Ad-Dio a Giampiero: la fede rocciosa e la teologia senza paura di Don Bof


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Alla notizia improvvisa della morte di Giampiero, la mattina di giovedì 30 novembre 2017, sùbito una sensazione già provata e incontrollabile si è imposta. Ogni vita resta umanamente incompiuta. Ogni vita non può essere sintetizzata fino a che non muore. Ma appena la morte si compie, ogni bilancio appare tardivo, parziale, incompleto. La vita di Don Bof era ancora, effettivamente, aperta, fino alla mattina del 30 novembre. Ora, nel suo essersi compiuta, sembra comunque sottrarsi alla presa, perché appare sì chiusa nella sua sfera visibile, ma aperta, e in modo nuovo, all’invisibile gioco della grazia.

Purtuttavia un resoconto ci è chiesto, nella sua fallibile incompiutezza. E vorrei proporre qui, a caldo, in modo anche confuso, ma partecipe e urgente, un piccolo e personale bilancio del nostro rapporto con lui, di noi che lo conoscevamo da tanto tempo, e che avevamo la sensazione di conoscerlo così bene.

Il primo impatto, 40 anni fa

Inizio dal mio primo impatto, che come per molti altri, a Savona, è avvenuto a scuola, sui banchi del liceo classico G. Chiabrera. Nell’anno della mia “prima liceo”, a 16 anni, per la prima volta, esattamente 40 anni fa, nell’ottobre del 1977, mi apparve davanti il professore di religione, Don Bof, in tutta la sua forza.. A pensarlo ora, aveva solo 43 anni. Da allora, per 40 anni, vi è stata una relazione di ascolto, di discepolato, di amicizia e poi di collaborazione davvero senza pari. Prima gli anni del liceo, dove avevamo in lui davvero la voce di una “auctoritas”, che tutti riconoscevano, anche se pochi la seguivano. Le preziose lezioni su Heidegger, su Bultmann, sul canto gregoriano e sulla Chiesa moderna colpivano per acutezza, per profondità e per brillantezza. Dischiudevano letture nuove della tradizione. Già allora egli mi fece intuire, con viva partecipazione, che quella poteva essere una bella occupazione: studiare fino in fondo le questioni che riguardano la fede.

Ma solo più tardi, dopo la fine del liceo, dopo lo studio della Giurisprudenza a Genova, e grazie alle vie traverse con cui sei condotto a fare quello che non hai scelto, mi ritrovai proiettato da un lunghissimo servizio civile a curare il doposcuola nella parrocchia del Sacro Cuore, dove incrociai le vie e le vite di tre preti savonesi: Don Girolamo Delfino, parroco, e due viceparroci, Giovanni Lupino e Lello Paltrinieri. Attraverso di loro tornai sempre più vicino a Bof, ai suoi incontri del martedì sera, alla Stella Maris del Porto, dove incontrai don Mario Genta. Questo mi permise, gradualmente, di inserirmi grazie a loro nella comunità ecclesiale savonese, in modo sempre più profondo, ma sempre alla luce delle parole di Giampiero, ed anche mediante le altre parole e testimonianze di Girolamo, Giovanni, Lello e Mario.

Alla fine del servizio civile, alla prospettiva della magistratura o della avvocatura, si era già sostituita la ipotesi di “studiare per vivere”. Ma come? E dove? Anche in questo passaggio Giampiero Bof risultò decisivo. Mi propose di completare gli studi teologici, che avevo iniziato per passione durante la facoltà di Giurisprudenza e poi durante il servizio civile. Così mi propose, nel 1988, di andare a Padova, a S. Giustina, a studiare liturgia dai monaci benedettini. Lui vedeva più lontano di me. Io presi la cosa con molta fiducia in lui, ma con una convinzione personale ancora limitata. Tuttavia, proprio in quel momento in cui io iniziavo la frequenza a Padova – che sarebbe durata dal 1988 al 1994, con la fine del dottorato – lui si ammalò di cuore e fu operato d’urgenza con tre by-pass, a Roma, al Gemelli. Per lui quello fu l’inizio di una lunga trafila di sofferenze, prima cardiache, poi legate alla gotta, infine ai problemi ossei che si sarebbero gradualmente aggravati, segnando gli ultimi anni con una progressiva sofferenza e difficoltà di movimento.

Ma questo disagio fisico non fermò affatto, per lunghi anni, la sua attività di studio e di insegnamento, a Urbino, a Trento, a Palermo e a Padova. A partire dal compimento dei 70 anni, nel 2004, si ritirò dall’insegnamento, pur proseguendo con intensità a fare conferenze, a scrivere, a intervenire, a consigliare, fino agli ultimi mesi.

Credere e pensare senza paura

Il suo modo di parlare era sorprendentemente incisivo. Andava al nocciolo di ogni questione, con una cogenza e una coerenza rarissima. Come ha ricordato Severino Dianich, durante le esequie, Giampiero aveva goduto a Roma, dal 1954, dell’insegnamento di “maestri” come Alfaro, Flick, Lonergan. Da loro aveva imparato una teologia classica che si apriva ai tempi nuovi e che preparava il Concilio Vaticano II, di cui è stato, per 50 anni, un grande difensore e un intelligente interprete.

Ma nel fondo, questa sua libertà di pensiero, di argomentazione, di elaborazione dialettica, veniva da una fede granitica, rocciosa, radicata, assimilata, assunta in toto.

In lui una fede “petrosa” era quasi la condizione di possibilità, l’orizzonte ultimo ed efficace, che gli permetteva una libertà di pensiero e una freschezza di analisi davvero ineguagliabile.

Da lui abbiamo imparato questo assioma, che contrasta con ciò che il senso comune spesso ripete senza capire: che la fede, proprio nel suo centro di affidamento radicale a Dio, non solo tollera, ma implica ed esige il pensiero più radicale, più limpido e più fresco.

La fede profonda è proporzionale ad un pensiero libero, non ad un pensiero timoroso. La fede rocciosa determina un pensiero senza paura. Giampiero non aveva paura, perché credeva. Ora, come è evidente, chi non ha paura, in alcuni casi fa paura. Chi ha paura spesso ha paura non solo del pericolo in sé, ma del pericolo indotto da chi non ha paura. Il pensiero senza paura di Giampiero ha fatto paura, dentro e fuori della Chiesa. E lui era ben consapevole di questo. Sapeva che il pensiero teologico, proprio quando si fonda su una fede rocciosa, diventa una parola di libertà e di forza senza pari. Sapeva che una certa solitudine è inevitabile a chi crede fino in fondo e pensa senza paura.

I suoi maestri

Anche un maestro ha avuto dei maestri. Non era facile indentificare, accanto a quei nomi già ricordati di professori della Gregoriana, altri nomi veramente significativi, Ma due su tutti possono essere utili. Da un lato quello di Italo Mancini, dall’altro quello di Luigi Sartori. Da entrambi egli imparò cose fondamentali. Del primo aveva la complessità strutturale, del secondo la “retorica pensante”. Nel primo trovò un interesse fondamentale per il dialogo ecumenico anche sul piano filosofico, nel secondo la libertà di un ripensamento della Chiesa che non trascurava la pastorale ordinaria come luogo sorgivo, che dà a pensare. Del primo ebbe la serietà profonda, del secondo la mistica ecclesiale e la ironia sapienziale. E come posso dimenticare di aver visto con lui, nel 1987, a Pescara, al mio primo congresso ATI, il passaggio di consegne tra Sartori e Dianich, in un Convegno dove ascoltai anche, per la prima volta, Angelini e Ruggieri? E’ stato Giampiero a darmi il gusto per tutto questo.

Alcuni episodi esemplari

Tutti coloro che hanno conosciuto Giampiero, lo hanno sentito raccontare – o lo hanno visto compiere – episodi sorprendenti e indimenticabili. Vorrei riferirne tre, tra i molti, che danno la misura e la forza dell’uomo e del cristiano.

In una gita scolastica a Ravenna, penso che fosse il 1979, la nostra classe stava passeggiando la sera per le strade della riviera romagnola dove eravamo alloggiati, quando un auto passò accanto al gruppo, di cui faceva parte anche Giampiero, e ci lanciò contro un sacchetto della spesa pieno d’acqua. Restammo allibiti. Ma Giampiero non si perse d’animo. Raccolse una grossa pietra dal ciglio della strada – un masso di 7/8 Kg. – lo prese con sé dicendo: “Lascia che tornino, e vedranno con chi hanno a che fare…”. Il senso di protezione verso di noi arrivava a questo… per fortuna le loro strade non furono più le nostre strade.

In un Convegno Teologico a Roma, ripreso dalle telecamere, ogni relatore si presentava con il proprio titolo di Professore alla Gregoriana, alla Georgetown University o all’Istitut Catholique di Parigi.Quanto tocca a Giampiero, che non aveva al momento alcun titolo da vantare, gli viene l’idea: Centro teologico “Cu de Beu”, Savona. In effetti il suo insegnamento, per molti anni, aveva avuto nelle Conferenze regolari del Martedì sera, alla Stella Maris, il suo centro. Ora la Stella Maris si trova, ancor oggi, in quella zona del porto che i Francesi chiamarono “Quai de Bois”, e che per assonanza i liguri denominarono “Cu de Beu”, volgarmente italianizzato in “Culo di Bue”; ma assolutamente senza offesa verso nessuno, per pura toponomastica dialettale.

Infine, un racconto degli anni di studio, e della “trance” che egli sperimentava sui testi di S. Tommaso. Raccontava che una volta, immerso nello studio della Summa Theologiae, davanti alla finestra aperta della sua stanza del Seminario Lombardo, era tanto assorto che a un certo punto notò qualcosa di strano. Era dicembre, aveva cominciato a nevicare, la sua scrivania e la sua pagina teologica stavano coprendosi di uno strato bianco di neve…così si perdeva completamente nella lettura, ma poi, a distanza di decenni, conservava nella memoria il testo nei suoi dettagli, perfetto, come se lo avesse squadernato or ora, proprio lì, davanti ai suoi occhi azzurri.

Le diverse forme della sua oratoria

E’ facilmente riconoscibile, nel suo lavoro teologico, una traccia originale di sicuro valore e di impatto sorprendente. Una “oralità” preponderante sulla scrittura; una pertinenza più rigorosa della struttura. Egli è stato, in modo convinto, un veemente assertore dello spirito conciliare del Concilio Vaticano II, che ha introdotto in tutta la teologia di cui ha saputo e voluto parlare.

Ma la sua vera arte di teologo stava nella sua parola. Famose sono le sue diverse forme di “lezione”, di cui gli scritti sono sempre soltanto più povera “trascrizione”. In effetti, poche volte abbiamo preso uno scritto come semplice “trascritto”. Proviamo qui ad offrirne una piccola rassegna delle sue più tipiche “lectiones”:

a) lectio scholastica: dove si trattava di esporre, con tutta la chiarezza e l’ordine possibili, il contenuto del canto gregoriano o del pensiero di J. Monod, del dogma tridentino sui sacramenti o del corpo del barolo;

b) lectio ironica: dove cascate di paradossi, affermazioni iperboliche e brusche virate iperrealistiche potevano prolungarsi per lunghi quarti d’ora (che passano d’un lampo);

c) lectio polemica: dove già l’inizio, sempre condito di ironia, preannunciava e prelibava nel paradosso la scure che si abbatte. E il polemos, quando scoppiava, lasciava senza parola, mentre le mani si raffreddavano e gli occhi si (e ti) fissavano.

d) lectio mystica: dove con progressivo approfondimento di concetti, con giri e giri intorno al centro, si gettava uno sguardo meravigliato nell’occhio del ciclone, si prospettava il Dio unitrino, il mistero pasquale, la vita e la morte e l’amore che muove il sole e l’altre stelle.

e) lectio elenchica: dove qualcosa, o qualcuno, veniva letteralmente smontato, pezzo per pezzo, finché tutto risultava squadernato davanti a te, non restava pietra su pietra e ogni dettaglio stava sotto la tua lente sorpresa e ammirata.

Tutto questo, normalmente, non appariva mai così schematico, ma composto, intrecciato e mischiato a dovere, secondo un gusto e un criterio ora musicale, ora sistematico, oppure – nell’estro del momento – riordinato con piglio severo, ma sempre con puntualità affascinante.

A metà del percorso

Se guardo a questi 40 anni di conoscenza, trovo che proprio intorno al centro di questo percorso, a metà degli anni 90, con l’inizio del mio insegnamento della teologia, a Roma e a Padova, posso rinvenire una traccia già chiara del senso di una figura per me tanto decisiva. Riporto quanto allora avevo scritto nei ringraziamenti che aprono la pubblicazione del mio dottorato:

[arrivo a] colui che più originariamente e profondamente ha suscitato gli interessi che qui finalmente prendono forma: è a Giampiero Bof, insigne teologo e mio maestro “savonese” di teologia, che debbo la benedizione di una vocazione teologica. Se di lui dicessi che “alle sue orme si è attaccato il mio piede” (Gb 23,11) darei ancora un’immagine troppo vaga della sua poderosa funzione di stimolo e di aiuto, di esempio e di guida, fin dagli anni del Liceo. Ha saputo indicarmi in modo veramente esemplare come si debba “osare” con rigore nel campo della ricerca teologica; ma ha saputo anche esprimere una discrezione davvero rara per un maestro.”

Giampiero ha osato pensare, e ha insegnato che questo è possibile, anzi doveroso, sulla base della più classica delle tradizioni ecclesiali e teologiche. Un servizio alla tradizione è quello di “insegnare ad osare” in teologia. Su questo egli è stato un maestro assolutamente unico e impareggiabile.

Canta e cammina”

Nelle esequie di ieri, 2 dicembre, nella sua Cogoleto – dove era nato e dove ha trascorso molte domeniche della sua vita e tutti gli ultimi giorni, in mezzo ai suoi cari, sempre così premurosi verso di lui – tutti i discorsi su Giampiero – di Don Silvio Del Buono, del Vescovo Calogero Marino e di Don Severino Dianich – hanno sottolineato due cose:

- Giampiero è morto felice, perché ha vissuto affidandosi e fidandosi; 

- Al centro della sua vita e del suo insegnamento stava, molto semplicemente, l’annuncio del Cristo Crocifisso e Rirsorto, che è stato centro della fede, ma anche scandalo e follia.

Ha avuto ragione, Severino Dianich, a chiudere il suo intervento ricordando la seconda lettura dell’Ufficio delle Letture di quello stesso giorno, 2 dicembre, in cui S. Agostino parla dell’Alleluja. Vi si legge una prima cosa bellissima. Mentre l’Alleluja di quaggiù è ancora pieno di preoccupazioni e di incertezze, quello dei cieli è sereno: “Là nessuno ci sarà nemico, là non perderemo mai nessun amico”

Ma alla fine Agostino conclude il suo discorso con una espressione icastica, che riassume l’alleluia ecclesiale in due verbi: “Canta e cammina”. Questa è stata la cifra del lavoro teologico e del ministero ecclesiale di Giampiero. Ha cantato e ha camminato. Perché la Chiesa in cui credeva gli chiedeva di farlo proprio così. Di cantare la lode senza star fermo, ma andando, uscendo, convocando, rileggendo, consolando, ammonendo, criticando, confermando. Ha cantato la Risurrezione e ha camminato per annunciarla proprio a tutti, in ogni ambiente e ad ogni vita. Canta e cammina. Questo ci ha lasciato Giampiero, come un dolce imperativo. E noi prendiamo questo impegno, davanti alla sua morte felice e davanti alla fine della sua vita appassionata. Nel percorso umano ed ecclesiale di Giampiero tutto – ciò che non muore e ciò che può morire – ci chiede di saper cantare e di saper camminare. Nella fede. Senza paura.  

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