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Una generazione fa circolava la miscela inglese/internet/impresa (iii), miracolosa anche per i capelli. I fatti, per chi ci bada, hanno dimostrato ciò che già allora era evidente. L’inglese comunica a altri qualcosa che di per sé non fornisce; internet pure; l’impresa progetta e produce per altri. L’alterità, appresa attentamente (aaa), dà senso e valore a iii.
In Italia lo sappiamo per esperienza e nel contesto globale lo conferma Edmund Phelps, economista Nobel 2006, intervistato da Marie Charrel. Alla domanda se la minore crescita sia una conseguenza della crisi, risponde «non solo. La crescita ha cominciato a rallentare negli anni 1980, molto prima della grande recessione del 2008. Oggi persino nei paesi con pieno impiego, come gli Stati Uniti, l’aumento dei salari è minimo, e molti dei nuovi impieghi sono di pessima qualità. Molti economisti se ne sono occupati. Secondo me la causa è essenzialmente il rallentamento dell’innovazione nelle industrie tradizionali, specie dei beni di consumo, perno dell’occupazione. Alcuni obiettano che le imprese del settore digitale innovano. Ma nell’economia il loro peso è limitato». E le industrie tradizionali hanno smesso di innovare perché «molte sono divenute oligopolistiche, talora addirittura monopoliste. Ne risulta impedito l’emergere di imprese più piccole, capaci di innovazioni suscettibili di minacciare i monopoli. In altre parole: la concentrazione soffoca le nuove idee. A ciò si aggiungono i regolamenti e le norme restrittive talvolta eccessivi introdotti dagli Stati – anche se lo fanno per motivi lodevoli come la protezione dei posti di lavoro. Penso infine che la cultura dell’innovazione si è deteriorata. La libertà di pensare, la creatività, l’immaginazione non sono più gran che favorite dai nostri sistemi educativi, troppo rivolti alla prestazione». Per ridare dinamica alla crescita bisogna perciò «cambiare la scuola per ridare spazio all’immaginazione e allo spirito di scoperta. Ancora più fondamentale è che i governi combattano i monopoli, specie nel settore bancario. Persino nella Silicon Valley alcune imprese sono a un passo dal divenire onnipotenti. Non è semplice. Ma è il miglior modo per favorire l’innovazione in produzione e consumo» [«Trump a une vision erronée de l’économie», LE MONDE ÉCO&ENTREPRISE, 4-5-6/06/2017, p. 3].
Illuminante testimonianza di aaa è la telefonata di Roberta a Prima Pagina (RADIO3RAI, 5 giugno 2017) a margine della questione del diritto di voto per i residenti all’estero. Chimica, lavora a Londra da nove anni, è molto apprezzata come di solito i giovani laureati italiani all’estero. Guadagna molto più che in Italia, ma le spese sono tali che là non avrebbe potuto pagarsi gli studi universitari di qualità fatti in Italia in un pur piccolo ateneo. Vantaggio competitivo globale, aaa è monetizzabile e anzitutto utile per capire e gestire derive globali in apparenza caotiche: qui l’alterità è il deposito di pensiero di molti studiosi che hanno visto lontano, l’apprendimento è prestarvi attenzione.
Un filone d’oro è il lavoro di Susan Strange, economista morta prematuramente nel 1998, docente alla London School of Economics and Political Science e all’European University Institute di Firenze. Il suo THE RETREAT OF THE STATE. THE DIFFUSION OF POWER IN THE WORLD ECONOMY [Cambridge 1996] è stato tradotto con il titolo CHI GOVERNA L’ECONOMIA MONDIALE? [il Mulino, 1998]. Nel titolo originale la ritirata dello stato e la diffusione del potere nell’economia mondiale sono le due facce del nostro presente, allora mascherato da new economy. «Al centro dell’economia politica internazionale esiste un vuoto, un vuoto non riempito in modo adeguato da istituzioni intergovernative o da un potere egemonico che eserciti una leadership nel comune interesse. La polarizzazione degli stati fra coloro i quali mantengono un qualche controllo sui propri destini e quelli che sono di fatto incapaci di esercitare tale controllo non consiste in un gioco a somma zero. Ciò che alcuni hanno perso non è stato guadagnato da altri. La diffusione dell’autorità oltre i governi nazionali ha lasciato aperta una voragine di non-autorità, che potremmo chiamare non-governo» [p. 36].
Di conseguenza, «oggi è molto più incerto che lo stato – o, se non altro, la stragrande maggioranza degli stati – possa ancora pretendere dai cittadini una qualche lealtà sostanzialmente maggiore di quella destinata alla famiglia, all’azienda, al partito politico o perfino in alcuni casi alla locale squadra di calcio. Sono eccezioni pochi stati la cui stessa sopravvivenza è sottoposta a grave e diretta minaccia – Israele, Cecenia, forse Corea del Nord» [p. 115]. «Ciò che è nuovo e inconsueto è che tutti – o quasi tutti – gli stati dovrebbero attraversare un mutamento sostanziale simile nello stesso ristretto arco di tempo di venti o trent’anni. L’ultima volta che si verificò qualcosa di analogo a tutto ciò fu in Europa, quando gli stati basati su di un sistema feudale a produzione agricola si adeguarono al sostentamento locale, dando inizio a stati fondati su di un sistema capitalista a produzione industriale destinata al mercato. Il processo di cambiamento si diffuse per almeno due o tre secoli e si sta realizzando solo oggi in alcune parti dell’Europa orientale e meridionale. Nell’ultima parte del ventesimo secolo, il cambiamento non si è limitato all’Europa e ha preso piede con sconcertante rapidità» [p. 135].
«Ancora una volta, la storia è una buona guida. Questa non è la prima volta in cui le trasformazioni economiche hanno comportato una ridistribuzione di reddito a livello della società. E in altre occasioni, con il passaggio da ricchezza e occupazione quali effetti dell’agricoltura a ricchezza e occupazione quali effetti dell’attività manifatturiera, i risultati sono stati protesta politica e tenace opposizione. Possiamo aspettarcelo ancora una volta. Ma come in passato, i luddisti, i cartisti e tutti gli altri sconfitti dal cambiamento e dalla ridistribuzione non riusciranno a invertire la tendenza. Le politiche statali possono contribuire a mitigare e rallentare l’aggiustamento. Esse non ne eviteranno la necessità. E il sistema economico, come in passato, ne beneficerà. Altri nuovi produttori di ricchezza significano altri nuovi consumatori. La domanda addizionale stimolerà ulteriori investimenti e maggiore occupazione, sebbene non sempre negli stessi luoghi o per gli stessi soggetti che in passato» [pp. 276-7].
«Se, di fatto, ciò che oggi ci si presenta non fosse tanto un immaginifico sistema di global governance, quanto piuttosto un decrepito agglomerato di fonti di autorità in conflitto, anche noi avremmo lo stesso problema di Pinocchio. Dove sono le origini di obbedienza, lealtà, identità? Non sempre, chiaramente, nella stessa direzione. A volte nel governo di uno stato. Ma altre volte in una impresa o in un movimento sociale che operi attraverso le frontiere territoriali. A volte in una famiglia o in una generazione; a volte in persone che condividono un lavoro o una professione. Con la conclusione della guerra fredda e il trionfo dell’economia di mercato, si è verificata nuovamente una assenza di valori assoluti. In un mondo di autorità molteplice e diffusa ognuno di noi condivide il problema di Pinocchio; le nostre coscienze individuali sono la nostra sola e unica guida» [p. 285].
Nel 1998 in MAD MONEY [trad.it. DENARO IMPAZZITO, Edizioni di comunità 1999] Susan Strange è più precisa. «Per concludere, l’oggetto ultimo del nostro discorso sono i valori relativi e le preferenze della società – ad esempio, la tendenza a preferire l’equità e la stabilità alla massimizzazione della ricchezza, e la qualità della crescita economica alla sua dimensione quantitativa». «I conflitti tra monetaristi e fautori dell’economia di mercato, da una parte, e keynesiani e fautori dell’intervento dello Stato dall’altra, non sono di natura tecnica, ma politica. E le scelte politiche sono determinate dall’esperienza delle persone». «Pertanto, forse il denaro dovrà impazzire sempre più e far sentire le sue conseguenze negative fino in fondo prima che la gente si decida, sulla base dell’esperienza, a cambiare le proprie preferenze politiche» [p. 285].
“Fino in fondo” ha due significati intrecciati: fino alle ultime disastrose conseguenze e fino alla base della società, noi comuni cittadini qui e ora. Come? Qui abbiamo la risorsa degli studi di Jacques de Saint Victor, ordinario di storia del diritto e delle idee politiche all’Université Paris-VIII e visiting professor all’Università Roma III [UN POUVOIR INVISIBLE, Gallimard 2012, trad.it. PATTI SCELLERATI, UTET 2013]. «Per molto tempo, i pensatori liberali del XX secolo hanno creduto che la democrazia non sarebbe stata in grado di resistere alla brutalità del totalitarismo sovietico. Si sbagliavano. Dopo la caduta del Muro e soprattutto dopo l’11 settembre, molti si sono persuasi che la principale minaccia per il mondo libero fosse il terrorismo. Questo pericolo esiste, certo, ma ce n’è anche un altro che corrode in profondità i nostri regimi; e tuttavia tale pericolo rimane in parte invisibile e in parte non riconoscibile, giacché è difficile ammettere che la vera sfida non è più esterna al sistema, bensì perfettamente inerente a esso. Siamo giunti a una svolta importante nella storia del capitalismo e della democrazia, che mette duramente alla prova le nostre ingenue illusioni successive al 1989. La minaccia viene ormai dallo straripamento delle logiche predatorie» [pp. 411-2]. Ricordate? «La Lega lombarda auspicava una Italia federale, divisa in tre zone, intendendo implicitamente che quella meridionale sarebbe stata affidata alla mafia. Un intellettuale della Lega, il professor Gianfranco Miglio, un accademico milanese che aveva contribuito a far conoscere in Italia il pensiero di Karl Schmitt, si dichiarava apertamente favorevole al “mantenimento della mafia e della ‘ndrangheta al Sud”, precisando sibillinamente: “Io non voglio ridurre il Meridione al modello europeo, sarebbe una assurdità. Esiste anche un clientelismo buono, che può determinare la crescita economica”» [p. 336, la citazione di Miglio è da IL GIORNALE, 20/03/1999: «Non mi fecero ministro perché avrei distrutto la Repubblica»]. «Da una parte, a livello locale è più facile infiltrarsi che a livello nazionale; dall’altra, a seguito della politica di austerità fiscale e del decentramento accelerato degli anni ottanta (in particolare nel settore della sanità), ormai le decisioni finanziarie vengono prese molto vicine alla base. Il presidente della regione Sicilia, per esempio, dispone di più poteri e di più fondi di qualsiasi ministro. La mafia cercherà dunque, prima di tutto, di infiltrarsi nei consigli comunali o regionali, dove viene spesa una buona parte del debito pubblico. Infine, la nuova moda manageriale degli anni ottanta-novanta, consistente nel delegare al settore privato servizi che prima spettavano all’operatore pubblico (secondo la procedura detta outsourcing), ha fatto la fortuna delle imprese controllate dalla mafia» [p. 341]. Ma non siamo i soli, né i primi.
«Dopo le prime leggi di deregulation degli anni di Reagan (Garn-St. Germain Act, 1982), pensate per incentivare la crescita, le pratiche di una certa finanza sospetta hanno continuato a fare parlare di sé. Alla fine degli anni ottanta, molte casse di risparmio (Saving & Loans) sprofondarono in una serie di clamorosi fallimenti, i primi di una lunga fila di catastrofi finanziarie che culminò in quella dei subprime. La crisi degli anni ottanta non è nota in Europa come quella del 2008, poiché non ebbe una dimensione globale; cionondimeno, essa costò ai contribuenti americani l’equivalente di tutte le spese sostenute dagli Stati Uniti durante la seconda guerra mondiale» «Ma la cosa più interessante fu capire chi avesse saccheggiato le casse di risparmio. Tra i predatori, si trovavano quelli che i criminologi chiamano ‘truffatori abituali’, in particolare organizzazioni criminali come la famiglia mafiosa di New Orleans, il clan Marcello, oppure affaristi loschi come il finanziere Charles Keating, amico di Alan Greenspan, il quale si era fatto garante della ‘moralità’ di quell’imbroglione. Così non fu con la crisi dei mutui subprime, dove l’ombra della mafia, per così dire, non c’è. È il caso di rallegrarsene? Certamente no. Le due relazioni ufficiali del Congresso su quella crisi fanno intendere che la maggior parte degli attori di Wall Street ha partecipato al disastro del 2007-2008: le attività predatorie si erano diffuse al di fuori del perimetro tradizionale dei ‘predatori abituali’. Era quello che già William K. Black aveva intuito al momento della crisi dei Savings & Loans. Accanto ai boss mafiosi e agli ‘avventurieri della finanza’, il criminologo aveva constatato che semplici dirigenti, manager senza precedenti penali, avevano svaligiato la loro azienda allegramente e con piena cognizione di causa» [pp. 402-3].
«Costoro hanno agito nella più totale impunità e hanno persino avuto il coraggio di ribattere alle interrogazioni dell’opinione pubblica mondiale con una provocazione: il ‘Nuovo Mondo’ si comporta male? Allora dovrà riformarsi, dimenticare le proprie ‘illusioni’ e “imparare a tollerare la disuguaglianza”» [p. 410]. L’affermazione «sarebbe di Lord Griffiths, vicepresidente di Goldman Sachs; si veda “Learn to tolerate inequality”, in THE TELEGRAPH, 21 ottobre 2009» [nota 53 a p. 463].
Scegliere da quali altri apprendere con attenzione, dipende solo da noi. Non per diventare predatori abituali – è un talento naturale – ma per non farci manipolare. Lo scriveva nel 2003 Benjamin R. Barber, professore di Civil Society alla University of Maryland: «L’impero della paura è un regno senza cittadini, un dominio su spettatori, sudditi e vittime la cui passività esprime impotenza e la cui impotenza genera e acuisce la paura. La cittadinanza edifica muri di attività intorno alla paura: non può prevenire atti di terrorismo, ma diminuisce il pedaggio psicologico da essi preteso» [FEAR’S EMPIRE. WAR, TERRORISM, and DEMOCRACY, W.W. Norton, New York-London p. 216].
È quanto stiamo facendo noi cittadini europei.