmone, M. Taddei e F. Testi, Il Covid colpisce anche le rimesse degli immigrati, LaVoce, 23.11.20.

[3] Si veda A. Hosny, Remittance Concentration and Volatility: Evidence from 72 Developing Countries, IMF, January 2020.

[4] Va tenuto presente che si tratta di dati stimati, oggetto di frequenti aggiornamenti e revisioni. Il rafforzamento della base dati è un obiettivo primario della WB. La rilevazione è ostacolata anche dal ruolo significativo che hanno i canali non bancari.

[5] Le rimesse, versate in conti di deposito, risultano in forte calo anche rispetto a questi ultimi, che hanno registrato invece un forte aumento proprio a causa della crisi, sostenuti da motivi precauzionali e dal calo dei consumi.

[6] Si tratta delle banche incaricate dell’esecuzione di servizi bancari per conto di un’altra banca.

[7] È un fenomeno non secondario in vari paesi, come ad esempio in Somalia, aggravato dal Covid-19 che ha limitato anche i voli aerei e con essi la possibilità di trasferimento fisico del denaro. In questo senso, Mohamed Ibrahim, How Bank De-risking Policies Create Financial Exclusion in Developing Countries?, in Center for Financial Inclusion Accion, Financial Week, October 2020.

[8] Cfr. il rapporto, WB, Remittance Prices Worldwide, Issue 35, September 2020 ed il relativo database.

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